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Paolo Sciortino

“L’arte? Non è morta. E la critica? Non gode di buona salute”

 

La mostra in corso al Castello di Rivoli, dedicata a te, si chiama “Art or life”, l’arte o la vita, saresti stato d’accordo se si fosse chiamata “Art of Life”, l’arte della vita?

Assolutamente no. È la fissazione di chi vuol fare della propria vita un capolavoro. Ci sono anche dei riferimenti poetici e nella storia dell’arte, da D’Annunzio ad altri soggetti. Invece “l’arte o la vita” vuole indicare proprio il lato performativo del comportamento del critico, che non è un voyeur, non è nemmeno un guardiano ma è piuttosto uno che partecipa attivamente e codifica con la sua presenza il rapporto dialettico con l’artista, in quanto l’artista è creatore e il critico è creativo.

In che modo e in quale misura il critico partecipa del gesto creativo dell’artista?

Il critico partecipa del risultato. L’arte la fa l’artista e la circolazione dell’opera è determinata da altri soggetti del sistema dell’arte.

Dopo Harald Szeemann il secondo omaggio di Rivoli all’arte della critica d’arte, mettiamola così, va subito ad Achille Bonito Oliva. L’ordine è rispettato?

Certo. Mi pare giusto. Szeemann appartiene alla generazione precedente alla mia. Mi pare doveroso.

 

Achille Bonito Oliva
Achille Bonito Oliva per OVS ‘Arts OVS ‘Arts of Italy’, 2016. Foto Pierpaolo Ferrari, Roma. 2016.

 

A proposito di passaggi generazionali, intravedi o riconosci buoni eredi tra le nuove generazioni dei critici?

A me non sembra. Adesso prevale non il critico ma il curatore, e anche se io ho fatto la battuta che, con questa mostra, da curatore sono diventato curato, in realtà vedo nelle ultime generazioni un atteggiamento di manutenzione piuttosto che di critica. Io non vedo degli eredi e direi che bisogna avere delle attitudini particolari per poterlo pretendere dagli altri.

Dunque critici si nasce, è una questione di vita o di arte…

Come dice Achille Bonito Oliva: critici si nasce, artisti si diventa, pubblico si muore.

Come valuti il cambio epocale che ha determinato la pandemia? La contemporaneità è già storia?

Ci sono stati degli eventi politici, sociali e culturali che hanno spinto l’umanità a delle forme di autodifesa. È chiaro che adesso prevale la virtualità dei comportamenti.

E questa nuova situazione quali nuovi scenari apre sul mondo dell’arte?

Per me prospetta scenari positivi, nel senso che l’arte restituisce sostanza e materia alla forma, mentre il prevalere dell’atteggiamento virtuale e dei social produce delle forme quasi astratte, produce indicazioni, segnalazioni ma non presenza. L’arte invece restituisce presenza alla realtà e risarcisce anche l’umanità, il pubblico, di eventi che sembravano scomparire.

 

Achille Bonito Oliva con il cartello di Gino De Dominicis, alla mostra VII Biennale de Paris. Manifestation Biennale et internationale des jeunes artistes, Parc Floral, Bois de Vincennes, Parigi, 24 settembre – 1 novembre 1971 Foto © Massimo Piersanti, courtesy Archivio Massimo Piersanti.

 

Non credi che fenomeni esplosi improvvisamente periodo sulla scena dell’arte come gli NFT siano indicativi di un passaggio ineluttabile a forme finora del tutto inedite di fruizione e scambio del valore culturale dell’arte?

Si, sembra prevalere la virtualità ma è una forma di scimmiottamento di ciò che la realtà ci propone.

Insomma, non è il futuro dell’arte?

No. È il tentativo di seguire le forme del comportamento moderne, ma secondo me assistiamo a una smaterializzazione, a una vaporizzazione dell’umano.

Ma l’arte è morta, per dirla con Argan, oggi?

No, l’arte è il respiro biologico dell’umanità, quindi, come tale, se muore l’arte è come se mancasse l’ossigeno all’umanità.

Si può dire, per tirare le somme, che l’arte non è morta ma la critica d’arte è morente?

Non proprio. Direi che il suo stato di salute oggi è incerto.

 

Achille Bonito Oliva nel suo studio a Roma, 2021. Foto Carolyn Christov-Bakargiev. Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino.

 

Te la senti di fare una rassegna di artisti o movimenti artistici che oggi rappresentano la contemporaneità?

