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Davide Ferri

Ho l’impressione che scrivere queste righe sia complicato, mi sembra di averlo fatto già troppe volte, pur con frasi sempre diverse, da quando cioè, quattro anni fa, ho iniziato a curare Pittura XXI, la sezione interamente dedicata alla pittura, quella realizzata dal 2000 in avanti, all’interno di Arte Fiera.

 

XXI
Veduta d’installazione

 

Eppure ogni anno, a ogni edizione, mi sembra una riscrittura indispensabile: sebbene la sezione, più che una mostra, sia un tavolo imbandito con molti cibi e sapori diversi, non ho rinunciato a farne una faccenda identitaria, nel senso che quando la sezione è riuscita è perché, camminandoci attraverso o pensando a come si articolerà, mi sembra di trovarci all’interno gli artisti che ammiro, e almeno un paio delle cose che mi preme dire sullo stato della pittura nel tempo in cui viviamo.

E proprio questo è il problema: il nostro tempo è segnato da una esuberante, e incontrollata, proliferazione della pittura. Come racchiudere allora, in un numero limitato di scelte, la gamma di toni che il panorama attuale è capace di offrire? E come dare senso a una sezione specificatamente dedicata a un linguaggio già massicciamente presente in ogni fiera italiana e internazionale e (direi) mostra che visitiamo?

 

Veduta d’installazione

 

La sezione si è mossa, fin dai suoi esordi (siamo arrivati alla terza edizione) lungo alcuni fili conduttori: innanzitutto privilegiando, o guardando con più attenzione quegli artisti che hanno raggiunto la fase adulta del loro percorso, quei pittori cioè che hanno iniziato a dipingere tra gli anni Novanta e Duemila, quando l’enfasi della Transavanguardia e in generale dei Neo-espressionismi, gli echi del cosiddetto “ritorno alla pittura” degli anni Ottanta, andavano spegnendosi; un periodo complicato, in cui la pittura veniva nuovamente retrocessa a medium minore, soprattutto nel nostro Paese.

Voglio dire: in Italia (diversamente, che so, dall’Inghilterra, dalla Germania, o dagli Stati Uniti) c’è stato un vero e proprio gap generazionale che ha limitato, per i pittori, la visibilità e le occasioni per esporre e la visibilità, soprattutto in contesti istituzionali, ma anche per il pubblico, sono diminuite le possibilità di vedere nei musei e nelle gallerie mostre dei più importanti pittori internazionali dell’epoca, che sono i maestri che oggi hanno sessant’anni.

 

Veduta d’installazione

 

C’è poi la radicata (e giusta, da molti punti di vista) convinzione che la pittura, diversamente da altri medium, abbia, salvo poche eccezioni, dei tempi di maturazione più lunghi, che sia proprio nella fase dell’”adultità” (quella fase di mezzo che coincide con il momento durante il quale il mondo dell’arte italiano in genere stacca la spina) che gli artisti che lavorano con la pittura raggiungono gli esiti migliori. Ed è assurdo vederli relegati in una specie di cono d’ombra, soprattutto in un momento favorevole come questo. Sarebbe, per fare un esempio dalla letteratura, come aver smesso di leggere uno dei nostri migliori scrittori – che so – Emanuele Trevi, quando, dai cinquanta in su, ha scritto probabilmente i libri più belli della sua carriera.

Dunque la sezione, dopo aver ospitato nelle scorse edizioni artisti come, ne cito solo una minima parte, Ian Davenport e Philip Allen, Damien Meade e Michael Bauer, Gideon Rubin e Markus Salile, Marco Neri e Simone Berti, Guglielmo Castelli e Beatrice Meoni, Michele Tocca e Nicola Samorì, include quest’anno Lorenza Boisi e Valentina D’amaro, due artiste diversissime tra loro (la prima connotata da un segno ruvido e aereo, da bad painting e al contempo matissiano; la seconda che ha insistito sull’immagine di un paesaggio della pianura venato di accensioni liriche dai verdi acidi e intensi) che hanno sviluppato il loro lavoro lungo due decenni.

