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La storia dell’Ascaro in Libia. Racconto d’artista dalle colonie italiane

1 Alessandra Ferrini, Unruly Connections, 2022. Installazione presso ar_ge kunst, Bolzano. Foto Tiberio Sorvillo ©ar_ge kunst
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Un libro di formidabile lucidità, spietatezza e verità oggettiva, “L’Ascaro – Una storia anticoloniale”, di Ghebreyesus Hailu, (Tamu Edizioni, Napoli, 2023).

Un racconto che arriva dal passato, che casca come un fagiolo nel presente, e naturalmente non è un caso: questo libro esce dalla storia come i fiumi sotterranei sgorgano in superficie. Perché ne parliamo? Perché questo libro è, a suo modo, un’opera d’arte. Certo, la letteratura è arte, ma a quell’arte abbiamo dedicato una sezione speciale di ArteIn.

Questo è tuttavia il caso di presentare il libro fuori sezione perché chi ha scoperto questa storia, e reso possibile la pubblicazione, impegnandosi, antropologicamente, artisticamente, nel lavoro di traduzione affidato a Uoldelul Chelati Dirar, nell’affidamento della prefazione a Maaza Mengiste, riservandosene la post-fazione, con l’umiltà di chi crede principalmente nel buon lavoro degli altri, o dell’altro, per così dire, del diverso, dello straniero “strano”, ebbene, costei è un’artista. E una pedagoga, e una studiosa, e anche una mutevole, cangiante praticante di notevoli altre arti: Alessandra Ferrini.

Alessandra Ferrini, Unruly Connections, 2022. Installazione presso ar_ge kunst, Bolzano. Foto Tiberio Sorvillo ©ar_ge kunst.
Alessandra Ferrini, Unruly Connections, 2022. Installazione presso ar_ge kunst, Bolzano. Foto Tiberio Sorvillo ©ar_ge kunst.

Di lei sappiamo che ha vinto, nel 2022, il premio Maxxi Bulgari Size, con l’opera “Gaddafi in Rome: notes for a film”, video installazione che è entrata a fare parte della collezione del museo di arte contemporanea romano. Mica male, un buon viatico di presentazione. Non qualcosa che, di per sé, sancisce una carriera, ma certamente aiuta. Eccome.

Ebbene, questa è la volta del libro, nel cahier di Alessandra Ferrini. L’autore lo aveva scritto, a mo’ di diario personale di guerra, più o meno cento anni fa, in piena era coloniale fascista, quando l’Eritrea era italiana, e il generale Rodolfo Graziani comandava la guerra di invasione alla Libia. Il protagonista si chiama Tequabo, nome di fantasia che nasconde l’identità di chi firma il libro. Finalmente, dopo decenni di oblio. Tequabo era un Ascaro, un miliziano volontario, più o meno volontariamente, delle milizie italiane reclutate nelle terre africane assoggettate al dominio governativo nazionale italico.

Alessandra Ferrini, Unruly Connections, 2022. Installazione presso ar_ge kunst, Bolzano. Foto Tiberio Sorvillo ©ar_ge kunst
Alessandra Ferrini, Unruly Connections, 2022. Installazione presso ar_ge kunst, Bolzano. Foto Tiberio Sorvillo ©ar_ge kunst

È in effetti un documento utile, nella forma del racconto letterario, sotto il profilo dell’opportunità storica di decifrare momenti dettagliati della storia coloniale italiana. Chi la descrive, in prima persona trasposta, lo fa con gli occhi, la mente e il cuore di un ascaro di cent’anni fa, un volontario militare delle truppe speciali arruolate dagli italiani in loco, che aveva creduto nella sua missione e poi prende atto di verità evidenti: il coinvolgimento in una guerra di conquista che si avvale di eserciti a loro volta conquistati.

Una guerra di vinti contro altri vinti, sotto il comando dei vincitori colonialisti. E’ vero che gli italiani sono descritti come colonialisti sui generis, del tutto diversi nei modi e nei metodi dalle potenze coloniali europee dominanti, ma è anche vero che la sofferenza dei colonizzati e il dolore dei vinti non erano meno laceranti.

E, soprattutto, è vero che per la prima volta leggiamo dalla viva memoria di un protagonista di fatti che conosciamo, come italiani, solo per il mezzo di una blanda istruzione scolastica, la vera e cruda verità di chi, quei fatti, li ha vissuti camminando nel deserto, piagandosi le piante dei piedi, prosciugandosi le labbra dalla sete.

@alessandra.ferrini

 

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