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Valeria Tassinari

A ricordarci che non sono tempi in cui si può stare tranquilli ci sono persino i tanti gabbiani che arrivano dalla laguna, bellissimi ma ormai talmente protervi che in ogni area di ristoro ci sono cartelli che mettono in guardia dai loro attacchi per rubare il cibo dalle mani dei visitatori.

 

“Per vivere senza pregiudizi questa Biennale Architettura, insomma, è meglio non aspettarsi che esteticamente sia meglio di una Biennale d’Arte”

 

Non è un film di Alfred Hitchcock ma non è un idillio e, realisticamente, non ci sarebbe motivo di aspettarselo: attraversando i Giardini, l’Arsenale, Forte Marghera e i tanti padiglioni diffusi della Biennale Internazionale di Architettura di Venezia, si può solo tentare qualche esperimento di comprensione, cercando di non perdersi nel grande “Laboratorio del Futuro” (64 i Paesi partecipanti) che fotografa l’inquietudine del presente.

Giunta alla diciottesima edizione, questa Biennale Architettura è la prima ad essere guidata da una «donna africana», fatto che – come dimostra l’ampia risonanza data a questa specificazione dalla stampa di tutto il mondo – costituisce ancora un elemento di caratterizzazione che va oltre la semplice nota biografica.

Certo è che Lesley Lokko, architetta e scrittrice ghanese-scozzese che vive tra Accra e Londra, da “black curator” con precisione balistica ha spostato il baricentro dell’osservazione sull’Africa e sulla diaspora africana per il suo evento/laboratorio animato da “practitioner” – definizione che programmaticamente sostituisce quelle usuali di “architetti”, “urbanisti”, “designer”, “architetti del paesaggio”, “ingegneri” o “accademici” – impegnati a progettare e soprattutto presagire, magari solo chiedendolo con forza, il cambiamento.

Biennale
Padiglione della Grecia – Bodies of water – Ph. Matteo de Mayda, Courtesy: La Biennale di Venezia

 

E, se il continente africano è rappresentato con padiglioni nazionali solo dal Niger (al suo debutto), dall’Egitto e dal Sudafrica, in realtà le azioni e le pratiche proposte trasversalmente corrispondono per oltre la metà ai volti di donne e uomini di pelle scura, come rivelano le fotografie degli autori che accompagnano tutto l’allestimento, un metodo di presentazione delle singole personalità che rende visibile anche l’intenzione di coralità orizzontale tra archistar ed esordienti, e sottolinea l’equilibrio di genere, quasi raggiunto.

Nonostante Lokko parli e scriva con grande chiarezza, diffondendo ampiamente il suo pensiero attraverso un layout grafico che prevede l’inserimento di dichiarazioni e citazioni molto efficaci (da testi suoi e di altri autori e curatori) sulle pareti dell’intero percorso, The Laboratory of the Future è un’edizione della Biennale che crea disorientamento, guidata – come del resto ha affermato la curatrice stessa – «dall’ ambizione di fare le cose in modo diverso, sia in termini di soggetti coinvolti sia di impatto ambientale»; così, poiché «i cambiamenti devono avvenire da entrambe le parti: dai partecipanti e dal pubblico», bisogna dimenticarsi i grandi modelli architettonici o gli allestimenti scenografici del passato.

Per vivere senza pregiudizi questa Biennale Architettura, insomma, è meglio non aspettarsi che esteticamente sia meglio di una Biennale d’Arte, idea che ci ha accompagnato come un mantra nelle edizioni passate.

Plurale e disomogenea, a tratti iper-densa, a tratti diafana ed elusiva, con tratti di sincera sgradevolezza ed episodi di poetica ingenuità, questa edizione si discosta dalle consuetudini per motivi filosofici, geopolitici ed economici, e questo si evidenzia anche nell’uso degli spazi.

Ne soffrono un po’ tutti, soprattutto l’Arsenale, ma le evidenti discontinuità rispetto al passato sono dettate da scelte precise, poiché in un’ottica di ottimizzazione e riduzione delle risorse la curatrice ha previsto l’adattamento conservativo della struttura espositiva ereditata dalla mostra firmata da Cecilia Alemani nel 2022, e la riduzione degli interventi impattanti sulle Corderie e sul Padiglione Centrale.

Questo spiega la diffusa adozione di grandi schermi, filmati, proiezioni, dichiarazioni di intenti, report, fotografie e disegni, al posto di modelli architettonici e manufatti che, quando compaiono, sembrano incantare il pubblico, apparendo straordinari proprio per la loro rarità in un contesto come questo, nel quale invece ci si aspetterebbe fossero lo strumento principale di condivisione dei progetti.

Si tratta di pensare diversamente il ruolo dell’architetto e della portata sociale dell’architettura, mentre le parole chiave indicate da Lokko – decarbonizzazione e decolonizzazione – si inseguono e intrecciano in una lunga sequenza di narrazioni, più o meno coinvolgenti ma quasi sempre sonore, polifoniche, ibride e pluricentriche, perché questa è una rassegna che chiede impegno a tutti, anche al pubblico.

 

Biennale
Padiglione della Cina – Renewal: a symbiotic narrative – Ph. Marco Zorzanello, Courtesy: La Biennale di Venezia

 

Per seguirla bene, padroneggiando almeno inglese, francese e spagnolo, occorre infatti una disponibilità di tempo e di attenzione che probabilmente quasi nessuno degli abituali visitatori rapaci di biennali è disposto a mettere in conto.

Così, inevitabilmente e consapevolmente, questa edizione si è attirata le critiche, i distinguo, le perplessità e una serie di considerazioni contraddittorie, come quelle sull’età degli espositori (troppo giovani/ poco “giovani”), sulla coerenza delle pratiche (i grandi monitor e le tecnologie manterranno lo standard di basse emissioni dichiarato come uno degli obiettivi primari?) e sull’originalità delle proposte, che spesso insistono su temi noti, benché indubbiamente ancora caldi, dalla sostenibilità ambientale all’integrazione in società multiculturali.

Temi non risolti, sia chiaro, sfide aperte e incombenti, che tuttavia possono apparire ridondanti se gli occhi sono inclini alla noia.

 

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