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Valeria Tassinari

Nella casa-eremo dove visse Canova, tra gessi e memorie il genio rivive

Il corpo dell’artista, privo della mano destra e del cuore, si è ormai dissolto nel bianco. Nel sarcofago di marmo di Carrara – sotto il grande occhio di luce che si apre nella cupola del Tempio Canoviano di Possagno – è stato deposto così, incompleto.

Le spoglie di Antonio Canova, il più grande interprete dello spirito neoclassico, sono state mutilate per farne reliquie, come se fosse un santo.

Forse sarebbe più esatto dire che quel corpo lo hanno smontato, come si fa con un meccanismo, per togliergli le parti più significative: violato con rito ufficiale – per devozione, per ammirazione o per fanatismo – come se possedere un pugno di muscolo e un fragile ingranaggio di falangi significasse davvero trattenere la passione e l’abilità di un artista.

 

Possagno
Uno scaffale coi gessi all’interno del nella Torretta, nella Casa Natale di Canova a Possagno. Courtesy Museo Gypsotheca Antonio Canova, Possagno.

 

Il cuore glielo hanno tolto durante l’autopsia, sfilandolo dal costato che si era deformato a forza di appoggiarsi sul trapano, tanto da rientrargli nel petto e schiacciargli lo stomaco. Il cuore è rimasto dove ha smesso di battere, il 13 ottobre del 1822, nell’amata Venezia, la città che ancora lo custodisce dentro un’urna di porfido rosso, oltre la soglia oscura di infinito mistero che si apre in una piramide immacolata, il Cenotafio nella Chiesa di Santa Maria dei Frari.

La mano destra, l’arma infallibile dello scultore, la pretese invece uno storico dell’arte, il conte Leopoldo Cicognara, per tenerla in esposizione all’Accademia di Belle Arti di Venezia, e lì è stata venerata come un talismano, finché con gli anni gli studenti iniziarono a guardarla con raccapriccio, e così finì nascosta in un armadio.

Nel 2007 la mano è stata traslata a Possagno, dove i curiosi del macabro – prenotando per tempo – la possono ancora vedere, immersa in una bolla di liquido blu di conservazione, in un angolo riservato del Tempio. Strana storia di spoglie mortali, per l’artista che più di ogni altro ha inseguito l’immortale bellezza del corpo.

Scenograficamente elevata su un colle della Marca Trevigiana proprio come un tempio su un’acropoli, la chiesa cristiana che Canova ha pensato per la propria sepoltura guarda direttamente verso la sua casa natale, ai piedi dell’altura. Le porte sono simbolicamente sulla stessa linea: per seguire questo itinerario si sale e si scende a scelta, tra la vita e la morte.

Già sofferente nel corpo – provato dalle inalazioni delle polveri e dagli sforzi di un mestiere iniziato all’età di dieci anni e praticato con successo per oltre mezzo secolo – l’artista ha posato personalmente la prima pietra della sua “chiesa, tempio e pantheon” nel 1819, a sessantadue anni.

Immaginava, certamente, che il cerchio della sua esistenza si sarebbe chiuso in quel luogo. Ormai ricco e affermato, pagava personalmente 250 operai e i materiali, perché i lavori erano imponenti e la comunità locale, pur orgogliosa di avere una parrocchiale così sontuosa, non avrebbe mai potuto sostenere un simile progetto. Alla morte dell’artista l’ambiziosa costruzione ovviamente non era ancora terminata e al suo devoto fratellastro, il vescovo Giovanni Battista Sartori, occorsero altri dieci anni prima di arrivare a consacrarne l’imponente bellezza.

Il pronao della casa di Possagno, di ordine dorico come il Partenone, è adorno di raffinate metope di soggetto biblico, la cupola che richiama il Pantheon romano assorbe la morbidezza pittorica della luce veneta: è un sincretismo tra classicità pagana e spiritualità cristiana, un viaggio architettonico lungo più di duemila anni, inventato nella consapevolezza che il tempo dell’uomo è nulla rispetto all’infinito.

Nella pala dell’altare maggiore, che Canova stesso ha dipinto con la Deposizione dalla Croce e la Trinità (1799), il Dio dei Cristiani splende come un faro abbagliante, sospeso in volo sulla Vergine Maria e sul Cristo morto. Non è un indifferente titano olimpico, ma un Padre sorridente pronto ad accogliere a braccia aperte l’animula di quell’uomo nato lì davanti, da un padre scalpellino.

