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Dignità e resilienza nell’America ferita: a Milano le fotografie di Dorothea Lange

Dorothea Lange Un grande cartello con la scritta "Sono un americano" affisso sulla vetrina di un negozio tra le [401-403 Eighth] e Franklin Street l'8 dicembre, il giorno dopo Pearl Harbor. Il negozio è stato chiuso in seguito all'ordine di evacuazione delle persone di origine giapponese da alcune zone della costa occidentale. Il proprietario, laureato all'Università della California, sarà ospitato insieme a centinaia di sfollati nei centri della WRA per tutta la durata della guerra Oakland, California. 1942 The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington
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Fino al 19 ottobre 2025 il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano si trasforma in un viaggio visivo nell’America degli anni Trenta e Quaranta attraverso le fotografie di Dorothea Lange.

Il progetto – curato da Walter Guadagnino e Monica Poggi, in collaborazione con CAMERA (Centro Italiano per la Fotografia) – rende omaggio all’artista in occasione dei 130 anni dalla sua nascita, offrendo al pubblico l’occasione per conoscere una delle voci più autentiche e intense della fotografia del Novecento

Con il coraggio della reporter e la sensibilità dell’artista, Dorothea Lange racconta con estrema naturalezza le condizioni critiche in cui viveva gran parte dei lavoratori agricoli negli anni Trenta, facendo luce su temi quali la povertà, la crisi climatica e la discriminazione.

La prima parte del percorso espositivo si concentra sul terribile binomio tra Grande depressione e le Dust Bowl, una serie di tempeste di sabbia devastanti che costrinsero milioni di famiglie a lasciare le proprie terre e le proprie case per cercare fortuna altrove. Lange immortala così viaggi interminabili, baraccopoli e miseria, ma al centro della sua narrazione non c’è la disperazione: emergono piuttosto i volti, segnati da fatica e privazioni, che conservano intatta la loro dignità e diventano testimoni silenziosi di un’epoca segnata da profonde ingiustizie sociali.

Aderendo al programma della Farm Security Administration, nato per sostenere le politiche del New Deal, Lange viaggia con il marito attraverso gli Stati Uniti raccogliendo testimonianze di luoghi e persone, con l’obiettivo di mostrare al governo americano quanto lavoro resti ancora da fare per riparare i danni della Grande Depressione. Dietro ogni fotografia si cela una storia, che l’artista restituisce in breve nei titoli: i ritratti non sono solo soggetti, ma persone con un passato e un presente. L’intento è chiaro: umanizzare la tragedia e riportare al centro del discorso politico ed economico chi ne è rimasto escluso. In titoli come “La giovane madre, venticinque anni, dice: L’anno prossimo avremo la nostra foto di famiglia, un prato e dei fiori. Villaggio rurale di baracche, vicino a Klamath Falls” emerge l’impostazione giornalistica di Lange, che annota con precisione contesto e parole dei soggetti. Allo stesso tempo, però, è impossibile non cogliere la carica emotiva di una frase tanto semplice quanto drammaticamente distante dalla realtà ritratta nello scatto.

La seconda parte della mostra racchiude un nucleo di fotografie scattate tra il 1941 e il 1945, anni in cui un altro evento attira la sua attenzione. Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’entrata in guerra degli Stati Uniti, gran parte della comunità nippo-americana viene internata in campi di prigionia, considerata – fino a quasi la fine del conflitto – come potenziale traditrice della patria. Si tratta di un capitolo poco noto della storia, che Lange racconta su incarico governativo: le fotografie avrebbero dovuto mostrare condizioni di vita apparentemente decorose all’interno delle aree protette, evitando dunque di immortalare filo spinato o militari. Contraria a questa impostazione, e alla legge profondamente razzista, Lange sceglie di concentrarsi ancora una volta sulle vittime, in particolare anziani e bambini, evidenziando un paradosso doloroso: bambini che leggono fumetti americani, indossano abiti americani e cantano vivacemente l’inno nazionale, ma vivono isolati dai propri coetanei.

Attraverso immagini nitide e colme di sensibilità, Dorothea Lange racconta contesti drammatici senza mai cancellare la dignità di chi vive la sofferenza, unendo l’avvilimento alla forza e alla resilienza. É quello che accade nell’emblematica serie Migrant Mother, dove una madre di sette figli posa davanti all’obiettivo con sguardo afflitto ma determinato, che sembra rendere complici della sua condizione tutti coloro che osservano la fotografia: il suo dramma personale viene così elevato a condizione umana universale e atemporale.

Come la stessa Nadia Righi, direttrice del Museo Diocesano, dichiara: “I temi toccati da Dorothea Lange nei suoi scatti sono di estrema attualità: la povertà, il fenomeno delle migrazioni, la dignità dell’uomo, l’esigenza di giustizia, il coraggio di lottare per cambiare ciò che è sbagliato e ingiusto. […] Di fronte a queste immagini siamo chiamati a interrogarci su ciò che oggi ciascuno di noi possa fare per costruire un mondo migliore”.


Dorothea Lange
A cura di Walter Guadagnino e Monica Poggi con la collaborazione di Camera – Centro Italiano per la Fotografia
15 maggio – 19 ottobre 2025
Museo Diocesano Carlo Maria Martini, Piazza San’Eustorgio 3 Milano

www.chiostrisanteustorgio.it
@museodiocesanomilano


Immagine di copertina: Dorothea Lange, Un grande cartello con la scritta “Sono un americano” affisso sulla vetrina di un negozio tra le [401-403 Eighth] e Franklin Street l’8 dicembre, il giorno dopo Pearl Harbor. Il negozio è stato chiuso in seguito all’ordine di evacuazione delle persone di origine giapponese da alcune zone della costa occidentale. Il proprietario, laureato all’Università della California, sarà ospitato insieme a centinaia di sfollati nei centri della WRA per tutta la durata della guerra, Oakland, California. 1942 – The New York Public Library | Library of Congress Prints and Photographs Division Washington


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