Movimenti non ce ne sono. L’ultimo è stato quello della Transavanguardia, gli artisti oggi procedono in fila indiana, singolarmente. Non c’è più solidarietà. C’è esaltazione dell’io, della soggettività e in qualche modo della solitudine della creazione. Ci sono figure qua e là, ma non ci sono movimenti che possano attrarre la nostra attenzione. La novità, nel contemporaneo, è sempre stata nelle avanguardie, che oggi sono un mito, dall’Impressionismo in avanti, fino alla Transavanguardia.

Un ciclo storico, quello delle avanguardie, che si è definitivamente chiuso?

Sì, erano le avanguardie che determinavano l’idea di presenza, di futuro e condannavano come passato delle forme d’arte che però ripetevano il passato. C’era questo mito dell’avanguardia, e nell’avanguardia c’era questa sorta di darwinismo linguistico, un’idea evoluzionistica dell’arte che garantiva la vita dell’arte stessa.

La Transavanguardia ha chiuso l’età dei miti contemporanei in arte, dunque?

Sì, esattamente. Tra gli anni Settanta e Ottanta si è chiuso il mito dei movimenti artistici con la Transavanguardia. Finanche Argan, per tornare a lui, aveva riconosciuto che la Transavanguardia è stato l’ultimo movimento possibile. E Argan era strutturalista storicista, chiedeva all’arte una funzione sociale.

E perciò ha riconosciuto la Transavanguardia? Per la sua funzione sociale?

L’ha riconosciuta per onestà. Ma certo non rientrava nei suoi gusti culturali.

Ma non trovi che ci sia continuità nella storia dei movimenti, per esempio nel fenomeno, ormai storicizzato, della street art, o dell’urban art, come si fa chiamare oggi?

La street art è una forma di arrembaggio, è il prevalere di un lato selvaggio, ma lo dico nel senso buono della parola. Del resto ci sono stati artisti come Basquiat o Haring che io ho portato in Italia negli anni Ottanta e che sono stati i primi street artist.
Loro però avevano assorbito una cultura visiva, non c’era naïveté, non c’era ingenuità iconografica e quindi rendevano pubblico e collettivo il loro lavoro in luoghi espositivi improvvisati e sociali, riproducevano una sorta di sparpagliamento estetico delle forme, evidenziando luoghi inediti che producevano dei felici inciampi nello spettatore.

 

Achille Bonito Oliva e Graziella Lonardi Buontempo con il manifesto della mostra “Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-1970”, Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1970. Foto © Massimo Piersanti, courtesy Archivio Massimo Piersanti.

 

Arte e mercato o mercato e arte. Che cosa viene prima oggi?

Secondo me non esiste una graduatoria. Certo, ci sono dimostrazioni di come si possa anche teorizzare una sorta di mercificazione dell’estetico, ma l’arte non pre-scinde dal mercato.

In definitiva, che cosa rappresenta questa “musealizzazione” di ABO? Un bilancio o un rilancio?

Intanto questa è la mostra della metamorfosi, dico io, perché da curatore, come ho detto, sono diventato curato, ma documenta anche molto bene ciò che ho prodotto in questi decenni. A tre livelli: a livello espositivo c’è la presentazione di diverse opere delle grandi mostre che ho curato, dagli anni Settanta in avanti, poi una parte teorica che sono i miei saggi e i miei libri, numerosi, e la terza parte è comportamentale, dove viene messa in evidenza la mia capacità di attraversare la storia dell’arte senza sottomettermi. Per spiegarlo, ho utilizzato delle scene dei film di Totò per documentare e spiegare la storia dell’arte.

Chi meglio di lui… Ci sono uomini e caporali tra gli artisti? O l’arte è di per sé superiore all’umano?

In rapporto a quello che abbiamo detto fino ad ora questa mostra tende proprio a confermare la necessità di una richiesta dell’arte di incontrare la vita o spettatore, il pubblico. E nel caso personale con la documentazione autobiografica che indica la capacità di gestire e convivere con l’artista, che resta sempre il mio nemico più intimo. Io direi che l’arte è importante e positiva proprio perché è problematica, perché produce degli anticorpi utili a sopravvivere alla realtà di oggi, che tende appunto a smaterializzarsi. Anche se questa smaterializzazione viene esaltata da artisti, o come dico io “artieri”, che usano la smaterializzazione per dare un segno di modernità alla propria opera”.

Questa mostra è un suggello alla carriera, alla vita, o le due cose sono una sola?

Per questo il titolo è significativo: Theatron in greco antico significa l’atto del vedere però indica anche il grado performativo, l’arte o la vita mette lo spettatore di fronte al fatto che può scegliere la risposta a questa domanda evitando ogni classificazione.

 

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