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Michela Ongaretti, Alessandro Riva, Paolo Sciortino

La nuova arte internazionale guarda sempre di più al rapporto con la politica, tra ironia, disincanto e vere e proprie forme di attivismo “contro”. Ma è vero impegno o forma di furba autopromozione? La parola ad artisti, critici, addetti ai lavori.

 

Mentre un sempre più assordante tintinnar di sciabole (meglio: uno svolazzar di droni, i micidiali e fantascientifici Bayraktar TB2 di fabbricazione turca) si fa strada per il mondo, avvicinandosi sempre di più, e sempre più inquietantemente, alle nostre comode casette riscaldate (almeno finché ci continuerà ad arrivare il gas russo), gli artisti europei e occidentali si scoprono non più soltanto artisti, ma “artivisti”. Non solo gli occidentali, a dire il vero: da Tokyo a Pechino passando per Mosca, molti hanno scelto, da tempo, la strada di quella che un tempo si chiamava “arte impegnata”.

Diversi, diversissimi i modi di coniugare quest’ennesima etichetta (che peraltro molti di loro, i più radicali soprattutto, rifuggono come la peste): dalla fabbricazione in serie di vignette e meme spacciateci per arte engagé di cui ormai pullulano, oltre alle strade, le pagine dei social (molti artisti ormai divenuti commentatori di professione di qualsiasi avvenimento ci offrano le cronache politiche, da spacciare sui social con post acchiappa-like), alle mastodontiche operazioni artivistico-pubblicitarie delle grandi artistar alla Ai Weiwei. In mezzo, una pletora di opere e operette dalle più svariate fogge, accomunare dall’esigenza della “testimonianza” sulle emergenze del presente: ambientali, civili, politiche, sociali.

Poche, a onor del vero, le voci realmente fuori dal coro, capaci di far breccia nell’immaginario diffuso: nell’insieme, si respira una stucchevole volontà di esserci, di sentirsi parte di un presente fluido e sfuggente come un brutto sogno mattutino, in cui i confini tra realtà e finzione sembrano sempre più effimeri e i cui connotati profondi sembrano via via sfuggirci sempre più di mano, e la capacità di incidere sul reale, ormai stabilmente in mano ad algoritmi ottusi e disumanizzati e a una macchina finanziaria globale che trascende ogni bisogno e necessità individuale e sociale, ridotta quasi a zero.

Gli artisti realmente e radicalmente “politici”, per necessità interiore e ferrea volontà di scardinare la grammatica di senso del presente, fioriscono qua e là come rari fiori nel deserto, esponendosi di persona e pagando sulla propria pelle la propria insanabile estraneità alle strutture diffuse del potere.

Pyotr Pavlensky, più volte finito dietro le sbarre di galere e di ospedali psichiatrici, è senz’altro uno di questi, come lo sono, altrettanto certamente, collettivi atipici e poco assimilabili al circoletto ricco e paraculo dell’arte internazionale come le Pussy Riot, le Guerrilla Girls, le Femen, e pochi altri sparsi per il mondo. A loro, eroi ed eroine misconosciute di un presente sempre più magmatico e sfuggente, dedichiamo questa nostra inchiesta.

Alessandro Riva

artivismo
Pyotr Pavlensky durante l’evento Freedom: il 23 febbraio 2014, l’artista organizza una manifestazione per trasporre in Russia le proteste per la democrazia che portarono alla rivoluzione del 2014 in Ucraina. L’artista e i suoi compagni costruirono una sorta di barricata sul Ponte Triplo a San Pietroburgo, bruciando pneumatici al suono di tamburi. L’evento fu interrotto dalla polizia e i partecipanti furono arrestati.

 

Pavlensky, l’arte non è un pranzo di gala

Combattere tutti i dogmi, le ideologie, il potere. L’artista russo, celebre per le sue performance estreme e radicali, spiega la “sua” arte politica

di Michela Ongaretti

 

Pyotr Pavlensky, cosa significa per te essere “artivista”?

“Sono un artista. Non sono un “artivista” – non lo sono mai stato. Il termine “artivismo” è un neologismo speculativo usato da istituzioni e critici d’arte con uno scopo piuttosto vago e adesso stanno cercando di attaccare questa etichetta su tutto ciò che in qualche modo si associa a pratiche costruite sull’interazione tra arte e politica.

Ma la cosa più sorprendente per me è che alcuni artisti si siano felicemente attaccati questa etichetta sulla fronte e la mostrino con orgoglio a tutti. Il problema principale è che stanno cercando di unire sotto questa etichetta due attività incompatibili: arte e attivismo politico.

Il risultato è un mostro semantico difettoso sia in termini d’arte che di attivismo politico. La ragione è che gli obiettivi dell’arte e quelli dell’attivismo politico sono fondamentalmente incompatibili. L’obiettivo dell’arte è quello di creare un’immagine che può essere metaforica, simbolica o mimetica, ma in ogni caso, dovrebbe essere un segno che crea nuove connessioni tra un “significato” e un “oggetto”.

 

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