In questi lunghi mesi dopo l’apertura, del Padiglione Italia della 61esima Biennale d’Arte di Venezia (9 maggio – 22 novembre 2026) si è già parlato e scritto molto, come era prevedibile.
Per niente usuale rispetto alle passate edizioni della manifestazione, quando l’attacco al padiglione nazionale era di norma considerato un esercizio di stile irrinunciabile, è invece constatare che i commenti e le interpretazioni della critica ne stanno evidenziando soprattutto gli aspetti positivi, e che, anche quando affiora qualche punta polemica, tendenzialmente resta sullo sfondo, espressa “in chiave minore”.
Anche il dato di principio più controverso – ovvero il fatto che nelle ultime edizioni il Padiglione Italia ha privilegiato pochi e singoli artisti, sottraendosi alla originaria finalità di offrire una vetrina più ampia alla ricerca nazionale – sembra quest’anno essere attenuato da una sorta di compensazione grazie all’ intelligente architettura di un progetto che, pur essendo monografico e marcatamente autoriale, prevede “il riuso e l’assemblaggio” di una coralità di opere di altri autori, ai quali si rende omaggio.
Concepito, come è stato ripetutamente dichiarato, in stretta condivisione di intenti e saperi tra l’artista Chiara Camoni e la curatrice Cecilia Canziani, Con te con tutto, titolo che già per se è una dichiarazione di inclusività, è, infatti, un progetto fondato su un articolato sistema di allestimento che, occupando per disseminazione i vasti spazi di due delle Tese delle Vergini (i grandi capannoni che un tempo servivano a cantieri navali della Serenissima), punta a rappresentare il modo in cui la pluralità degli universi creativi può essere armonizzata, attraverso il filtro di una potente intenzione individuale, che la traduce in dinamica di relazione.
Del resto, essere unici e corali è un ossimoro solo all’apparenza, e se la psicanalisi non ci avesse già spiegato così bene quanto ogni principio di identità si fondi sulla complessità, ci basterebbe entrare per un attimo in contatto profondo con qualunque organismo vivente, compreso il corpo umano, per verificare in modo scientifico che nessuno è mai solo nella sua unicità. Nessuna forzatura, dunque, incombe sulla scelta di rendere visibile la coralità di manifestazioni del pensiero visivo che presiede il dispositivo di allestimento di questo progetto, modalità che Canziani presenta come “un invito a costruire un diverso modo di stare al mondo attraverso l’incontro e la condivisione con le altre forme di vita”: un richiamo a una sorta di ecumenismo universale che, in tempi di drammatiche divisioni su ogni fronte, suona come un inno, forse ingenuo ma sincero, alla ricerca di nuovi equilibri.
La curatrice, che ha rivelato di essere stata molto coinvolta nella genesi del progetto, in precedenza aveva già condiviso con Chiara Camoni un percorso itinerante di incontri e manifestazioni dal titolo La giusta misura, fondato proprio sull’idea di praticare la reciprocità e come fondamento della creazione sinergica, intesa come co-creazione, e la coerenza con cui la proposta per la Biennale si inserisce con continuità in questa relazione intellettuale non può che essere un elemento di valore.

Ma, al di là delle intenzioni concettuali, e delle motivazioni esplicitate nel testo di presentazione, in cui si intinge la penna nell’humus del femminismo storico per richiamare allo spirito della “sorellanza”, la vera forza del progetto è nella presenza della materia, nel modo in cui si è portati a farne esperienza. Nell’impatto di concretezza e di evidenza formale con cui l’opera di Camoni si rapporta al visitatore, l’artista cerca appunto la relazione, in una scala dimensionale immersiva ma anti-monumentale, e mantiene un atteggiamento dialogante, grazie a un tono narrativo e fiabesco, decisamente antiretorico.
È, questo, un aspetto di fruibilità che spesso gli artisti in Biennale tendono a trascurare, come se ci si trovasse nel contesto di una monografica museale, senza tener conto del fatto che tempi di visita, affaticamento, interferenze con tante opere viste prima e dopo, precludono la concentrazione.
Camoni, invece, ha capito che la relazione parte proprio dalla comprensione del contesto, ha “preso le misure” dello spazio, e lo ha agito abitando il luogo con il suo lavoro. Qui, infatti, per il tempo che si riesce a trovare, si entra davvero in un mondo, e ci si resta, si è invitati con garbo a trovare l’attenzione, ci si accomoda dentro, senza sforzi eccessivi, si può persino riposare un po’, sedersi a guardare.
