Enrico Tealdi in dialogo con Eleonora Savorelli in occasione di Brafa Art Fair 2026
Iniziamo questa conversazione nel presente, parlando della tua partecipazione all’edizione 2026 della fiera belga Brafa Art Fair (25 gennaio – primo febbraio 2026) dove sei presente con la galerie Taménaga, che ha sedi in Francia e Giappone. In questo contesto i tuoi dipinti dialogano con tele di importanti artisti del diciannovesimo e ventesimo secolo, tra gli altri: Georges Rouault (1871–1958), Pablo Picasso (1881–1973) e Tsuguharu Foujita (1886-1968). In che modo le loro opere, con le loro tematiche e cromie, si pongono in relazione alle tue?
Il progetto nasce da una collaborazione significativa con la Galleria Taménaga. La galleria, presente a Parigi dal 1971, è la più longeva realtà giapponese in città e porta con sé una storia di dialogo tra culture. Nel corso degli anni ha contribuito alla formazione di collezioni pubbliche e private in Giappone, svolgendo un ruolo di ponte tra Oriente e Occidente. Lo stand a Brafa propone un dialogo tra opere moderne e contemporanee sul tema del paesaggio e della suggestione. Le opere si confrontano come voci diverse di una stessa composizione, delineando un percorso di rimandi, visioni e atmosfere condivise.
Ora vorrei fare un’incursione nel passato, un salto all’indietro per parlare con te dell’inizio, molto poetico e risoluto, della tua vocazione di artista: siamo nel 1980, l’auto di tuo padre va veloce, improvvisamente appare un volto di donna dipinto in un’edicola su un muro malandato. Quel volto rimarrà sempre nelle tue idee. Raccontami questo momento di epifania: cosa in quella immagine usurata dal tempo ti ha colpito talmente tanto da diventare un punto fermo nella tua storia personale?
Per me è stato l’inizio di tutto. Sono nato e cresciuto in una famiglia di campagna, molto semplice e con mezzi modesti. In casa non c’erano libri, se non quelli scolastici dei miei fratelli più grandi; figuriamoci quadri appesi alle pareti. Un giorno, mentre ero in macchina, sul sedile posteriore di una Fiat 126, vidi un’edicola votiva: un dipinto corroso e sbiadito dal tempo e dalle intemperie, sul muro di una casa. Una Madonna. Per me fu una visione incredibile: la scoperta che si potesse vedere la bontà attraverso una pittura. Avevo quattro anni. Da allora non ho più voluto giocattoli, ma tempere e colori per disegnare, e desideravo vedere tutte le pitture che potevo incontrare nella campagna piemontese della mia infanzia: le Madonne, i santi, le chiese, le ville abbandonate con i loro affreschi. La bellezza, la decadenza, il mistero. Ancora oggi, quando mi imbatto in un dipinto del genere, per un istante torno a quel momento. È incredibile: ho di nuovo quattro anni, sento lo stesso stupore e vorrei abbracciare quel bambino.
La tua è una pittura pregna di ricordi e frammenti che concorrono a creare delle scene fumose e vagamente sfuggenti: in ciò che dipingi si possono scorgere le immagini che il tuo vissuto personale – la tua famiglia, i tuoi luoghi – provoca, tutto ciò rende le tue tele commoventi e reali, nonostante il loro essere soffici e sfumate. Tramite i tuoi dipinti il tuo bagaglio personale diventa condivisibile: quando ti rendi conto che un’immagine non è più soltanto tua, ma può ispirare immagini e pensieri anche ad altri?
Sono consapevole che ciò che dipingo è un messaggio: un filo sottile che mi lega a chi si ferma a guardare il mio lavoro. Nei miei soggetti scelgo di raccontare cose semplici, ma vere, nate da un vissuto che mi appartiene e che, nel colore, diventa di tutti. Come la musica: parla a chiunque, ma ognuno la ascolta in modo diverso, la porta dentro, la trasforma, senza sapere sempre perché. Ho letto una frase che mi somiglia: “Amare le persone significa imparare le canzoni che hanno nel
cuore e cantargliele quando le hanno dimenticate.” Così è la mia pittura: una voce che ritorna, una memoria che si fa luce, il cuore che ricorda di saper cantare.

Abbiamo preso in esame e analizzato il tuo forte legame nei confronti della tua famiglia e vissuto personale: questo diventa manifesto attraverso la tua decisione di rimanere nella cascina – culla di tutto il tuo immaginario pittorico – appartenuta da generazioni alla tua famiglia. Nonostante la qualità sicuramente positiva di questo luogo, vorrei chiederti se hai mai vissuto questo “rimanere” come “essere trattenuto”.
Ho viaggiato tanto e mi sposto ancora molto, però alla fine torno sempre a “casa”. Credo che i luoghi abbiano una memoria, una firma: quella di chi c’è stato prima di noi. Siamo come siamo anche per questo, perché ci portiamo dentro tutto ciò che è venuto prima: le persone, le storie, persino quei volti che conosciamo solo attraverso una vecchia foto di famiglia. Non so se tutto questo mi abbia trattenuto; so solo che non sono una persona trattenuta. La vita è strana: si può cambiare tutto, perfino voler dimenticare la strada di casa. E quando tutti se ne sono andati e non c’è più nessuno a ricordare, forse è proprio lì che può iniziare qualcosa di nuovo.
