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Francesco Boni

Voglio aprire il quinto numero della nostra rinnovata rivista con un doveroso ringraziamento ai lettori, tanto numerosi quanto mai avremmo osato pensare. Avete dimostrato con i fatti di apprezzare l’appassionato lavoro di collaboratori e redattori, che partecipano con incredibile entusiasmo alla concreta realizzazione di un’idea.
Il successo ci gratifica e ci spinge ad andare avanti con convinzione ancora maggiore sulla strada nuova che stiamo provando a tracciare: un percorso costruito passo dopo passo su inchieste approfondite e vivaci, che concedono uno sguardo originale sulla realtà. Credo fermamente che a suscitare interesse sia soprattutto l’eterogeneità dei pareri raccolti, le tante voci diverse, come piccole luci in grado di concedere una lettura e una visione dei problemi proposti non univoca, ma completa e democratica.
Il nuovo numero vuole mantenere questo stesso approccio, spostando l’attenzione su un tema molto complesso e di assillante attualità: il rapporto tra arte e natura. L’aforisma di Andy Warhol che avete potuto leggere nelle pagine appena precedenti, è l’introduzione perfetta per riportarci verso una necessità forte che ci richiama tutti – in qualche modo – all’ordine: soluzioni e interventi immediati per la conservazione delle risorse del pianeta che abitiamo.
Parlarne anche in un contesto artistico non è assolutamente fuori luogo, anzi. È indubbio che l’Arte, così come noi la intendiamo, sia nata proprio dall’osservazione della natura, di ciò che ci circonda e ci ha sempre circondato. I primi esseri umani che hanno sentito il bisogno di raccontare la propria anima, le proprie paure, le loro scoperte, hanno impresso sulle pareti delle caverne che li riparavano il loro contatto quotidiano con il mondo naturale. Così ecco i primi disegni di episodi di caccia, animali che rappresentavano una risorsa per il sostentamento ma anche fonte di paura per la sopravvivenza. Ecco la rappresentazione di motivi vegetali o la cronaca di eventi eccezionali.

 

Arte e Natura
“Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”. Andy Warhol

Ecco che anche la semplice vita di tutti i giorni si trasforma in immagini da tramandare nel tempo.
Un esempio probante è il famoso Mosaico del Nilo, dove troviamo di tutto: flora, fauna, acqua, animali, pescatori e  anche elementi cittadini. È la prima esperienza completa, la dimostrazione concreta del fatto che arte e natura si siano incontrati da sempre. Naturalmente.
Nella sua evoluzione l’uomo ha poi imparato – sempre di più – a usare simboli naturali, attribuendogli significati diversi in funzione dell’uso. Un modus operandi portato avanti anche (se non soprattutto) dalle religioni: nel primo Cristianesimo, per essere chiari, il Pesce rappresenta la figura di Cristo. In tutta la storia dell’umanità il senso della natura assume un ruolo simbolico ben preciso, ogni epoca si specchia a suo modo nell’universo.
La continua ricerca di moralità, nell’arte medievale, è manifestata dalla necessità di nascondere il naturale con il fondo oro, mentre nel Rinascimento la natura diventa il luogo in cui si svolge l’azione e trova realizzazione il pensiero umano, quindi il paesaggio si riduce spesso a sfondo nel dipinto. Nel secolo successivo, ancora, è immaginario ed esempio di Perfezione.
Nel Settecento, con il trionfo della ragione, assurge a rappresentazione della realtà visiva, per trasformarsi nuovamente poi nel Romanticismo in luogo dell’anima, lì dove regna l’emozione. Il ventesimo secolo è quello dell’astrazione, eppure la natura non viene dimenticata. La conoscenza approfondita della fisica conduce l’uomo a rappresentarla attraverso l’uso di forme geometriche, come a voler cercare nel tratto ciò che della natura non vediamo ma sappiamo che esiste. L’ambiente naturale viene allora “usato” come luogo da trasformare continuamente, per poter esprimere nel modo più efficace una correlazione con l’azione umana.
Ho parlato della connessione tra arte e natura nell’ambito che mi è più congeniale, la pittura, ma sono sicuro che un letterato avrebbe trovato connessioni similari con la poesia. Perché la natura è ovunque e noi stessi siamo natura.
Così Leopardi ci rivela il suo aspetto crudele, che non restituisce nella maturità ciò che promette in gioventù. Così, ancora, un medico la può ritrovare costantemente tra le erbe naturali e lo sviluppo della sua stessa conoscenza e persino un matematico può ritrovarla nei suoi studi. La nostra evoluzione ci racconta di questa continua e stretta interrelazione in maniera inequivocabile. Una storia che procede come una linea dritta, fino a quando un semplice e giovanissimo impiegato dell’ufficio brevetti di Berna (come sapete, Einstein) irrompe nel mondo della scienza, scompigliando tutto e stravolgendo la concezione dello spazio e del tempo. Le conseguenze, destinate a stravolgere per sempre la nostra visione della natura, le tocchiamo con mano oggi.
Ho aperto questo scritto citando un aforisma di Andy Warhol, è quasi inevitabile ora concluderlo con le parole ancora più famose e definitive di William Shakespeare: “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia…”.
Non c’è sogno più grande, insomma, di riuscire a vivere la vita e il nostro mondo in pienezza e per quello che sono. Doni meravigliosi e sorprendenti, sempre. Buona lettura!

 

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