Due mostre, Boldini, De Nittis et les Italiens de Paris e Picasso Lo straniero, a ridosso dell’inizio e della fine dell’anno in corso 2024, di cui ArteIn riferisce, in posticipo e in anticipo, convenuta la straordinaria convergenza tematica con l’edizione corrente: gli stranieri ovunque, soprattutto se artisti.
La prima, da poco terminata al Castello di Novara, protratta fino al liminare primaverile dall’autunno scorso, preziosa e rara: Les Italienes a Paris (lo diciamo in francese per vizio esterofilo, ma la mostra si definisce in italiano: Gli Italiani a Parigi), De Nittis e Boldini, anzitutto, ma anche Zandomeneghi, Corcos e altre esemplari presenze. La seconda, ancora da venire, ma conviene anticipare ampi stralci, Picasso Lo straniero, a Palazzo Reale a Milano, dal prossimo settembre, fino al febbraio 2025. Entrambi i progetti espositivi, ben accurati e assai bene presentati al pubblico (testimoniamo il valore del primo, già concluso, ma abbiamo buona fiducia nel secondo, atteso per il prossimo autunno), danno conto con precisa assonanza dell’intento tematico che proponiamo nel presente numero della rivista, in armonia con quello proposto dalla Biennale veneziana in corso di svolgimento: Stranieri ovunque, benché e purché artisti.

I pittori italiani erano una schiera nutrita nella capitale francese della Belle Epoque, e anche da prima di quel tempo felice. A Novara abbiamo trovato, con generoso stupore, la grazia di Francesco Paolo Michetti e l’Orientalismo soffuso di Alberto Pasini. Salvo poi imbattersi, come in un film di Kubrick, nell’animoso e incessante duello armato di pennello tra il saettante, immediato e imprevedibile, elegante, e nondimeno slanciato come un cadetto di Francia (così egli si doveva sentire, come tutti gli italiani a Parigi) nel gesto pittorico, Giovanni Boldini, e il compunto, soave, e apertamente romantico Giuseppe De Nittis, nondimeno assai nutrito di ineguagliabile tecnica del colore e della luce.
Tra loro, padrini di eccezione e di rispetto, Antonio Mancini e Federico Zandomeneghi, sperimentatori originali ispirati agli influssi del primo Novecento, concentrati sulle forme più che sul disegno. Algido, scientifico nella resa dei dettagli, e altrimenti così iconico nella riproduzione dell’ambiente sofisticato della sale e delle dame fin de siècle è Domenico Matteo Corcos, superbamente restituito in mostra.
Mentre Boldini, con grande virtù, ritraeva dame dalle labbra arricciate e roride come ciliegie, in attitudini da dive ante litteram, Corcos coglieva l’attimo fuggente di una nobiltà femminile in decadenza, fragile e gentile, ma superba.
Dispiace che questa rassegna di talenti fine Ottocento – primo Novecento sia conclusa, ma torneranno, come sempre torna il talento.

Ed ecco Picasso giovane, virtuoso pur egli, assai più virtuoso, benché meno geniale – come sostengono i critici – degli anni a venire.
La mostra di Milano presenterà, a partire dall’immagine scelta come biglietto da visita dell’esposizione, un Picasso straniero a sé stesso (La lettura della lettera, Parigi) per così dire, ovvero la parabola parigina, lunghissima, tant’è vero che le opere in mostra provengono prevalentemente dal Museo nazionale di Picasso a Parigi, e, nonostante ciò, alieno in patria elettiva, poiché dalla Francia, l’artista, non ottenne mai cittadinanza.
Con più di 80 opere in esposizione, la mostra di palazzo Reale rende conto della intensa e feconda attività creativa di Picasso in Francia, che riflette sugli argomenti in voga: accoglienza, immigrazione, relazione con l’altro, e il lavoro di supporto alla documentazione di Annie Cohen-Solal, autrice della prima biografia di Jean Paul Sartre e allieva di Leo Castelli, è servito a rivelare carte segrete nascoste per decenni negli archivi polizieschi parigini.
A esempio, sapremo che quando De Gaulle capisce che Picasso è considerato uno dei più grandi artisti viventi del suo tempo vara la loi sur la dation en paiement. Con la conseguenza che gli eredi, alla morte del maestro, doneranno alla Franca alcune migliaia di opere d’arte e 200 mila documenti d’archivio, un patrimonio che ha permesso la creazione dell’attuale Museo Picasso nel centro di Parigi nel 1985.

Uno straniero artista, sospetto in vita, ma utile dopo la morte, dunque.
Ceramiche, disegni, collage, stampe, fotografie, video e documenti permetteranno al visitatore di conoscere il mondo di Picasso, la sua vita, il suo successo e il rapporto con le donne, oggetto di una ricerca critica da parte dei curatori. “Ho trovato documenti, impronte e fotografie che dimostrano come la polizia considerasse Picasso un alieno e un reietto”, afferma Annie Cohen-Solal. “Per tutta la vita fu tenuto sotto controllo per tre motivi: non parlava francese e veniva trattato come uno straniero; era sospettato di essere anarchico perché aveva frequentato alcuni Catalani e, infine, in quanto artista all’avanguardia, era stato rifiutato dall’accademia di Belle Arti”.
Chi l’avrebbe mai detto? Nessuno è profeta in patria. Tantomeno un artista sarà mai profeta fuori patria. Ma il mercato non ha patrie, si sa.
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