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Ivan Quaroni

L’originalità, la riconoscibilità e la viralità delle immagini giocano un ruolo essenziale nei meccanismi che portano un artista al successo, in una società, come quella attuale, ossessionata dal mito dell’individualismo. Alcuni artisti sviluppano una coscienza critica, affrontando nelle loro opere temi sociali, politici, ecologici e identitari. Pochissimi
sono gli artisti capaci di porsi domande essenziali che travalicano le vicissitudini del proprio tempo. Tra questi c’è, senza dubbio, Vladimir Manzhos, artista ucraino meglio conosciuto col nome di Waone. La sua è una storia evolutiva, che dimostra come l’arte possa essere qualcosa di più di una maniera per esprimere la visione individuale
dell’artista.

 

waone
Vladimir Manzhos, alias Waone, nel suo studio di fronte al quadro Alpha e Omega, 2018, olio su lino, cm 140×150.

 

Autodidatta, ma cresciuto in una famiglia di appassionati d’arte – il padre era collezionista d’icone ortodosse – l’artista dimostra fin dalla tenera età un’autentica passione per il disegno. Il suo nome deriva da Vavan, diminutivo di Vladimir, ma traslitterato nell’inglese Wa-One che fa l’occhiolino alla cultura urbana del rap e dei graffiti. Waone esordisce a Kiev nel 1999 come writer, ma già nel 2003 abbandona il bombing sui treni e lo stile hip hop del lettering per eseguire murali caratterizzati da una forte impronta visionaria e narrativa.

 

Un murale di Waone a Rabat, Marocco, 2017.

 

Nel 2005 fonda con l’artista Aec (Aleksei Bordusov) il duo denominato Interesni Kazki (che in ucraino significa “racconti interessanti”), col quale realizza numerosi murales in Europa, Russia, India, Messico e Stati Uniti. Ad accomunare il lavoro dei due artisti è la passione per la fantascienza, la numerologia e la simbologia sacra, ma anche per le fiabe e il folklore. Influenzati dalla linea chiara del fumetto franco-belga, e in particolare da Moebius, gli Interesni Kazki provano a tradurre le immagini dell’inconscio e le percezioni sottili in un linguaggio surreale in cui scienza, magia e natura si fondono senza soluzione di continuità. Alla base del loro linguaggio, caratterizzato da una ricca gamma di colori brillanti, c’è un solido impianto disegnativo. Quando nel 2016 il duo si scioglie, Waone comincia a realizzare opere in bianco e nero, creando composizioni sempre più complesse per rappresentare un universo fantastico gremito di simboli e allegorie. Per il muralista ucraino lo scopo dell’arte, quella vera, è di trasformare le più alte intuizioni divine in una forma visiva comprensibile a tutti.

 

Il murale di Waone Jump through time1, in Germania.

È l’antica idea dell’artista pontifex, già propugnata da pensatori tradizionalisti come Pavel Florenskij e Ananda Coomaraswamy, un mediatore capace di collegare l’alto col basso, la sfera spirituale e quella terrena. Un’idea che, peraltro, spiega perchè i dipinti di Waone sono così pieni di allusioni esoteriche, abilmente innestate su un immaginario fantascientifico che ricorda i fumettisti di Metal Hurlant e che, invece, è il frutto di una lunga e originalissima elaborazione tecnica e linguistica. Lo stile di Waone, influenzato dalle opere neoclassiche di Jean-
Baptiste Debret e dalle incisioni di Johann Theodore De Bry, dalle illustrazioni di Mati Klarwein (autore della copertina di Bitches Brew di Miles Davis) e dai dipinti di Walton Ford, deve molto anche alla tradizione delle icone ortodosse e al Surrealismo europeo. Eppure, il risultato di questa complessa bildung artistica è originale e inconfondibile.

Nelle sue opere, caratterizzate da una profusione quasi frattale di dettagli, compaiono forme e figure che stravolgono le regole della fisica classica. Oltre a maghi, dervisci e sapienti che fanno da tramite tra questo e infiniti mondi paralleli, nei dipinti di Waone compare spesso l’immagine del portale interdimensionale, artificio usato dalla letteratura fantascientifica per spiegare impossibili spostamenti spazio-temporali, ma che l’artista usa come metafora dell’emancipazione spirituale dell’individuo. Motivo dominante del suo universo visivo, popolato di quadrati magici e planisferi miniaturizzati, clessidre e ruote temporali, animali totemici e ibridi mitopoietici che, come le fiabe, dischiudono una moltitudine di significati, è il tema della consapevolezza. La sua meta-pittura, che include simboli antichi e inedite allegorie che non si rifanno alla tradizione iconologica di Warburg e Panofsky, dimostra che, perfino nel sistema dell’arte contemporanea, dove l’ossessione individualista raggiunge inediti livelli di esasperazione, si può fare un’arte utile a tutti, qualcosa, insomma, che sappia coniugare il piacere retinico suscitato dalle immagini col bisogno di riscoperta dei valori più profondi dell’uomo. Sarebbe il primo passo di un percorso evolutivo che non possiamo più rimandare.

 

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