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Rebecca Delmenico

Creature misteriose, frutti sessualizzati.
Ecco il nuovo Rinascimento ibrido.

 

Il suo primissimo ricordo è legato a quando prese una forte scossa elettrica all’età di due anni, nonostante fosse stato avvertito di non avvicinarsi alla presa. Il gusto del proibito accompagna da subito Oleg Dou che afferma: “Spesso le persone che incontro danno una scossa alla mia vita. Io cerco di recuperare quella scossa e unirla all’artificialità”.

Circondato da personalità artistiche fin da tenera età – infatti entrambi i genitori erano artisti –, il giovane Oleg Dou, classe 1983, era attorniato da persone che disegnavano o dipingevano tutto il giorno, tanto che questo per lui divenne una cosa normale, quotidiana. “I miei genitori mi comprarono un computer quando avevo 13 anni”, racconta, “così ho cominciato a imparare i programmi di grafica. All’inizio scannerizzavo foto della mia famiglia o
dei compagni di scuola e ho realizzato cose divertenti con i loro volti. Era come un gioco per me, e ho imparato a usare gli strumenti informatici mentre stavo giocando”.

Quando poi, nel 2005, acquista la sua prima macchina fotografica, l’artista russo riceve da subito grande attenzione per i suoi lavori al limite tra il bello il macabro, il vivo e l’inerte, in cui combina realtà e artificio andando a manipolare e ritoccare digitalmente con Photoshop le immagini fino all’estremo.

 

Oleg Dou
Oleg Dou, Mushroom Kingdom 5, 2013. Courtesy © Oleg Dou.

 

Ne nascono opere in cui scompare il confine tra pittura e fotografia, contraddistinte da continui richiami all’arte classica in cui fioriscono creature seducenti e oscure, in un’atmosfera in cui persiste una strisciante tensione emotiva. Col suo lavoro innovativo e surreale, Oleg Dou vuole scioccare lo spettatore con immagini emozionanti e allo stesso tempo conturbanti, andando a pungolare il lato morboso di chi osserva. Come spiega l’artista, “l’essere umano vive la propria vita mentre il bene e il male combattono per la sua anima: siamo allo stesso tempo nell’Inferno e nel Paradiso”.

L’indagine di Oleg Dou è rivolta all’individualità umana, cioè all’espressione di sé e al grande quesito sull’identità, nel riconoscerla e accettarla.

A ciò si deve aggiungere la singolarità dell’individuo in rapporto alla società, l’interiorità di ciascuno e il comportamento in un contesto, quello in cui viviamo, che stabilisce degli standard in termini di ciò che è appropriato e accettabile.

 

 

Oleg Dou, Impossibile Love, 2018. Courtesy © Oleg Dou.

 

L’artista sostiene infatti che “le persone molto spesso aderiscono e seguono le regole sociali e copiano le idee e i comportamenti degli altri. Questo si chiama conformismo, la strategia per avere più successo nella società. Allo stesso tempo, nel profondo, molte persone non sono d’accordo e sono infelici. Io voglio mostrare questo conflitto nei miei lavori”.

Il corpo è uno dei grandi focus nell’opera di Oleg Dou che, tramite i propri lavori, caratterizzati da soggetti anomali e provocatori, esplora le tensioni legate alla fisicità, in bilico su una compiutezza instabile.

Le ansie corporee, racconta Oleg Dou, derivano dal “senso di disconnessione dal proprio corpo e dalla solitudine che ho provato io stesso”, e, prosegue, “non mi è mai piaciuto farmi fotografare, ma ora sto un po’ meglio col mio corpo, sto imparando ad accettarmi come sono. Non posso dire di voler creare creature perfette, ma la purezza è certamente una parte importante della mia poetica”.

Non stupisce, dunque, che l’artista citi Francis Bacon come uno dei suoi artisti prediletti. Bacon ha creato dei veri e propri shock visivi con le sue opere in cui i corpi deformati sono specchio della condizione esistenziale dell’uomo moderno: distorsioni corporee come metafora del tormento dell’individuo.

“Non mi limito a un solo medium”, continua Dou. “La fotografia è un mezzo, ma sperimento nuovi linguaggi. In questo momento non importa se si tratta di dipinti o di sculture. Ho un certo tipo di sensibilità estetica e voglio mostrare questo attraverso i miei lavori, che è la cosa più importante per me”.

Fra i lavori dell’artista troviamo le sculture Mutant Object, in cui vediamo una scultura in silicone, Brutto anatroccolo, che si rifà alla fiaba di Andersen, e le stranianti porcellane della serie Mushroom kingdom, con protagonisti giovani dalle membra lunghe e sfibrate, dai volti a metà tra umano e animale, le labbra che mimano un sorriso beffardo e le orbite degli occhi vuote. Essi giocano crudelmente legando e costringendo all’immobilità altri esseri, animali o umani, sopraffatti con la forza oppure mettendosi in posa tranquillamente sui loro corpi inermi.

Questa serie mostra, spiega l’artista, “quanto la crudeltà sia presente nella vita fin dall’inizio, già da bambini”. Da subito Oleg Dou si concentra sul ritratto traendo ispirazione ad esempio dall’usanza, in epoca vittoriana, dei ritratti funebri di bambini, incuriosito e affascinato dalla stravaganza di questa pratica. Nasce così la serie “Cubs”, composta di tanti ritratti dove i volti di giovanissime creature, a metà tra uomo e animale, sono contraddistinti da visi e pelle
quasi aerografati ed occhi fissi che arrivano a inquietare.

 

Oleg Dou, Butterfly, 2019. Courtesy © Oleg Dou.