La breve discesa, che dal Tempio porta alla casa dove Antonio è nato il giorno di Ognissanti del 1757, approda a un portoncino senza enfasi. Certo, la modesta abitazione seicentesca delle origini è stata un po’ nobilitata dalla ristrutturazione, voluta dall’artista tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, eppure parla ancora una lingua comune, di famiglia, con le piccole stanze del piano terra, la cucina affacciata sul giardino interno, in fondo al quale, tra le siepi basse e i roseti, c’è ancora il pino italico piantato da Canova nel 1799.

Un monumento vegetale ultra bicentenario e vigoroso, che offre ancora la sua ombra di un verde vivo ancora fragrante, come il calicanto che gli fa compagnia, e che se parlasse potrebbe raccontarci molte storie. Qui, lontano dagli impegni del grande studio di Roma, dove committenti internazionali e una schiera di collaboratori lo incalzavano, il “nuovo Fidia” si godeva la quiete della provincia, affacciandosi sul paesaggio dolce, di cui oggi sopravvive qualche lacerto, tra le villette e i capannoni del nordest.

La casa di Possagno l’aveva ampliata acquistando gli edifici vicini, e resa più confortevole con un tocco di eleganza: un saloncino degli Specchi destinato agli ospiti, divani e arredi di pregio. Non era più uno scalpellino come i suoi avi, ma un artista, un intellettuale di primo piano, capace di relazionarsi con i potenti della sua epoca, di ritrarre i regnanti e il Papa.

Canova è uno che, mentre Napoleone imperatore posa per lui, può addirittura permettersi di intercedere perché si interrompano le requisizioni.

Nel 1815 riceverà il titolo di Marchese d’Ischia, giusto riconoscimento per essersi battuto per il recupero delle opere d’arte trafugate dalle truppe napoleoniche.

Di certo quando è arrivato con le casse da imballaggio, i parigini non l’hanno trattato bene, ma lui, conscio del proprio valore, è stato più sprezzante di loro e ha portato a termine una missione epocale. Questa nobiltà conquistata con l’intelligenza, confermata dalla nomina di Ispettore di Belle Arti e Antichità per il suo impegno etico nella difesa del patrimonio artistico come bene comune, vale quanto la nobile grandezza a cui si ispirano le proporzioni delle sue opere.

A Venezia, a Roma, a Londra, a Milano l’artista si era sempre dato molto da fare, frequentando la “gente che conta”. A Possagno, invece, ha voluto per studio una torretta che sembra un piccolo eremo, sospeso nella luce dei grandi finestroni posti in alto: un luogo dove la matita, il pennello, la creta duttile sotto le dita nervose e il silenzio dei modelli di gesso potessero fargli compagnia fino all’ora del tramonto.

Non sappiamo quanti dei sottili filamenti di matita, degli amorini dipinti con squilli color pastello, dei corpi delle Muse dalle carni tiepide, dei tanti ritratti all’antica che oggi si vedono in queste stanze siano effettivamente stati realizzati qui, ma certo è che la Torretta fu uno spazio di ispirazione, dove la luce diventava una tonalità emotiva.

C’era e c’è la luce, sempre, nel destino di questo percorso, e ne è prova magistrale la Gypsotheca di Possagno, che oggi ha la configurazione pensata dall’architetto Carlo Scarpa, in un progetto di riallestimento e ampliamento realizzato tra il 1955 e il 1957, ma che ha origine subito dopo la morte dello scultore.

Nata come museo per volontà del Sartori, che volle portare qui tutti gli originali canoviani e i gessi che si trovavano nello studio del fratello a Roma, fin dal 1836 la casa di Possagno è il luogo in cui si mette in scena lo spettacolo di un universo di bellezza candida e assoluta; un mondo che è rimasto sospeso nel tempo, e che nemmeno una granata di guerra scoppiata nel 1917 ha cancellato, pur facendo gravissimi danni. Qui, dove anche il frammento è idealizzato, persino le puntinature dei piccoli chiodi metallici che venivano usati per la trasposizione nel marmo diventano dettagli preziosi.

Sotto le alte volte a cassettoni dell’ala antica di Possagno, e simmetricamente nel rigore geometrico dell’ampliamento scarpiano, la luce naturale scorre scivolando dall’alto come una carezza che patina tutto, è un soffio di vita sulle carni dei santi e degli dei, un piccolo turgore che respira sulle labbra dei ritratti e dell’autoritratto. Per questo è qui, in questa esperienza del bianco che si rivela linguaggio mutevole ed eterno tra materia e impalpabile, che Canova ci rivela davvero la chiave del suo sogno.

 

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