La vasta diffusione delle opere del Guercino (Cento, 1591 – Bologna, 1666) oggi visibili in musei, chiese, dimore e collezioni private di tanti Paesi del mondo, lo ha reso un artista di portata internazionale come davvero pochi altri. Se viaggiando fuori dall’Italia cerchi “un Guercino” – una tela, un dipinto murale, un disegno, un’incisione, una replica uscita dalla sua prolifica bottega o una copia riconducibile al suo entourage – non resti praticamente mai deluso, anche ben oltre i confini dell’Europa, dove già in vita il maestro godeva di un vivace mercato, grazie a una rete di rappresentanti e committenti.
La capillare distribuzione di opere che portano il suo nome, perché autografe o direttamente riconducibili ai suoi modelli, è la caratteristica che gli ha ormai riconosciuto una notorietà planetaria e una fortuna critica costantemente crescente per tutti i periodi della sua produzione, con riverberi molto positivi sulle quotazioni d’asta. Ma questo mercato “d’oltre confine” dell’artista non fu certo frutto di una sua inclinazione ai viaggi, né, tantomeno, di un carattere facile alla socialità internazionale.
Perché, al contrario, se c’è un artista che non amò spostarsi dalla sua terra e che, nonostante prestigiosi inviti nelle principali corti europee del suo tempo, preferì evitare di allontanarsi dalle certezze della sua casa, del suo atelier e dei suoi affetti, quello fu proprio lui. Straniero non fu mai perché non volle esserlo, ma nemmeno ne ebbe la necessità. E quando gli altri volevano incontrarlo, come fecero Diego Velàsquez o la regina Cristina di Svezia, li accoglieva volentieri nelle proprie stanze, gratificato ma forse un po’ imbarazzato da quelle personalità che parlavano altri idiomi.

Giovanni Francesco Barbieri, occhio strabico e carattere riservato, aveva i modi schietti e talvolta rustici di uno cresciuto in campagna, ma una mano straordinaria e una sensibilità particolare per il sentimento, ispirata da una fede sincera e dall’intelligente comprensione della grande pittura del Cinquecento, studiata fin da bambino nella penombra delle chiese, molto numerose in quella provincia di confine, papalina e devota, dove il pittore si sentiva più a suo agio tra gli umili che tra i facoltosi committenti che lo corteggiavano.
Nativo di Cento, nel cuore dell’Emilia, sulla rotta di pianura che collegava l’eredità fiabesca dei pittori ferraresi con la schietta religione del vero dei bolognesi, il “Guercino” – soprannome impietoso che nulla toglie all’acume del suo sguardo – fece solo i viaggi strettamente necessari alla sua formazione e al lancio della sua carriera: Bologna, Ferrara, Venezia per imitare i maestri del Rinascimento e iniziare a farsi conoscere; due anni di attività a Roma, al seguito di papa Gregorio XV, per consacrarsi tra i rampanti della pittura emiliana; qualche mese tra Piacenza e Modena, per compiacere committenti importanti.

Per il resto della vita ci furono per lui solo due città. La sua Cento, con il fiume Reno, i campi di grano, i portici, la piazza, nei cui pressi abitava e teneva la sua “Accademia del Nudo”, una vera scuola per allievi di varia provenienza, e palestra la sua bottega; poi, dal 1642, la vicina Bologna, dove prese casa negli ultimi vent’anni con famigliari e collaboratori, per proteggersi dalla minaccia della Guerra di Castro e soprattutto per intercettare nuove commesse, dopo la morte del suo principale concorrente Guido Reni.
Un’abile capacità imprenditoriale sosteneva, infatti, la fiorente attività del Barbieri, che aveva saputo creare una vera e propria azienda familiare, con una ferrea gestione amministrativa documentata dal Libro dei Conti, dettagliatamente redatto dal 1629 al 1649 da suo fratello Paolo Antonio, e poi da lui stesso continuato.
La timidezza nei rapporti interpersonali non impedì, dunque, l’esercizio professionale di una vera strategia di marketing per conquistare una platea di clienti internazionali anche grazie alla chiara convertibilità nelle diverse valute del suo tariffario, definito con criteri puntuali che anticipano la moderna applicazione del coefficiente: per una figura intera, ad esempio, occorrevano cento ducatoni, per mezza figura cinquanta, per una testa venticinque.

Il costo dell’invenzione non si metteva in trattativa, mentre le repliche e le copie di bottega uscivano con quotazioni più basse, che ne favorivano la diffusione anche tra chi non si poteva permettere spese importanti.
Così si spiega “il fenomeno Guercino”, rilanciato dalla riapertura della Pinacoteca a lui dedicata nella sua città natale, dalla mostra di grande successo Guercino nello studio presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna (ottobre 2023-febbraio 2024) e dalla recente esposizione promossa dai Musei Reali di Torino (dal 23 marzo al 28 luglio, a cura di Anna Maria Bava e Gelsomina Spione) dal titolo Guercino. Il mestiere del pittore, che attraverso 100 opere, di cui numerose provenienti dall’estero, punta a indagare il segreto di un brand che ha trovato casa nel mondo.
Guercino. Il mestiere del pittore
Oltre centodieci opere da trenta prestatori italiani e stranieri, tele e carte scelte con puntuale attenzione alla qualità, tra le quali alcuni disegni non visibili da molti anni, grandi dipinti di committenza privata riuniti dopo quattro secoli, la formidabile pala della Madonna del Rosario di norma non fruibile a distanza ravvicinata e qualche comparazione con altri autori di scuola emiliana – Ludovico Carracci, Scarsellino, Bononi, Guido Reni e Domenichino – sono il punto di forza della mostra Guercino. Il mestiere del pittore, un progetto che continua ad alimentare la “passione guerciniana” di specialisti e grande pubblico. Ma oggi proporre un approfondimento sul Guercino impone di trovare una chiave di lettura chiara e così la mostra di Torino parte dal significativo nucleo di sue opere presenti in città fin dal Seicento per fare una ricognizione sul mestiere del pittore, ponendo il maestro emiliano come esempio “narrante” di aspetti del fare arte – come ci si forma, come ci si fa conoscere, come ci si relaziona con il mercato, come si produce – non meno importanti della tecnica. Guercino visse la professione con organizzazione moderna, e seppe tutelare la sua fama, longeva e coerente nonostante almeno tre (ma Sir Denis Mahon, suo massimo studioso, avrebbe detto quattro) momenti stilistici distinti, grazie a una scuola-bottega impegnata non solo a collaborare con lui, ma anche a realizzare copie delle sue opere più richieste. Copie autorizzate, si intende, perché della sua attività artistica, ispirata e vibrante di sentimento, lui controllava tutto, comprese la contabilità (in mostra anche qualche esemplare delle monete citate nel suo Libro dei Conti) e la tutela dell’immagine. Prodotta da CoopCulture con Villaggio Globale International, l’esposizione allestita nelle Sale Chiablese è curata da Annamaria Bava dei Musei Reali e da Gelsomina Spione dell’Università di Torino, con il patrocinio della Regione Piemonte, della Città di Torino e della The Sir Denis Mahon Foundation.
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