 

I soggetti vengono manipolati per mostrare le caratteristiche di ciascun animale, come corna sottili per un cerbiatto o orecchie dritte per un coniglio. Ne risulta una serie di insoliti ritratti in cui, pur nel gioco del travestire bambini come animali, permane un inquietante senso di morte.

“In origine siamo tutti animali, l’essere umano è però un animale sociale che si trova a condividere il proprio mondo interiore, che il più delle volte si scontra con quello degli altri, generando una conflitto interiore”. L’artista, che mutua molte istanze dell’arte classica, cancella le sopracciglia e questo, anziché togliere l’espressività dei volti, impone maggiormente la presenza di questi esseri che fronteggiano lo spettatore.

Sempre volti di bambini sono i protagonisti della serie “Toy Story”, i volti bianchi quasi si mimetizzano con lo sfondo, in una rarefazione dove l’unica cosa che emerge è il rosso del rossetto o il naso di Ronald McDonald o uno strambo naso di Pinocchio.

Volti femminili, le cui forme sono levigate all’estremo, in una sperimentazione e continua sovrapposizione di effetti, si rivelano lisci e quasi trasparenti. Nelle varie serie si avvicendano monache dallo sguardo insondabile nella serie “Nuns”, così come nella serie “Another face”, che nasconde un aneddoto: Oleg Dou voleva fare un ritratto per un’amica come regalo. Dopo lo scatto fotografico, tentò di ripulire il volto come in un giornale di moda, rimuovendo le sopracciglia e, visto che il risultato era interessante, proseguì su quella strada. Il risultato, benché ottenuto per caso, era bello, così l’artista decise di ampliarlo per saggiarne gli sviluppi. I volti sono trattati con perizia chirurgica, in un taglia e cuci digitale, questo è l’orrore che affascina, il sublime di cui parlava Edmund Burke.

 

Oleg Dou, Nun, 2007. Courtesy © Oleg Dou.

 

Ritroviamo la stessa vertigine in altre serie, come in “Nacked faces”, in cui Oleg Dou cerca il nucleo dell’umano oltre l’umano, quindi un tipo di postumanità, o “Tears” dove lo sguardo fisso dei protagonisti, che non tradiscono emozione, sono rigati da lacrime di cui non sappiamo la ragione.

Come racconta l’artista, a un certo punto decise di affrontare quello che, afferma lui stesso, parlando della sua omosessualità, era un conflitto interiore evidente nell’affrontare ritratti di uomini. “All’inizio facevo solamente ritratti di bambini o donne. Quando ho provato a fare un ritratto a uomini, mi sembravano troppo gay e non mi piaceva. Poi ho capito che va bene, essere gay fa parte di me, e più sei te stesso meglio è, quindi ho abbandonato gli indugi e ho cominciato a fare ritratti anche di uomini”.

Un passaggio importante, che porta alla creazione delle serie “Haeven in my body” e “Reborn”. In queste serie, l’artista aggiunge nuovi elementi alla sua poetica: oltre al tema classico del ritratto vengono aggiunti flora e fauna in nature morte ed elementi sessuali in luoghi del tutto inaspettati, come in “Royal Testiculus”.

“Negli ultimi anni”, racconta ancora Oleg Dou, “ho sofferto di depressione,un malessere legato anche a una crisi dei valori nel nostro tempo. Ho provato a cercare risposte alle mie domande ma la cultura contemporanea non mi ha dato nessuna risposta, così ho deciso di cercare più a fondo nel passato”. Incontriamo un personaggio, Narciso, protagonista della mitologia greca, che, contemplando in una fonte la sua bellezza, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso.

Oleg Dou come commento a questa triste figura mitologica, afferma che, “se guardi Instagram o altri social media, tantissime persone sono ossessionate dalla rappresentazione di sé. Tutti presi a dimostrare come sono cool e felici, quando in realtà non è così”. Un altro soggetto viene ritratto celebrandolo come se fosse una creatura mitologica in Flora o un semidio satirico ne Il balletto dei Vampiri, senza dimenticare Pet, in cui un giovane, ritratto con una classica natura morta a base di frutta, indossa al collo un guinzaglio che non sappiamo chi comandi.

Nella serie “Reborn”, che l’artista definisce come “i miei sogni romantici sul nuovo Rinascimento”, ci troviamo in un paradiso pieno di insidiose tentazioni, dalla natura morta con condom di Now I Know, a mani femminili che si insinuano a toccare frutti e fiori sessualizzati come in Impossible love, seni che stillano latte in Lactation, continuando con creature con canini aguzzi e orecchie a punta, fino a un infante con ali da farfalla in Butterfly. È un ritratto del cerchio della vita, quasi un ritratto di famiglia proprio come nelle intenzioni del classico ritratto celebrativo.

“Ho voluto combinare lo stile classico della pittura con quello digitale elaborando un Rinascimento digitale”. La pelle è candida e pare di cera eppure sembra quasi di poterla toccare, in questa sorta di nuova mitologia iconografica che trasmette proprio quella scossa, quello shock di cui parla lo stesso artista.

Col suo lavoro, Oleg Dou fronteggia e ridefinisce il concetto di ciò che è legato a bellezza, innocenza e giovinezza in una contemporaneità in cui l’artificiale la fa da padrone.

“Sono interessato all’essere umano”, spiega l’artista, “a cosa può cambiare nell’anima attraverso gli anni”, e a proposito della sua carriera, che lo vede sulla scena da oltre 15 anni, commenta: “Se guardo i miei primi lavori, essi erano basati più sull’intuizione, ora vedo sempre più connessioni tra me stesso e l’arte che faccio”.

 

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