La prima delle due sezioni in cui si dividono fisicamente gli spazi contigui dell’installazione è quella emotivamente più potente, e più suadente. Nella prima tesa, una sequenza di sculture a tutto tondo si svela in una penombra cupa, che obbliga gli occhi, abbagliati dalla luce esterna, a un progressivo adattamento dello sguardo. La rottura visiva con l’esterno è un invito silenzioso e ipnotico a muoversi nello spazio interiore, ricorda il passaggio nella cella di un tempio, induce a mettere a fuoco con calma dettagli di corpi e volti di figure femminili attraverso le quali ci si può muovere, come tra gli alberi sacri di bosco animista.
Idoli di terra e radici, foglie e fiori, icone figlie delle antiche Xoana (le divinità pre elleniche scolpite nei tronchi), che esplicitamente attingono al repertorio dell’arcaico e dell’arcano, guardano e si fanno guardare, ammiccano, sorridono, schiudono le labbra, aprono le braccia, ascoltano, offrono, porgono le mani per ricevere, forse sottraggono e nascondono, dispettose.
Perché in realtà queste Sisters divine di Camoni, dislocate in un disordine ritmico, come di danza sospesa, esplorano certamente la magia e il sacro, ma anche l’ironia e la fragilità, sfiorano l’assurdo e il grottesco, forme delicate o appesantite, agghindate o denudate, tutte frementi dentro la superficie irregolare della terracotta. Una superficie da guardare con attenzione ravvicinata a quella matericità così tattile, che rivela, oltre all’evocazione antica, anche un legame importante con la scultura italiana del secondo novecento, sa la terra è trattata come avrebbero fatto Leoncillo o Fontana, cioè bloccata nell’attimo in cui appare ancora in trasformazione.
In queste forme, si schiude l’inganno di un soffio di vita che entra nell’inerte, e si propaga fino alle erbe secche, alle ossa simulate, agli scarti di plastica, mischiati tra loro come offerte e monili, povere cose sottratte all’abbandono degli uomini e rese misteriosamente preziose.

Qui le didascalie sono ai margini, spiegano poco, svelano che in qualche dettaglio c’è il riuso di ceramiche di Fausto Melotti, ma in fondo non serviva saperlo, per capire che qui è sedimentata quella parte della storia della scultura che ha saputo guardare la Natura come uno spirito generativo e unificante.
Al contrario, servirebbe identificare ogni singolo elemento, per leggere pienamente la complessa tessiture di assemblaggi di mobili, oggetti, opere, disegni, materiali e reperti che, come piccole isole, sembrano galleggiare, dislocati secondo un’accurata regia nella seconda tesa. La luce è soffusa ma più chiara, qua e là ci sono figure in ceramica reclinate e panche per reclinarsi, l’invito è a rallentare. L’idea chiave della co-creazione gioca con i rapporti tra le cose e il loro senso, affinità sottese o esplicite, omaggi e prelievi: una collettività immaginaria di creatori di cui bisognerebbe in qualche modo riconoscere le identità (e grazie alle didascalie è possibile), per intuire la grammatica che lega i singoli elementi, come quando chi ascolta con attenzione prova a riconoscere gli strumenti in un’orchestra sinfonica, o il timbro delle singole voci in un coro intonato, o le voci degli uccelli attraversando la foresta.
Qui l’intenzione concettuale è più dichiarata, ma Camoni non rinuncia a prendere per sottile incantamento facendo parlare la materia e, se nella prima grande sala l’impatto era nell’incontro, qui si lavora sulla perlustrazione, sulla circumnavigazione, eventualmente persino sulla deriva.
Si avverte che alle spalle c’è una pratica prolungata di frequentazioni, di rapporto con la natura e con il fare, di riflessione sulla storia e sulle storie. Si avverte l’eco del sistema di relazioni umane e ambientali di cui, come è noto, l’artista si circonda nel suo studio di Fabbiano, sulle Alpi Apuane, e il desiderio di raccontare anche ciò che sta ai margini.
Sorprende un po’che un mondo così lontano dalle dinamiche ciniche di una Biennale possa entrare così profondamente in relazione con questo spazio e funzionare in questo contesto, ma forse proprio in questo spaesamento armonizzato, in questo tutto potenziale, così frammentato e così ben tenuto insieme, c’è la chiave per capire una ricerca che va ben oltre la vetrina di un evento culturale.
Chiara Camoni
Con te con tutto
a cura di Cecilia Canziani
09 maggio 2026 – 22 novembre 2026
Padiglione Italia – 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
www.contecontutto.it
@contecontutto
Immagine di copertina: Installation view, CON TE CON TUTTO, Chiara Camoni e Cecilia Canziani. Ph Camilla Maria Santini
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