Ed eccomi qui, Torino, fermata della metro Lingotto. Arriva subito la sensazione di stare entrando in qualcosa di più grande di una semplice fiera editoriale. Il flusso di persone inizia già sulle scale mobili. Ragazzi con tote bag che aspettano di essere riempite da libri, gruppi di studenti di tutte le età seduti per terra a controllare programmi e prenotazioni, insegnanti urlanti, creator riconosciuti al volo tra una coda e l’altra. Tutti muovono nella stessa direzione, come richiamati da un’enorme corrente lenta che dal ventre della metropolitana sale verso i padiglioni del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026.
Qui in cinque giorni si ha la sensazione di trovarsi in due luoghi bene separati. Il giovedì, ancora attraversabile, lascia spazio alle soste lunghe davanti agli stand, alle conversazioni lente con gli editori indipendenti, ai corridoi in cui si riusciva ancora a guardare le copertine senza essere trascinati dalla folla. Dal sabato invece il Lingotto diventa un organismo compatto, quasi una metropolitana all’ora di punta, oltre 70mila presenze in una sola giornata, dentro un’edizione che ha chiuso con 254mila visitatrici e visitatori complessivi.
Più che i numeri ragguardevoli a colpire è la direzione che sta prendendo il pubblico. Bastava avvicinarsi alle aree dedicate al romance per capire dove si stesse spostando il baricentro emotivo dell’editoria contemporanea. File interminabili, gadget, ragazze sedute per terra da ore in attesa di una firma. Il Romance Pop Up, ormai fenomeno dentro il fenomeno, ha accolto 6500 lettrici in due giorni, con circa 30mila libri firmati.
Ma i dati servono solo fino a un certo punto. La vera impressione era quella di assistere a una trasformazione del libro in esperienza totale. Non si tratta soltanto di lettura, ma di appartenenza, fandom, rito collettivo. Un’estetica precisa fatta di edizioni colorate, sprayed edges, tote bag e file ordinate come davanti a un concerto pop. Si può riassumere citando il sempre attuale Cultura Convergente di Henry Jenkins: I consumatori dei media non sono più semplici spettatori, ma partecipanti attivi.
Accanto ai romance, un altro termometro culturale del Salone era BookTok. Anche lì le code sembravano quelle di un live musicale più che di una fiera editoriale. I booktoker sono diventati mediatori culturali con un peso reale sulle classifiche e sulle vendite e il Salone pare averlo compreso definitivamente. Quasi a diventare asse centrale della manifestazione. Del resto, oltre metà della community digitale del Salone ha meno di 34 anni, con TikTok che continua a crescere come piattaforma dominante.
La sensazione generale era che il libro sopravviva soprattutto quando riesce a sconfinare. Succede con i creator, ma anche con i podcast. Quest’anno il loro peso era impossibile da ignorare. Gli spazi di Chora Media e OnePodcast, per citare le realtà consolidate, erano costantemente attraversati da pubblico, registrazioni live, incontri e format ormai riconoscibili quanto programmi televisivi. Il podcast non è più il linguaggio nuovo di qualche anno fa, è diventato uno dei modi principali attraverso cui il pubblico scopre storie, approfondimenti e persino libri. E il Salone sembra aver accettato questa contaminazione senza nostalgie.
In mezzo a tutto questo movimento ipercontemporaneo, restavano però alcuni momenti capaci di ricompattare pubblici diversissimi. Le conferenze di Emmanuel Carrère e Bernie Sanders sono state la perfetta ciliegina pop di un’edizione che ha continuamente oscillato tra letteratura e spettacolo. Carrère attirava lettori storici, Sanders un pubblico quasi da rockstar politica. Entrambi finivano per raccontarci la stessa cosa, ovvero il desiderio ancora fortissimo di ascoltare qualcuno dal vivo, dentro un’epoca sempre più filtrata dagli schermi.
Forse è proprio questo il punto più interessante del Salone di oggi. Non il tentativo di difendere una presunta purezza della lettura, ma la capacità di assorbire linguaggi diversi senza perdere il centro. Edgar Morin scriveva che lo spirito del tempo è fatto da correnti culturali che si contaminano continuamente e il Salone sembra esserne diventato una rappresentazione perfetta. Tra code chilometriche, podcast, romance, creator editoriali e incontri internazionali, il libro continua a trasformarsi senza sparire mai davvero. Più che un oggetto da difendere, appare come un punto di incontro.
E per cinque giorni, quella comunità sembrava enorme, rumorosa e felicemente ingestibile.
Il mondo salvato dai ragazzini
XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino
14 maggio 2026 – 18 maggio 2026
Lingotto Fiere, Torino
www.salonelibro.it
@salonelibro
Immagine di copertina: Carrie Maw Weems, Le parole tra noi leggere, exhibition views, XXXVIII edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, 2026. Ph. Primo Vanadia (dettaglio)
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