Chiude, con la quinta e ultima edizione, il programma Pensare come una montagna, ciclo di eventi della Biennale delle Orobie, organizzato dalla GAMeC di Bergamo con la direzione artistica di Lorenzo Giusti.
Un progetto diffuso in tutta la provincia, che con il suo abbarbicarsi sulle montagne insieme ai suoi cittadini e artisti internazionali ha creato un percorso di condivisione sia artistica sia di riflessione sui temi della sostenibilità e dello scambio collettivo. Il titolo fa riferimento al libro A Sand County Almanac (1949), dell’ecologo e ambientalista americano Aldo Leopold, che sottolinea la profonda interconnessione degli elementi dell’ecosistema, un invito a osservare la natura, ad avere una visione più ampia ispirata al rapporto che abbiamo con essa. La montagna è il punto o la prospettiva da cui si osserva la relazione, in questo caso intessuta con le comunità delle Valli bergamasche.
Partiamo dal rapporto tra la comunità e gli artisti, in particolare in Val Taleggio, dove viene esposta nella stalla della Gherba di Sottochiesa la scultura Mother of Millions di Gaia Fugazza, realizzata in collaborazione con NAHR – Nature, Art & Habitat Residency dopo un periodo di residenza. Lo spazio, abitualmente destinato ad animali o al sostentamento, diventa la casa di una scultura in terracotta che indaga il rapporto tra cura, rigenerazione e comunità. Rappresenta una donna con le braccia aperte in un gesto o un abbraccio che sembra voler accogliere i visitatori. La figura è ispirata alla Mother of Millions (Kalanchoe delagoensis), pianta del Madagascar capace di riprodursi in maniera asessuata, creando dei cloni sulle sue foglie, che cadendo al suolo genereranno altre piante. Questa metafora di autoriproduzione è ciò che ha ispirato Fugazza nella realizzazione dell’opera, in quanto la donna ha sulle braccia tanti piccoli germogli che da un lato creano una moltitudine di esseri, ma dall’altro cercano sostegno e protezione. Rappresenta la forza generativa, la capacità di pensare collettivamente attraverso saperi e pratiche condivise. Infine, la superficie dell’opera è solcata da incisioni e pigmenti colorati che raffigurano frammenti visivi raccolti dall’artista durante la permanenza in Val Taleggio, inglobati dalla pelle di terracotta della scultura, evocando la memoria delle incisioni rupestri come primi gesti delle comunità connettendo territorio, paesaggio e corpo.
Spostandosi a Gerosa, nella valle di Brembilla, l’artista Bianca Bondi realizza, appositamente per la chiesa sconsacrata di Santa Maria in Montanis, l’opera Graces for Gerosa. Il progetto vede uno stretto dialogo con l’edificio religioso di origine romana, evocando la dimensione evocativa e simbolica della chiesa. Al centro dello spazio si trovano sette sculture in gesso che rappresentano sette corpi umani a grandezza naturale, realizzate a partire dai corpi di volontari del paese, di cui non c’è volutamente la testa. Ogni calco conserva interiormente la memoria del corpo che l’ha abitato, trasformandosi in guscio danzante che evoca fossili umani, restituendo così la permanenza del corpo e la sua unicità. L’iconografia delle Grazie, figure capaci di suggerire un’armonia corale e cosmica, trova la sua ispirazione nella collettività, dove il corpo umano si fa medium tra il terreno e l’immateriale, attualizzando la continuità di gesti e forme attraverso il tempo. Le sculture sembrano nascere direttamente dalla chiesa, come un’estensione dell’intonaco stesso che contribuisce a creare una scena sospesa e senza tempo. Infine, i corpi senza teste, sostituite da bouquet di fiori, coralli e materiali organici cristallizzati, non solo tutelano l’identità dei partecipanti, ma trasformano ogni corpo in un contenitore vitale di energia e di rinascita. La danza, nell’opera di Bondi, si fa linguaggio universale di unione e celebrazione collettiva.
