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Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci (GEL)

L’ultimo respiro della Nouvelle Vague

 

Jean-Paul Belmondo è morto. Nato sotto il segno dell’ariete, sfrontato ma elegante, esattamente come il Michel di Fino all’ultimo respiro (per regia di Jean-Luc Godard e con la sceneggiatura di François Truffaut, una perla indiscussa), che l’ha consacrato al successo. Naso e bocca importanti, che nell’architettura del viso funzionano a tal punto da farne un sex symbol, e occhi penetranti come feritoie, non come quelli dal tormento color pervinca del suo eterno rivale (ma amico) Alain Fabien Maurice Marcel Delon, ma discretamente inquieti.

Ma se Delon, pur bravo, si muoveva nella tradizione degli attor giovani del cinema classico, fu Belmondo a catturare l’attenzione dei giovani critici, irriverente, aggressivo, spavaldo, assolutamente ribelle alle convenzioni sociali.

Ruoli iconici di Belmondo in Une femme est une femme e Pierrot le fou sempre di Godard, Rapina al sole, Borsalino e Tenero e violento di Deray, Il ladro di Parigi di Malle, La mia droga si chiama Julie di Truffaut, Trappola per un lupo di Chabrol, Cento e una notte di Varda e Una vita non basta di Lelouch.

Il ruolo costruito su di lui da Jean-Luc Godard nel 1960 in À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) fu decisivo per Belmondo. Il ladro Michel Poiccard muore per un colpo di pistola ricevuto in piena schiena: non poteva forse finire in modo diverso la vita di questo personaggio fuori da ogni schema, non poteva forse finire in modo diverso l’opera prima del maestro francese, nonché iniziatore della Nouvelle Vague.

Michel (Belmondo) è ricercato per tutta la pellicola per l’uccisione di un gendarme, crimine a cui lui (e anche Godard) dà un peso irrisorio, preferendo trascorrere il tempo con Patricia: capelli biondi e corti, lineamenti graziosi alla Twiggy, il classico stereotipo di moderna bellezza parigina anni Sessanta (Godard maestro anche nel look).

Se Godard è uno degli iniziatori della Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro è l’opera in cui le caratteristiche stilistiche e tematiche del movimento vengono maggiormente esaltate: macchina da presa portata (quasi) sempre
a mano, montaggio a-narrativo e jump-cut, rifiuto del sistema a tre luci hollywoodiano in favore di una luce naturale (oppure di una luce artificiale a puntare il soffitto per le scene negli interni), personaggi incompleti, caratterizzati da un certo grigiore esistenziale, la sceneggiatura (a firma dell’altro maestro della Nouvelle Vague) che si focalizza sulle piccole cose.

 

Belmondo
Jean-Paul Belmondo (Michel Poiccard) e Jean Seberg (Patricia Franchini) in Fino all’ultimo respiro.

 

È la scena finale ad essere il capolavoro nel capolavoro: Michel, il protagonista, sta morendo per un colpo di pistola nella schiena, sparato dai poliziotti che lo stavano cercando dall’inizio per l’uccisione del gendarme, è stata Patricia
ad informare i poliziotti, lei che vuole liberarsi di lui (certamente senza che lui muoia, ma ahimè i personaggi di Godard non pensano alle conseguenze delle loro azioni).

Piano-sequenza che segue Michel, il quale malamente inciampa durante la sua corsa, egli muore troppo lentamente, la sua morte è teatrale (ha un proiettile nella schiena, non è realistico che si muova così), la colonna sonora esplode e accentua drammaticamente il momento, in netto contrasto con lo stile del resto della pellicola: il nuovo esistenzialismo in cinema operato da Godard non prevede una morte che generi catarsi nello spettatore.

I personaggi di Godard rifiutano il mondo in cui vivono, cercano invano di cambiarlo, con l’azione senza pensiero (Michel), o col pensiero senza l’azione (Patricia), tendendo romanticamente ad una morte che dia senso alla loro vita.

È lo stesso Michel che implicitamente sceglie di morire, perché se è vero che è Patricia a denunciarlo, è anche vero che lei glielo confessa con largo anticipo, e che lui avrebbe tutto il tempo di scappare, ma in realtà una vita senza Patricia per lui non avrebbe senso (sì, era solo una storiella passeggera, ed è anche questa la straordinaria modernità di Godard).

Dunque Michel decide di dare un senso alla propria vita tramite la morte, ma Godard non glielo permette fino in fondo, perché la vita in realtà non ha alcun senso, e il suo cinema lo vuole mostrare e dimostrare: ecco dunque il mezzo cinema mettersi palesemente in mostra durante la disperata e al contempo maldestra ultima corsa del ladro, ecco la musica jazz assordante, ecco che infine inciampa più volte e che fa quasi ridere lo spettatore nel momento in cui invece avrebbe dovuto farlo piangere dalla disperazione.

Ma stavolta Jean-Paul Belmondo ci ha fatto piangere davvero, perché se n’è andato davvero. Lui che ha vissuto davvero fino all’ultimo respiro.

 

 

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