A poco più di un mese dalla chiusura della 61sima Biennale Arte di Venezia (aperta fino al 22 novembre), ora che le acque agitate e i clamori che hanno accompagnato l’apertura di questa edizione paiono ormai decantate, tra i padiglioni nazionali quello che probabilmente ha lasciato un segno più profondo nei visitatori è anche il più silenzioso e introspettivo.
Un po’ fuori dal coro divagante, intonato “in chiave minore”, che caratterizza il profilo di questa Biennale, il Padiglione dell’India si distingue, infatti, sia per la ricercata bellezza di tutte le opere, sia per la dimensione meditativa attraverso la quale invita a connettersi con il tema che con coerenza le mette in relazione.
Geographies of Distance: Remembering Home, il progetto curatoriale proposto dal critico e direttore di museo Amin Jaffer per la National Gallery of Modern Art e il Ministero della Cultura dell’India, segna il ritorno del grande Paese asiatico dopo ben sette anni di assenza dalla scena lagunare, ed è una riemersione che davvero non può passare inosservata.
Cinque autori, scelti in rappresentanza di un territorio geograficamente e culturalmente vastissimo ed eterogeneo, fanno dello spazio dedicato all’India nell’Arsenale un ambiente di riflessione e contemplazione davvero raro. In questo contesto, dove le singole opere e poetiche, benché nettamente differenti, riescono a costruire un discorso comune, si rende infatti immediatamente leggibile l’approccio emozionale con il tema dell’abitare, indicato come problematica sensibile del mondo contemporaneo, qui declinato attraverso la memoria, la nostalgia, la capacità di tenere traccia delle storie comuni e individuali, l’inquieta intuizione delle proiezioni future.
In una società che induce e produce sempre più nomadismo – condizione che certamente appartiene all’India contemporanea ma, evidentemente, non solo – il concetto di casa non attiene più a una dimensione strutturale e stabile, e dunque si apre alle possibilità della mente di ritrovare il proprio ambiente anche nei ricordi, nelle tracce, nei gesti e nei rituali. Abitare diviene dunque una condizione che si radica nelle risonanze interiori, nei ricordi di oggetti, pratiche e materie, capaci di accompagnare e restare vicini, anche quando sono di fatto sradicati, lontani nel tempo e nello spazio. Sospeso su questa idea di “portabilità” della casa come spazio interiore, l’allestimento del padiglione propone, dunque, l’immersione in una scenografia impattante, visionaria ma al tempo stesso molto concreta, per la rilevanza assunta dalle tecniche e dai materiali, utilizzati dagli artisti per dare immanenza alle loro memorie, che sempre appaiono metafore di fragilità, nonostante la scala monumentale di ciascuna opera.

Se, come ha sottolineato Jeffer, la mostra ci invita a riflettere su una condizione umana ormai universale, la sensibilità e l’attenzione nella scelta delle differenti modalità di esecuzione, e la riconoscibilità delle diverse estetiche, riescono a portare lo sguardo sull’identità culturale indiana, evidenziando come, nonostante l’estensione geografica del paese, per tutti gli artisti, provenienti da diverse regioni. Per tutti gli autori, la conoscenza della tradizione e della manualità si rivela un valore espressivo da salvaguardare, e il fatto che ciascuno di loro l’abbia applicata in prima persona, trovando gli accorgimenti formali utili a corrispondere al proprio progetto, costituisce un elemento identitario e valoriale molto evidente.
Così, in questo spazio comune e polifonico, condiviso con estrema misura, si affiancano autori con percorsi indipendenti, in un allestimento che rispetta l’equilibrio tra l’interpretazione del tema comune e una forte riconoscibilità individuale, volutamente salvaguardata dal curatore, che ha chiesto agli artisti opere pensate appositamente per questo progetto, ma non correlate tra loro.
Nel buio del padiglione, puntellato da un’attenta regia luminosa, incontriamo la fragilità della terra, una parete vuota, crettata e arida come se ancora trattenesse la potenza del sole, nella grande opera in argilla di Bala Alwar Balasubramaniam (1971), evocazione tattile di un paesaggio desertico, impossibile da attraversare, perché l’orizzonte si chiude, stagliandosi in verticale di fronte allo sguardo. Al contrario, come in contrappunto, attraversiamo il lavoro di Ranjani Shettar (1977), che inerpica una scenografica fioritura di materiali organici, modellati in enormi forme fitomorfe, sospese per evocare l’idea di aerei giardini pensili, incantevoli e romantici come luoghi in abbandono in cui una natura fluttuante sta riconquistando il suo primato.
Organico e naturale è anche il bambù con cui Asim Waqif (1978) ha costruito un complesso ponteggio, una sorta di grande portale precario, simbolo dell’incalzante ritmo di trasformazione che la crescita economica impone con le dinamiche vertiginose di inurbamento; il ponteggio diviene così una nuova forma iconica, delineando scenari in cui le strutture di cantiere, erette nel momento di transizione tra demolizione e ricostruzione, finiscono per prevalere, sostituendo l’idea di stabilità dell’architettura tradizionale con quella del suo continuo disgregarsi.

Alla transizione imposta dallo sviluppo allude anche il modello urbano in cartapesta di Skarma Sonam Tashi (1997), un’installazione che richiama l’incombere del problema sul Ladakh, regione indiana appartenente al Tibet storico: attraverso un modello urbano poeticamente composto da piccole case modulari inerpicate una sull’altra, l’artista ci porta davanti a una dettagliata scenografia di cui percepiamo la leggerezza e la temporaneità.
Ed è una leggerezza fragilissima, ma al contempo capace di trattenere e letteralmente spazializzare la persistenza della memoria, ciò che più di tutto emoziona e sorprende nell’opera di Sumakshi Singh (1980). L’artista ha ricamato il vuoto con un filo chiarissimo, quasi fosse un disegno di luce, per ricreare in scala naturale e tridimensionale i frammenti della casa dei suoi nonni, ormai totalmente demolita. Muovendoci con attenzione dentro questo disegno restituito in tre dimensioni, entriamo nell’intimità di un’installazione che quasi abbaglia per la tecnica abilissima, ispirata a una antica tradizione tessile riadattata per l’occasione, e avvertiamo più che mai la forza della memoria visiva, quando riesce a restituirci immagini fantasmatiche, ma più potenti di qualunque realtà.
Qui, in questa forza dell’evocazione, che ammalia e dichiara tutta la potenza rigenerativa di cui è capace la percezione estetica, ci arriva con forza la consapevolezza di appartenere ormai tutti a un nuovo nomadismo. Una dimensione della mente che non è più solo espressione della necessità contingente dell’uomo contemporaneo, ormai riadattato all’idea di spostarsi e di non legarsi ai luoghi. Qui, la capacità di andare altrove senza perdersi diviene metafora di una nuova possibilità di vivere consapevolmente il proprio tempo, e di resistergli dall’interno.
Geographies of Distance: Remembering Home
a cura di Amin Jaffer
09 maggio 2026 – 22 novembre 2026
Padiglione India – 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
www.indiainvenice.com
@indiainvenice
Immagine di copertina: Pavilion of INDIA, Geographies of Distance: remembering home, 61st International Art Exhibition La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Luca Zambelli Bais, courtesy La Biennale di Venezia
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