E Luca Pancrazzi e Marco Cingolani, tra gli artisti che hanno segnato in maniera più determinante la pittura a cavallo tra anni Novanta e Duemila, percorrendo due strade opposte tra loro: quella di un’immagine che funziona per sottrazione, per espoliazione e come bagliore epifanico (Pancrazzi); quella di figure che sembrano nascere dalla sovrabbondanza e ininterrotta sovrapposizione di macchie e segni, a costituire il loro paesaggio (Cingolani).

C’è poi un altro aspetto che connota Pittura XXI: se una figurazione diretta e sfrontata, ha contraddistinto il lavoro degli artisti delle ultime generazioni (che sembrano spesso reinterpretare modelli e forme che derivano dalla pittura surrealista e primo novecentesca), la sezione, pur non ignorando il lavoro di artisti esordienti, o che da pochi anni si sono affacciati al mondo dell’arte o alla pittura – spesso proficuamente, come nel caso di Andrea Respino, i cui dipinti, presenti in sezione, sono caratterizzati da atmosfere venate di surrealismo e abitati da figure fragili e inquiete – prova a far riflettere su altri aspetti che connotano la figurazione del nostro tempo: l’idea di un’immagine non progettata, frammentata e sincopata, che sembra nascere come dato inevitabile, automatico e imprevisto, al di fuori di qualsiasi premeditazione, da uno spazio non coerente e non organico di rappresentazione; l’idea della figura che sembra emergere come presenza temporanea da un magma astratto, talvolta senza sottrarsi al suo carattere irrisolto e non finito.

Sono aspetti, questi, che sembrano permeare il lavoro di diversi artisti presenti in sezione: quello di Marta Spagnoli, con figure che sembrano affiorare da una partitura di macchie e segni sfrenatamente astratta; quello del lavoro di Tomoe Hikita, dove pochi e leggeri tratti e segni fanno derivare le figure da una superficie di forme indefinibili e semplici campiture; i dipinti di Marc Bauer, dove l’immagine e lo spazio frastagliato e sincopato nel quale, enigmaticamente, si manifesta, si configura attraverso l’incontro di elementi eterogenei, e continue sproporzioni e inversioni di grandezza; i quadri di Nell Nicholas, il cui approdo a qualcosa che sfiora l’astrazione sembra generato da un eccesso di informazioni visive, dettagli e frammenti di cose riconducibili al reale che si assiepano sulla superficie.

Un’ultima osservazione, con una premessa: figurazione e astrazione, parole il cui uso è inevitabile quando si parla di pittura, sono due categorie dal suono obsoleto, che i migliori artisti del nostro tempo ci hanno insegnato a interpretare in modo non manicheo, ma poroso e intercambiabile.

Tuttavia la sezione ospita il lavoro di diversi artisti che non saprei definire altrimenti se non integralmente astratto, proprio per contraddire l’idea che l’astrazione sia un linguaggio stanco, troppo compromesso con la pittura novecentesca e modernista: i dipinti di Clara Broermann, le cui immagini sembrano il risultato di una proliferazione di forme che dalla superficie sembrano penetrare all’interno del quadro come oggetto, all’interno delle sue articolazioni materiali; il lavoro di Pieter Vermeersch, la cui pittura monocromatica, derivante da immagini fotografiche volutamente astratte, può espandersi sulla parete, ridefinendo lo spazio nel quale si colloca con continui, impercettibili movimenti e passaggi di tono.

La sezione illumina, in ogni edizione, il lavoro di un maestro di lunga esperienza, che ha attraversato alcune fasi cruciali della storia dell’arte italiana: quest’anno è il turno di Claudio Verna, protagonista di una delle più importanti esperienze della pittura astratta della seconda metà del Novecento (la Pittura Analitica): i suoi dipinti recenti, in modo ancor esuberante che negli anni Settanta, si reggono su una gamma di colori con un carattere agile e vibratile, capaci di complicare e contraddire la costruzione apparentemente geometrica delle superfici.

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