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Luca Fiore

Joana Vasconcelos è una donna solare. Positiva. E ama le grandi sfide. In queste settimane è in Italia, in ben tre mostre, di cui due pubbliche – a Siracusa, al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, con la mostra “Crowned Idols/ Idoli Incoronati”, e a Napoli per la collettiva “InterAction” alla Fondazione Made in Cloister, entrambe curate da Demetrio Paparoni –, e una personale in galleria, a Milano.

 

Le opere monumentali di Joana Vasconcelos parlano ai sensi e al cuore. Dai grandi musei internazionali sbarcano in Italia

 

Il lavoro dell’artista portoghese Joana Vasconcelos è attraversato dalla passione per il paradosso. I temi affrontati sono spesso ribaltati concettualmente dall’uso dei materiali. Se il soggetto è il gusto femminile per il lusso rappresentato da un paio scarpe con il tacco a spillo, viene realizzato utilizzando pentole e coperchi di acciaio. Se vuole riflettere sul tema della maschera, il materiale scelto sono gli specchi. Anche se la sua passione sono i tessuti coloratissimi, spesso ricamati a mano. Un materiale caldo, avvolgente, flessibile. La scala delle opere è sempre monumentale. L’haute couture con dimensioni architettoniche.

 

Joana Vasconcelos
Joana Vasconcelos, Royal Valkyrie, 2012. © David Parry, Royal Academy of Arts.

 

 

Come è nato il progetto di Siracusa?

È stato Paparoni a convincermi ad andare insieme a Siracusa, a visitare il Museo Archeologico Paolo Orsi. Mi aveva spiegato che sarebbe arrivato, per uno scambio con il Museo di arte cicladica di Atene, la scultura di un idolo del terzo millennio avanti Cristo. Il museo gli aveva chiesto di individuare un artista per una mostra che mettesse insieme l’arte contemporanea, l’architettura degli anni Sessanta del museo e un’opera dell’antica Grecia. Una sfida molto interessante. Una volta lì sono rimasta impressionata dalla quantità e dalla qualità delle opere esposte.

 

“Il mio lavoro può essere pop, barocco, concettuale”

Joana Vasconcelos

 

Come l’è venuta l’idea di portare The Crown?

Visitando la collezione di Siracusa con Paparoni, con il direttore del Museo, Carlo Staffile, e Anita Crispino, una delle conservatrici del museo, mi sono accorta che molte statue erano coronate. Allora mi sono detta: incoroniamo anche l’idolo cicladico. Così ho pensato all’opera che ho realizzato per il sessantesimo anniversario dell’incoronazione della regina Elisabetta, che avevo esposto a Londra nel 2012.

In fondo, l’idolo era un po’ la regina del suo tempo: un simbolo di fertilità e femminilità. Crispino mi ha aiutata a scegliere i reperti archeologici da mettere nello stesso spazio espositivo che avrebbe ospitato la mia installazione.

Che cosa ha significato confrontarsi con un’opera così antica per Joana Vasconcelos?

All’inizio, ammetto, ho affrontato la cosa in modo un po’ superficiale. Non mi sono resa conto con che cosa avevo a che fare fino a che non ho visto aprire la cassa dentro cui è stato trasportata la scultura. Quando l’ho vista ho capito con che cosa avevo a che fare davvero: un oggetto di cinquemila anni fa. Nel mondo dell’arte contemporanea esiste solo il presente, o al massimo il futuro prossimo.

Non si guarda mai indietro. Questo idolo, invece, ha attraversato i secoli. E mi sono detta: le mie opere non dureranno così a lungo. La cosa mi ha riempito di domande.

Quali?

Lo scultore che ha realizzato l’idolo sapeva che stava facendo qualcosa che doveva sopravvivere nel tempo, un oggetto che doveva essere eterno. E mi sono chiesta: e noi? E io? Ho questa consapevolezza? L’eternità è l’orizzonte dell’arte. Noi saremo in grado di realizzare qualcosa che duri cinquemila anni? Confrontarmi con quella scultura mi ha insegnato la consapevolezza del tempo e il valore dell’eternità.

C’è qualche relazione tra quest’opera e Heart, che ha installato a Napoli alla Fondazione Made in Cloister?

Sono state scelte indipendentemente l’una dall’altra, ma entrambe appartengono a una serie di lavori che sto sviluppando da qualche anno, che si intitola “Le valchirie”, che sono i personaggi della mitologia nordica che volavano sopra i campi di battaglia e riportavano in vita i cavalieri morti per farli combattere per gli dei. Il cuore, in sé, è un simbolo riconoscibile in tutto il mondo. Ho fatto molti cuori negli anni. È parte del mio lavoro, è un tipo di simbologia universale.

Quando Paparoni mi ha invitato a Napoli e mi ha mostrato il chiostro cinquecentesco della chiesa di Santa Caterina a Formiello, ho pensato: “Ha bisogno di un centro, ha bisogno di un cuore”. Nel senso che qualcosa doveva portare l’energia che, in qualche modo, connettesse tutto. Ho adattato l’opera in modo che potesse inserirsi nella struttura di legno al centro dello spazio, ed è diventata un’installazione site-specific.

 

“L’ironia? Fa parte del mio lavoro. Come della vita”

Joana Vasconcelos

 

Nel suo lavoro sembrano convivere un’anima pop e una barocca. È così?

Anche il surrealismo, no?

Anche. Qual è la tradizione in cui si ritrova di più?

Io sono portoghese. Già dal Cinquecento, il Portogallo ha una tradizione multiculturale. Le nostre navi arrivavano in India, Cina, Giappone, Africa, Brasile e da ogni luogo portavamo qualcosa di particolare. La parola stessa “barocco” deriva dal termine portoghese “barroco”, che indicava la perla imperfetta che veniva importata dall’Angola.

Io sono cresciuta in mezzo a culture diverse e questo mi ha resa capace di navigare nel mondo dell’arte assimilandone le varie declinazioni. Se vuoi guardare al mio lavoro come un lavoro pop, puoi farlo. Barocco? Anche. Surrealista? Pure. Concettuale? Perché no? Ci vedi del Nouveau Réalisme? Sì, c’è anche un po’ di quello.

Il mio lavoro è anche femminista, certo. Tratta i temi del gender ed è anche molto politico. Dipende dal tuo background, da dove vieni, dalla tua età, dalla tua cultura, e dal tuo sesso. A seconda di chi sei, vedrai qualcosa di diverso. Ciò che ho fatto è usare alcune qualità portoghesi per essere multiculturale e toccare molti livelli di pensiero. Non potrei esistere come artista, senza il barocco, il surrealismo, il Nuoveu Réaslime, il pop. Sono il risultato di una linea di tempo che inizia, probabilmente, con l’idolo cicladico.