Conobbi Concetto Pozzati intorno alla fine del trascorso millennio, non appena conclusi il mio percorso Accademico.
Ricordo perfettamente di lui, sotto il profilo umano, celato da una figura importante e uno sguardo particolarmente indagatore, un carattere mite e accogliente, severo ma giusto. Ricordo soprattutto la sua capacità innata nell’ascoltare. Ascoltare noi, ai tempi giovani studenti e appassionati che il “Poz” modellò – più che formò – generazione dopo generazione. Concetto Pozzati fu straordinario e colto insegnante, in molte delle più prestigiose Accademie italiane seppe lasciare il proprio indelebile segno, di uomo prima e di artista poi. Sotto la corazza veneta, il cuore batteva per quella Bologna che pareva essergli cucita addosso. Fu la Bologna di Licini e Morandi, la Bologna che gli permise di dare alla luce i primi vagiti di una ricerca instancabile per oltre cinquant’anni. Erano gli anni Sessanta, vera e propria tempesta creativa per coloro che provarono a decodificarli. Da un surrealismo di trincea, freddo e quasi fisiologico per l’età (nemmeno trentenne), Concetto seppe con intelligenza, sintesi, sarcasmo e dialettica alta, intercettare i cambiamenti repentini della società che lo ospitò. Declinò il transito della Pop Art (specie quella romana), registrando le oscillazioni di un sismografo\pennello mai scontato e mai appagato, formando con Emilio Tadini e con l’amico Valerio Adami un sodalizio legato alla Surreal\Pop\Colta. Nacquero le Restaurazioni, gli Specchi, le Porte, i Droste, per Difendere il suo Blu, gli Impossibili Paesaggi, A che Punto siamo con i Fiori, le Sentinelle, i Burattini, le Biblioteche dei Segni, i Family Album, il Tempo Sospeso, le Pelli, a Casa Mia, Ciao Roberta, i Vulvare. Furono questi solo alcuni dei celebri cicli che Concetto Pozzati ci regalò e che ancora oggi, nella loro straordinaria e intramontabile attualità, meritano e meriteranno nel futuro un pensiero attento e mai scontato. Ebbi modo di incontrarlo e intervistarlo in più di un’occasione; ci confrontammo più volte sul tema particolarmente sentito da entrambi delle De-Posizioni Croce-Fissioni. Impossibile condensare in poche battute ciò che Pozzati lasciò a molti. A quasi otto anni dalla sua scomparsa il compito di chi scrive non è solo quello di tradurre e interpretare filologicamente una ricerca così colta, articolata e complessa; ma anche, semplicemente, di riportare alla memoria del lettore un nome, un uomo, un artista del quale non si possono perdere le tracce nei labirinti di una storia che tende troppo presto e con poco rispetto a fagocitare ogni dimensione e ogni pensiero. Un grazie allora per coloro i quali, fortunati come il sottoscritto, lo frequentarono e ne catturarono l’essenza. Un grazie oggi alle donne e agli uomini che continuano e continueranno a narrarlo attraverso l’esegesi della sua ricerca, un grazie alla famiglia Pozzati per l’incessabile lavoro di divulgazione (ricordo la recente antologica “XXL”, allestita a Bologna nella splendida e suggestiva cornice di Palazzo Fava). Il grazie più grande, concedetemi la familiarità, va a te Concetto, per il cammino che ci hai indicato. Continuerai a osservarci da lassù, inarrestabile e attenta Sentinella della pittura.
Immagine di copertina – Bologna vista dall’alto
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