La figura umana e il paesaggio sono due temi estremamente presenti nella tua produzione. Nei tuoi paesaggi, le piccole comparse che abitano questi luoghi vengono spesso rispettosamente inglobate dallo spazio. In qualche modo sembra che i personaggi si arrendano al luogo in cui si trovano – ciò accade per esempio nelle opere esposte a L’accordo, mostra personale presentata nel 2022 alla galleria Francesca Antonini. Altre volte la figura umana emerge potentemente, come per essere studiata e indagata, ciò è accaduto nella mostra personale Manifesto che ha avuto luogo a Société Interludio nel 2024. Dunque, in che rapporto sono questi due macrotemi nelle tue tele?
Dipingo e lavoro con costanza da quasi trent’anni. I temi, i soggetti, le storie cambiano: a volte se ne vanno, a volte tornano, si trasformano. Però sento che nel mio lavoro c’è sempre un filo che tiene tutto insieme: la sincerità e la devozione per quello che faccio. Un paesaggio può raccontare uno stato d’animo, un volto può diventare un paesaggio, il ritratto di una statuina rotta può trasformarsi in una natura morta. So di proporre soggetti e temi diversi, ma li percepisco come continuamente connessi. La mia pittura è come una persona: ha un carattere, è vulnerabile, ha una luce e delle zone d’ombra. Così come sono io, così come è stata ed è la mia vita: tanta voglia di ridere e di vivere, e insieme disperazione, tristezza, ma anche un equilibrio e un poco di pace — se esiste.
Ora vorrei soffermarmi sugli aspetti più tecnici del tuo fare artistico e, in particolare, sul tuo rapporto con la creazione delle tue opere: come approcci la tela? Lasci che le idee arrivino liberamente o è un lavoro più razionale? Inoltre, recentemente hai iniziato a dipingere orizzontalmente, preparando le tele ad ammanitura, una tecnica antica e metodica che si compone di numerose fasi. Come sei giunto a preferire questo metodo?
Le idee, probabilmente, sono già dentro di me: vado semplicemente a risvegliarle. Tutto ciò che può diventare immagine e lavoro è già lì, dentro di me. A volte non ricordo nemmeno come sono arrivato a scegliere un soggetto piuttosto che un altro. La tecnica dell’ammanitura l’ho scoperta per caso e me ne sono innamorato: ha qualcosa di prezioso e di spirituale, forse perché un tempo era destinata ai soggetti sacri. Richiede tempo e attenzione, ma poi tutto diventa magico, misterioso. Mi piace molto: rende tutto più prezioso. E vedo anche una certa curiosità in chi si avvicina al mio lavoro: si fermano, guardano, cercano qualcosa. E quello, per me, è già un dialogo.
Per concludere, vorrei che mi parlassi del progetto editoriale al quale stai lavorando: nei prossimi mesi verrà pubblicato un tuo libro d’artista, intitolato Manifesto, prodotto con Progetto Parallelo, associazione culturale che si occupa della produzione e promozione di libri e multipli d’arte contemporanea, fondata da Stefania Margiacchi, Silvia Griglio e Santina Bejarano Randazzo. Che cosa troveremo tra le pagine di questa preziosa pubblicazione?
Sarà un libro “gioiello”, e ne siamo tutti entusiasti. Nasce a seguito della mia personale presso la galleria Société Interludio, a Cambiano (TO), accompagnata da un bellissimo testo di Davide Ferri. Tutto è nato dopo uno studio visit di Ferri nel mio atelier, insieme alla mia gallerista torinese Stefania Margiacchi: un incontro molto bello, che ha dato origine a una preziosa collaborazione per la mostra MANIFESTO. Il libro avrà una veste curatissima, seguita da Progetto Parallelo, nelle persone di Silvia Griglio, Stefania Margiacchi e Santina Randazzo. Sarà un libro d’arte, come un oggetto d’arte esso stesso: a tiratura limitata, con una serie che comprende una gouache originale, per renderlo un vero pezzo unico. Il libro sarà completamente nero e presenterà la serie dei dipinti dedicati ai volti. Non darà l’impressione di sfogliare semplicemente un libro, ma quella di entrare in un’architettura magica, di attraversare uno spazio. Preferisco però non dire troppo: alcune cose è giusto che accadano solo quando si aprono le pagine. Ne siamo molto orgogliosi. L’Associazione Culturale Progetto Parallelo continua a pubblicare libri d’arte con un’attenzione maniacale — e, aggiungo, “sartoriale” — che raccontano in profondità il lavoro degli artisti.
www.enricotealdi.it
@enricotealdi
Immagine di copertina: Enrico Tealdi, DOVE TU SAI, 2025 – Courtesy e © l’artista
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