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Francesco Boni

L’informazione è scoperta. Portare alla luce fatti, analisi ed elementi che non sono semplici da raggiungere per tutti. I più attenti lettori della nostra rinnovata rivista, avranno notato che ogni numero è stato caratterizzato da un’inchiesta approfondita su argomenti di attualità.

Nel primo, in piena pandemia, abbiamo voluto provocare con il Requiem per il sistema dell’arte, nel secondo ci siamo proiettati verso il collezionismo del futuro e nel terzo abbiamo preferito affrontare un tema sociale – il Mal
d’Africa – di assoluta storicità. Non vi nascondo che ho provato una profonda emozione, quando la redazione ha deciso di dedicare questa volta il giusto spazio al museo. Quell’entità quasi mistica e fondamentale, che si pone in perfetto equilibrio tra passato, presente e avvenire.

Ecco il motivo per cui mi sono sentito improvvisamente di nuovo bambino. Sono tornato in un solo attimo e a tutta velocità indietro nel tempo, al giorno in cui mio padre mi fece varcare per la prima volta la soglia della Galleria Borghese di Roma. Uno stupore ineguagliabile, rimasi letteralmente incantato dalla capacità unica delle grandi opere d’arte: suscitare, al solo sguardo, una passione. Il Davide con la testa di Golia di Caravaggio, il Raffaello della Deposizione Baglioni, così come L’Apollo e Dafne del Bernini da quel momento sono diventati compagni di viaggio inseparabili della mia esistenza, specchi in cui continuare a riflettere la mia coscienza, in cui cercare me stesso. Lì e davanti a quelle opere è nato nel mio cuore un desiderio di conoscenza quasi infinito, la voglia di comprendere per davvero l’arte in tutte le forme in cui si manifesta.

Ero un bambino con il naso all’insù, la prima volta che mi accorsi di tanto splendore, con l’età più che giusta per andare a scuola. Ed è proprio la funzione didattica del museo ad essere per me indiscutibile.

Basti pensare all’origine etimologica del termine: dal greco Mouseion, luogo sacro alle muse protettrici delle arti e delle scienze.

 

museo
La rivistazione di Banksy delle Spigolatrici di Millet.

 

I primi musei della storia dell’umanità altro non erano che luoghi in cui si riunivano le comunità scientifiche e letterarie del tempo, in cui ci si confrontava per crescere insieme, in cui venivano celebrati momenti formativi dell’evoluzione culturale. Per secoli e secoli le collezioni d’arte sono rimaste poi generalmente inaccessibili al grande pubblico, chiuse e conservate in dimore dinastiche, nascoste dalla ricchezza.

Esclusivamente la Chiesa ha provato a costruire nel tempo un’eccezione illuminata, utilizzando il patrimonio artistico a scopo di diffusione educativa della dottrina e a favore del popolo, che aveva libero accesso ai luoghi delle funzioni dove erano esposte le opere.
Soltanto con l’affermazione dell’illuminismo, però, molto tempo più avanti, è nata l’idea di museo che abbiamo ancora oggi. Quella di luogo adibito alla conservazione di opere d’arte o di oggetti di particolare interesse storico, scientifico o naturalistico.

Il XVIII secolo è stato quello della ragione per eccellenza, da allora è stato riconosciuto a tutti il diritto fondamentale di accedere al sapere.
Per tradizione il primo museo nazionale, in senso moderno, è il Louvre di Parigi, aperto al pubblico nel 1793 e in qualche modo preceduto dai Musei Capitolini a Roma. Nel lontano 1784, infatti, fu Papa Clemente XII a “concedere” al pubblico ciò che fino ad allora era stato fruibile solamente dai ricchi proprietari.

La domanda che considero centrale in questa riflessione, però, è un’altra: cos’è un museo oggi?
L’attuale definizione, formulata nel 2007 dall’International Council of Museums di Kyoto (ICOM), parla di “istituzione no profit permanente, al servizio della società e del suo sviluppo, che acquisisce, conserva, ricerca, comunica ed espone il patrimonio culturale, tangibile e intangibile, dell’umanità e costituisce un ambiente educativo di studio e ricreativo”.

Tutto chiaro e gratificante, come spesso avviene quando si ha a che fare con le definizioni istituzionali. Eppure non possiamo lasciarci sfuggire un aspetto più profondo e celato della questione: le problematiche di attuazione, che diventano evidenti quando si affronta il problema del finanziamento.

Quanto sono disposti a spendere realmente i governi per aiutare queste istituzioni? Negli ultimi decenni l’orizzonte è stato pervaso dal sorgere sempre più rigoglioso di istituzioni private, che spesso e volentieri sembrano svolgere una funzione culturale ma che poi – di fatto – si trasformano in effettivi divulgatori di un sistema parallelo ed economico. Sotto la maschera, rimane ben poco di educativo. Dietro la scena cresce una commercializzazione estrema, con benefici riservati agli operatori di mercato più che al museo. Questo, dunque, è il grande pericolo di oggi: usare l’istituzione – soprattutto i maggiori musei privati – come strumento del sistema economico dell’arte.

Viviamo un momento storico di transizione, abbiamo generato una tecnologia eccezionale, un sistema di comunicazione straordinario nelle potenzialità e sconosciuto a chi ci ha preceduto. Come useremo tale dono? Non mi riconosco le doti di profeta, le possibilità di sviluppo in positivo o in negativo dipendono solo e soltanto da noi.

Io  sono un ottimista e voglio continuare ad esserlo, per questo credo con convinzione che tutto ciò che abbiamo costruito nel tempo debba piuttosto rafforzare la missione ancestrale e più pura del museo. Quell’emozione semplice e straordinaria che provai sulla mia pelle, quando papà mi ci portò la prima volta.

 

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