La Serenissima Repubblica di San Marino è un luogo perso nel tempo, che oscilla fra passato e presente, dove le storia e le storie si confondono, prendono vita e accolgono i turisti in un luogo magico, lontano dalla cronaca e dalla caotica Rimini.
A pochi passi dalla Dogana, poco prima dell’ascesa al cuore civile e sociale del piccolo stato rampante, ha sede la Galleria Claudio Poleschi Arte Contemporanea. Nell’elegante edificio, con grandi vetrine-copertina sulla strada, prende vita, fino al 31 gennaio, un progetto culturale che supera l’episodio espositivo per divenire processo polisemantico. Mon histoire à moi è il titolo di un’antologica acronologica dedicata a Gian Marco Montesano, realizzata a cura di Carlo Vanoni, che narra cinquant’anni di carriera di uno dei più significativi pittori oggi operanti all’interno del panorama internazionale dell’arte contemporanea.
Nato negli anni Quaranta, la ricerca artistica del torinese Montesano – artista, scrittore e regista teatrale – prende forma nella fondamentale Bologna degli anni Settanta. Seguendo quella corrente di ritorno alla figurazione che voleva fuggire dalle pesantezze di un periodo storico molto difficili sul piano politico e sociale, l’artista supera un’arte ridotta al solo pensiero, a pochi gesti e parole, per raccontare una nuova narrazione del presente, che guardava lontano e al corpo con Luigi Ontani, che riscopriva la tradizione locale e il colore con Salvo e che raccoglieva il fare di molti artisti, spesso non epigonali, che oggi stanno emergendo sulla cresta dell’onda commerciale.

La triade Ontani, Salvo, Montesano permette di narrare una forza della pittura che precede la chiassosa Transavanguardia, che possiede in sé potenti basi filosofiche e culturali che, prima che altrove, anche grazie alla spinta della Pop emiliana di Concetto Pozzati, mostra la nostra contemporaneità, un’epoca dove il dipingere per veicolare storie che fanno storia, dove ridiscutere il pensiero corrente, è fondante e necessario.
Per Montesano gli anni Settanta sono gli anni che indagano le immagini sacre destinate alla devozione popolare, opere in serie e spesso anonime, fondamentali per rilanciare, a inizio secolo, la spinta comunicativa e terrena iniziata con la Controriforma. I Santini dell’artista torinese sono immagini post-moderne, con un sottile intento provocatorio, che raccontano un’Italia ancora popolana, legata al culto domestico, che grazie alle grandi rivoluzioni nate nel Maggio francese stava cercando di diventare Nazione moderna.
Una mostra, quella sammarinese, che non si esaurisce nelle opere di pittura e di scultura, che si completa solo attraverso un curatissimo catalogo che, come suggerito dal curatore, riprende la struttura del celebre programma televisivo Blob. Il volume ospita le immagini delle opere senza raggrupparle per anni o temi, mostrando un percorso nel fare visivo che è profondamente affine alla ricerca artistica di Montesano, indivisibile dal ricco apparato testuale dove l’artista, per la prima volta, raccoglie le sue “confessioni in forma di racconto filosofico”.

Legato da profondi e reciproci rapporti di intensa amicizia con i filosofi Gilles Deleuze e Jean Baudrillard, il pittore torinese ripone grande attenzione alle necessità culturali da cui prende vita il progetto realizzato negli spazi della Galleria Claudio Poleschi. La mostra diviene dispositivo corale attraverso cui realizzare una narrazione profondamente personale e intima della storia, che viene letta attraverso la sensibilità sociale dell’artista, rendendola una storia delle storie, dove cinema e realtà entrano in dialogo, dove il personale e il collettivo si confondono, dove la religione cattolica si fa immagine tascabile e dove la bellezza dei fiori diviene sonora, metaforica e colossale.
Quella di Montesano è un’arte profondamente immersa nella memoria, che indaga i dispositivi del pensiero, che si inserisce nelle vicende di tutti i giorni, nella cultura di massa, per comprendere le grandi forme del pensiero che organizzano il nostro presente. Con eleganza e profonda sensibilità, con una cultura audace, il pittore figurativo torinese ha influenzato una galassia di “giovani” artisti come Francesco Vezzoli.
Montesano racconta evocando, realizzando una mostra e un libro dove il fruitore deve necessariamente perdersi, dove la storia non diviene cloaca accecante dalla quale recuperare ciò che si vuole ma terreno di attenta indagine archeologica, fra tesori da riscoprire e tragedie da non dimenticare; il tutto legato da una affascinante e sognante capacità pittorica che fonde delicate cromie retrò a una potente volontà iconica e narrativa, che trascende tempo e spazio.
Immagine di copertina: Gian Marco Montesano, Douceur et couilles d’acier, 1989 – Courtesy Claudio Poleschi Arte Contemporanea
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