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Michela Ongaretti, Elisabetta Roncati, Alessandro Riva

Relegata per decenni a fenomeno guardato con interesse ma sostanzialmente laterale, buono per spiriti liberi e vagamente eccentrici all’interno dello star system artistico contemporaneo (i collezionisti-anticipatori di trend, in diretta contrapposizione ai collezionisti eterni yes men del mercato globale), l’arte africana sta da tempo rimontando la china del successo e ovviamente anche quella del mercato.

Ultima in ordine di tempo, anche la rivolta del Black Lives Matter da un paio d’anni è tornata ad accendere i riflettori sulle culture e sulle identità “nere”, trasformando le accezioni sociali e politiche originarie del movimento in “moda culturale” buona per riempire di contenuti facilmente condivisibili le pagine social e quelle dei giornali, ma pronta anche per essere macinata dal mercato globale dello spettacolo diffuso.

Dal cinema alla moda, dalla letteratura all’arte, la “black-mania” ha sempre più preso i contorni di una vera e propria “moda culturale” non destinata a spegnersi nel breve termine. Al suo interno, livelli di qualità, di riflessione, di profondità e di originalità differenti, non sempre decifrabili a prima vista nell’ampiezza e vastità delle proposte, ma comunque significativi per capire la capacità di assorbimento, assimilazione e trasformazione, da parte del complesso sistema mediale e commerciale contemporaneo, delle tendenze striscianti in seno alla “società liquida” di massa.

 

Justin Dingwall, serie “A seat at the table”, 2019. Courtesy ©Justin Dingwall.

 

L’ARTE AFRICANA CONTEMPORANEA: L’ETERNA RINASCITA
di Alessandro Romanini

L’Africa è un continente con 54 diversi paesi e 1.3 miliardi di persone, caratterizzato da un elevatissimo tasso di creatività, come dimostrano le recenti conquiste in ambito musicale, nel fashion design e nel cinema, con Nollywood, la mecca del cinema nigeriana.

Si può dividere in maniera macroscopica in tre tappe il processo di sviluppo dell’arte contemporanea africana. La prima corrisponde al periodo dei processi di indipendenza degli anni Sessanta, quando si afferma la Scuola di Dakar, in cui l’artista aveva come principale scopo quello di affermare la propria “africanità”.

Una seconda fase va dalla fine degli anni Settanta alla fine degli anni Ottanta ed è caratterizzato dalla necessità degli artisti di affrancarsi dall’immagine che gli viene imposta dall’esterno. “Io non sono africano, sono un artista” è il grido che si leva dalle opere, per liberarsi delle connotazioni etniche.

La terza fase è quella in cui gli artisti non avvertono più il bisogno di dimostrare niente con il loro lavoro; la sfida non è più etnica ma estetica e politica.

Dopo il ruolo di propagatori dell’Art Negre svolto dalle avanguardie storiche di inizio XX secolo, con cubismo, Fauves e Die Brücke in prima fila, l’Italia era stata pioniera, organizzando la “Mostra di Scultura Negra” a Venezia per la XIII Esposizione Internazionale d’Arte, seguita per motivi politici da un quarantennio di silenzio sull’argomento.

Sono gli anni Ottanta a sancire la definitiva esplosione dell’arte africana contemporanea, che si affranca dalla dimensione etnografica e acquista pieno diritto di cittadinanza nel panorama artistico internazionale. Nel 1989, bicentenario della Rivoluzione Francese, il crollo del muro di Berlino, la presentazione del World Wide Web, il Centre George Pompidou di Parigi si allinea al karma dell’innovazione, e ospita l’epocale mostra “Magiciens de la terre” curata da Jean-Hubert Martin che vede allineate le opere di oltre 100 artisti dai 5 continenti, di cui molti africani, per la prima volta.

Tra questi ne troviamo alcuni divenuti poi molto famosi, come Chêri Samba, Seni Camara e Frédéric Bouabrè (esposto questa primavera a Palazzo delle Esposizioni a Lucca) che intrattenne un sodalizio con Alighiero Boetti. Alla XXIII Biennale di Venezia del 1988, Achille Bonito Oliva invitò il primo artista africano a prendere parte all’evento lagunare, l’egiziano Fathi Hassan.

Gli anni Novanta sanciscono sviluppi importanti per l’arte africana dovuti a figure come Okwui Enwezor che dà vita, a New York, alla rivista “N-KA” dedicata agli studi sull’arte contemporanea africana e nel 1994 pubblica il libro Contemporary African Arts Since 1980. Dirigerà sia l’edizione 2002 di Documenta Kassel che l’edizione 2015 della Biennale di Venezia – primo curatore africano dell’evento lagunare.

 

arte africana
Gonçalo Mabunda, The Charismatic of the Tone, 2020, cm 51x60x17. Courtesy Galleria Lis10.

 

Nel Terzo Millennio nascono Fiere Internazionali come 1:54 Contemporary African Art Fair, fondata nel 2013 da Touria El Glaoui, con edizioni a Londra, New York, Marrakech e Parigi e le grandi case d’asta iniziano a dedicare specifiche sezioni all’arte africana contemporanea, simbolo del parallelo sviluppo di un collezionismo internazionale qualificato. Nascono nuovi musei nel continente africano per promuovere l’arte del continente, come lo Zeit Museum a Cape Town aperto nel 2017 e, con lo stesso scopo, nel 2018 il Musée des civilizations noires a Dakar. Nel 2019 è stato inaugurato in Togo il primo museo africano interamente finanziato dallo stato, il Palais de Lomé. Contemporaneamente si è aperto un dibattito internazionale sulla restituzione dei beni trafugati dall’Africa.

L’arte africana è ormai sugli altari, se pensiamo che nel corso dell’ultimo anno, Julie Mehretu – etiope naturalizzata americana – ha esposto al Lacma di Los Angeles, la sudafricana Zanele Muholi alla Tate Modern di Londra, a Yinka Shonibare, nigeriano naturalizzato britannico, è stato attribuito il prestigioso premio Icon e la paladina della black painting Kara Walker ha tenuto una retrospettiva al Kunst Museum di Basilea. Nel 2019 l’artista ghanese El Anatsui ha vinto il Leone d’Oro alla Carriera della Biennale di Venezia.

In linea con le parole di Simon Njami, l’Africa è il luogo per eccellenza del caos e della metamorfosi, la mostra in corso al Musée du Quai Branly di Parigi, “Ex Africa – Africa Reborn” testimonia l’ennesima trasformazione e rinascita dell’arte dell’antico continente.

 

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