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Francesco Boni

L’uomo è un essere tutto particolare. Non esiste, sul nostro pianeta, nulla di neanche lontanamente simile. Tutta la nostra storia è caratterizzata da usi, costumi, religioni completamente differenti tra loro, apparentemente lontane e inconciliabili anche se esiste e resiste – nella realtà dei fatti – un denominatore comune. Qualcosa che identifica e distingue la specie, rispetto a tutto il resto. La necessità di “accumulare cose”.

A noi piace raccogliere oggetti, osservarli, conservarli e poi ancora utilizzarli per i più svariati scopi: culturali, rituali, religiosi o per il solo piacere di possederli.

L’origine di questo comportamento è nascosta nella notte dei tempi, ben più in là del “collezionismo” che conosciamo e riconosciamo tra le nostre abitudini: quello proprio delle civiltà egizie, assiro-babilonesi, greche e romane e che ha portato passo dopo passo fino alla nascita dei musei. Come dei templi, veri punti di riferimento e di diffusione della rappresentazione visiva della cultura.

Così, di generazione in generazione, pensieri, concetti e idee si palesano e prendono una forma definita attraverso l’osservazione degli oggetti. In questo processo il dipinto e la scultura assumono inevitabilmente un significato centrale, chiudono dentro un’opera compiuta la nostra storia, la memoria. Sono da considerare come evidenziatori, in grado di fissare gli avvenimenti epocali, scolpirli con cura silenziosa e preziosissima nel ricordo di tutti, proteggerli dall’oblio. Sono i documenti d’identità, da esibire per comprendere il cammino della nostra civiltà.

Non è necessario, in queste righe, proporre l’elenco dei Papi, dei Principi, dei Re e di tutte le grandi famiglie che con le loro collezioni – trasformate poi in musei – hanno riempito di valore questo percorso: gli Stein, i Salamon, i Guggenheim, i Rockefeller, fino ai contemporanei Pinault o Prada, sono stati i veri protagonisti della nostra evoluzione, le facce che si sono prese la scena, i nomi destinati a luccicare nella storia.

 

collezionista
Giovanni Odazzi, San Giovanni Battista indica Cristo, XVII secolo, olio su tela, cm 159,5X132.

 

Qui, però, mi piace assegnare un ruolo altrettanto “valoroso” e rilevante anche al piccolo collezionista di oggi, che con la sua semplice attività, con il suo impegno e la sua ricerca, rafforza e consolida – giorno dopo giorno – il nerbo di un’attitudine prettamente umana.

Anche la più piccola collezione ha un’identità, riflette l’importanza del collezionismo che dobbiamo difendere. Le ragioni dell’evoluzione di ogni singolo periodo storico sono date dall’espressione delle molteplicità identitarie, che
studiate singolarmente ci permettono di leggere il nostro passato.

Oggi viviamo la globalizzazione, tutto corre a una velocità altissima ma anche in qualche modo prestabilita: il pericolo, allora, diventa proprio quello strano senso di smarrimento che ci avvolge, la rinuncia all’identità individuale.

Sarebbe un vero e proprio incubo, per quanto mi riguarda è il nemico da combattere. Il sistema contemporaneo tende per sua natura a massificare i comportamenti individuali, sacrificandoli sull’altare del sistema economico imperante: ogni singolo giorno, ogni secondo, ci vengono proposti cultura, usi, costumi e sistemi di vita sempre più uniformi, come gabbie studiate per rendere assolutamente rara e quasi miracolosa la possibilità di distinguersi,
di pensare ed essere “diverso”.

Eppure la storia ce lo insegna: il progresso e le grandi innovazioni scientifiche o culturali arrivano soltanto quando un essere umano riesce ad intuire qualcosa di differente, impensabile ed inimmaginabile rispetto al sistema convenzionale.

Come fosse una ricetta perfetta: bisogna aver la forza di guardare altrove, rispetto al consueto, per regalare a tutta l’umanità un passo in più.

Non dobbiamo – allora – assolutamente perdere la capacità di dibattere, di immaginare, di sognare. L’originalità pensante è l’unico vero motore del divenire per la nostra specie. Il collezionismo, inteso a questo punto come espressione pura della nostra individualità, può rivelarsi un contributo essenziale, un appoggio sicuro sul percorso di acquisizione della coscienza di noi stessi. Una piccola ma granitica fortezza, pronta a difenderci dall’imperversare del luogo comune. La sua arma, invincibile, è la bellezza.

 

 

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