Ci troviamo poi a Dalmine, dove l’artista Abraham Cruzvillegas presenta un nuovo intervento site-specific nel cuore dell’area industriale in collaborazione con Fondazione Dalmine, il Comune e tre cooperative locali che operano sul territorio (Il Sogno, La Solidarietà e Oasi Il Picchio Verde). Il titolo An unstable and precarious self-portrait munching some traditional Fritos, sipping a couple of caballitos of Casa Dragones, after a busy journey with some dear friends, listening at the same time to the ‘Clair de lune’, performed by Menahem Pressler, and ‘Folie à Deux’, by Stefani Joanne Angelina Germanotta, allude alla mescolanza di esperienze individuali e collettive, memorie personali e riferimenti culturali globali, che convivono senza gerarchie, in una composizione aperta e polisemica. L’opera è composta da tubi d’acciaio dipinti e tre carriole che svettano come bandiere battute dal vento, in un assemblaggio di oggetti impregnati di stratificazioni culturali e territoriali, con riferimenti alla storia economica di Dalmine, ai suoi paesaggi naturali, alla fauna e alla flora, all’ingegneria, al lavoro e alla solidarietà. L’artista usa il verde ultra-opaco e il rosa iper-lucido per dipingere l’installazione, profondamente legati alla sua pratica artistica in Messico. L’opera rifiuta un significato univoco divenendo un dispositivo aperto all’interpretazione: le carriole possono essere viste come un richiamo alla fatica degli operai o simbolo del lavoro agricolo, le aste metalliche possono suggerire strutture industriali o totem rituali. In ogni caso l’opera di Cruzvillegas rinegozia i termini interpretativi con concetti ambigui e mutevoli che tutti sono chiamati a osservare e reimmaginare. Inoltre, in occasione della giornata inaugurale, il musicista e performer Dudù Kouate ha attivato, attraverso il suono, la scultura e alcune carriole utilizzate nel lavoro quotidiano dai membri delle Cooperative che hanno partecipato al progetto. La performance, nata da un dialogo fra Dudù Kouate e Abraham Cruzvillegas, racconta del processo creativo e della scultura attraverso suoni e musica.

Nel centro storico di Almenno San Bartolomeo l’artista Agnese Galiotto realizza, sulla facciata della Casa dell’Amicizia, l’affresco La montagna non esiste. La sua diagonalità richiama la sagoma della montagna che si staglia sullo sfondo ed è realizzata con la tecnica dell’affresco tradizionale. In un tripudio visivo di forme e colori troviamo uno stormo di uccelli di specie diverse, che sorvolano una pianura piena di fiori colorati da dove spuntano mani congiunte in un gesto che richiama da un lato la precisione della pratica scientifica dell’inanellamento, e dall’altro il gesto intimo e quotidiano di raccogliere un fiore. Il colore dominante è quello caldo del mattone e ricorda gli intonaci antichi del borgo e i boschi d’autunno. Gli uccelli migratori, infine, vogliono simboleggiare l’assenza dei confini e la loro precarietà, collegando aree geografiche apparentemente lontane e diverse, restituendo l’idea di un paesaggio unito e in movimento. Il titolo, La montagna non esiste, evoca un confine che non c’è e propone un nuovo modo di approcciarsi al mondo naturale meno romanticizzato e più politico.
Tornando a Bergamo, negli spazi del museo GAMeC, troviamo la mostra antologica dell’Atelier dell’Errore, che raccoglie alcuni tra i nuclei più significativi della loro produzione artistica a partire dal 2015, anno in cui il laboratorio di arti visive dedicato ai bambini e alle bambine neuro-divergenti, fondato dall’artista bergamasco Luca Santiago Mora nel 2002, viene ufficialmente costituito come collettivo. La mostra, divisa in due parti, esplora nello Spazio Zero del museo il tema della sessualità; al primo e secondo piano le opere di AdE convivono con il percorso espositivo permanente. L’antologia comprende dipinti, disegni, video e installazioni ricreando il corpo stesso del gruppo: un organismo collettivo vivente e attivo guidato da un approccio visionario e rigoroso. L’AdE, attraverso il racconto plurale, crea creature inedite, profetiche e mai finite, animali mutanti e polimorfi che sgretolano i confini del reale, abitando le soglie di un futuro possibile attraverso una zoologia fantastica. In occasione dell’opening, alcuni partecipanti dei laboratori dell’Atelier dell’Errore hanno agito una performance attivando alcune opere esposte, in una narrazione poetica distopica e satirica.
Sempre negli spazi della GAMeC troviamo l’opera pittorica di Pedro Vaz, ispirata dal paesaggio montano dell’Alta Via delle Orobie Bergamasche, sviluppata dopo un periodo di studio sul campo. L’artista ha usato un approccio che riflette pienamente la sua pratica, basata sul contatto diretto con luoghi remoti, esplorati nell’ambito di spedizioni che stimolano un’esperienza corporea immersiva.
Infine, nella Valle della Biodiversità di Astino, in collaborazione con l’Orto Botanico “Lorenzo Rota” di Bergamo, l’artista spagnola Asunción Molinos Gordo sviluppa un workshop artistico-partecipativo che, a partire dall’archivio dei semi custodito dall’Orto, raccoglie e condivide le storie delle persone coinvolte, proponendo una riflessione collettiva sul concetto di Seeds Kinship, cioè la capacità dei semi di generare legami affettivi e alimentare un senso di appartenenza attraverso il tramandare i saperi e le conoscenze delle comunità.
PENSARE COME UNA MONTAGNA #5
un progetto di GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo
Direzione artistica di Lorenzo Giusti
4 ottobre 2025 – 18 gennaio 2026
www.pensarecomeunamontagna.gamec.it
@gamec_bergamo
Immagine di copertina: Atelier dell’Errore, TEN, Veduta dell’installazione, GAMeC, 2025 – Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, ph. Lorenzo Palmieri
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