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Ivan Quaroni, Gianluca Marziani, Angelo Crespi, Alberto Dambruoso

Una nuova critica per la Crypto
IVAN QUARONInft

Se ne è parlato e scritto molto. Il nuovo hype è la Crypto Art, insomma l’arte digitale che si acquista con le criptovalute (Ethereum soprattutto) su piattaforme come SuperRare, Nifty Gateway, Rarible, Opensea, Hashmasks o Foundation.

Un’arte che esisteva già, ma era completamente, o quasi, ignorata dal sistema mercantile tradizionale in ragione della sua immaterialità.

Si tratta, infatti, di opere fatte solo di immagini, animazioni, GIF o brevi video che i collezionisti non possono usare per arredare il proprio salotto, ma che possono comunque essere esposti in gallerie virtuali come, ad esempio, quella che si trova sull’app di The Nemesis. Nel migliore dei casi è un’arte nativa digitale, realizzata con software e strumenti di elaborazione delle immagini come Photoshop o Cinema 4D, nel peggiore dei casi è arte analogica, come un quadro, una fotografia o una scultura digitalizzati e trasformati in NFT.

L’NFT (Non Fungible Token) è un sistema crittografico che consente di fornire prove di autenticità e proprietà dell’arte digitale. La portata innovativa di questo sistema consiste nel prevenire falsificazioni di ogni tipo. Un NFT potrà anche essere copiato, ma le sue informazioni, fissate nella blockchain – una sorta di registro digitale delle transazioni in criptovaluta – non possono essere alterate. L’elemento più rivoluzionario dell’ondata di Crypto Art riguarda, però, l’accorciamento della filiera di vendita che ha portato gli artisti a diretto contatto con i collezionisti, cancellando la mediazione economica e culturale rappresentata da galleristi e curatori.

Tuttavia si può, semplificando, affermare che una mediazione esiste ancora, quella delle suddette piattaforme di vendita, che però si accontentano di percentuali assai minori su ogni transazione rispetto a quelle applicate nel mercato tradizionale. In molti credono che questa rivoluzione, tagliando fuori gli elementi ingiustamente considerati parassitari e che costituivano la “catena del valore” attraverso le strategie di posizionamento e l’elaborazione critica e documentaria, abbia restituito centralità alla figura dell’artista. Mi sembra una visione piuttosto naïve, che consegna nelle mani delle piattaforme e dei collezionisti l’intero sistema di validazione della qualità artistica. Basta una rapida ricerca per capire che molte delle opere presenti in questo nuovo mercato sono nient’altro che collectibles, l’equivalente digitale delle figurine Panini o delle carte dei Pokemon. Inoltre, nella crescente marea di cryptoartisti è facile trovare musicisti, attori, personaggi dello spettacolo e influencer (o imprenditori digitali, come preferiscono farsi chiamare), il cui unico valore è la notorietà, cioè il capitale di follower guadagnato su Instagram, Twitter, TikTok o Youtube che oggi possono tradurre in merce virtuale da scambiare in Ethereum.

Questo non squalifica, però, l’intero comparto, in cui si trova un’incredibile quantità di artisti bravi o interessanti, ma rende molto difficile orientarsi al suo interno. Per trovare la bussola bisogna, infatti, familiarizzare col gergo strettamente tecnico della Crypto Art, imparare a capire come e dove trovare artisti bravi e, per coloro che hanno velleità collezionistiche, capire come acquistare un’opera NFT, una faccenda niente affatto semplice. Ora, immaginiamo di aver risolto, con un po’ di pazienza e l’aiuto di qualche amico smanettone, parte di questi ostacoli, resta il problema del criterio di giudizio. Quando un’opera di crypto art è buona? Come faccio a conoscere la ricerca di un artista e a capirne le intenzioni se tutto quel che si trova sulle piattaforme e perfino sui siti personali non sono che brevi e laconiche descrizioni?

I numerosi articoli sull’argomento spesso si limitano a sottolineare la portata rivoluzionaria di questo nuovo mercato, snocciolando cifre e record d’asta come nel caso dei 69 milioni di dollari totalizzati da Christie’s per la vendita di Everydays: The First 5000 Days di Beeple.

Manca, invece, una letteratura che sappia interpretare in termini artistici, critici, estetici, stilistici (ma anche politici e sociologici) il valore di opere che sembrano ricollegarsi più all’immaginario fantascientifico del cyberpunk o a quello di subculture della rete come Vaporwave e Retrowave, o a quello popolare di fumetti e cartoni animati, piuttosto che non alle evoluzioni della storia dell’arte. Ora, sono convinto che l’unico modo per costruire una documentazione sia che la critica e il giornalismo inizino a occuparsi non del fenomeno, ma dei singoli artisti, delle loro grammatiche, delle loro genealogie culturali, delle ricorrenze e iterazioni che caratterizzano le loro ricerche. Solo così sarà possibile tracciare una mappa e costruire una geografia di questo variegato, multicentrico universo che – ho la netta impressione – è tutto fuorché una moda passeggera o un temporaneo trend della stagione pandemica.

 

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