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Paolo Sciortino

Pino Deodato porta nel nome un destino di grazia, e nelle mani l’artificio che la trasmette sulla tela, nella creta, nel bronzo e perfino nella cartapesta. Pino ha abituato i collezionisti a conservare sulle pareti di casa piccole zone di luce che riflettono l’energia potente di mondi implosi nelle galassie dell’immaginazione, del sogno, del ricordo ancestrale collettivo.

Le figure raccolte in una preghiera infinitamente sommessa sono spiriti protettori del domicilio, lari e penati sparpagliati in diaspore silenziose tra i gesti comuni e i riti universali del vivere quotidiano. Gli esseri che popolano la dimensione spirituale dell’artista escono da quel recinto affollato e fantasmatico per dirigersi come amuleti nei destini degli altri. Essi hanno posture fisse che possono essere immobili fino alla meditazione estatica oppure anche atletiche, dinamiche, ardimentose, ma sempre aggraziate.

 

Pino Deodato, Chiodo fisso, 2018, terracotta policroma, cm 5x21x6. Foto Maurizio Longhi.

 

Tra le maglie del repertorio immaginifico che si è andato formando sul cammino dei piccoli miracoli deodatei si dipana oggi il racconto di questa saga triste contemporanea, epica senza gloria di popoli senza casa, in un mondo globale paradossale, ovvero sempre più chiuso. La trama si articola in cinque capitoli, e sarà pubblica a partire dal 2 luglio 2021, fino a fine agosto, con una mostra alla torre viscontea di Lecco, per la cura della galleria Melesi e del COE (Centro Orientamento Educativo), organizzazione umanitaria che sostiene l’iniziativa.

Immagini, suggestioni e chiavi liriche dell’artista, per questa nuova opera di restituzione della cronaca all’umano, sono affatto riconoscibili e precisamente chiari nella memoria della sua biografia culturale e artistica: omini che si tuffano, madri assorte nelle stanze, biblioteche incombenti su lettori in raccoglimento, figure di mangianti-non mangianti, piccoli mondi sommersi che raccontano, piuttosto, stati sospesi di grazia, nei drammi dell’umanità, anche quando descrivono naufragi.

È appunto la cifra stilistica di Pino Deodato, la grazia, anche se egli si cimenta in commenti pittorici, o plastici, sullo stato miserando delle cose di oggi, per fortuna, il risultato espressivo è sempre godibile entro una gamma sensitiva che esclude lo shock ripugnante, la catarsi repellente (contro, sempre per fortuna, la convenzione omologata dell’arte corrente). Come se la scena terribile di un’umanità costretta a stenti, fatiche e tragedie fosse dall’artista contemplata dai troni del cielo, con misericordia lucida, astrazione olimpica dal Male e comprensione divina del Bene.

 

Pino Deodato
Pino Deodato, La Santa pittura, 2002, olio su tela.

 

Il racconto deodateo si articola in cinque capitoli, ed esibisce ogni manifestazione dell’arte: disegno, pittura, scultura e installazione. Un viaggio narrativo che parte dalle mura domestiche, evocate in piccoli ambienti chiusi, minuziosamente raffigurati dalle mani dell’artista in terrecotte modellate a cesello, con la tecnica dell’engobbio, ovvero dipinte prima della cottura, per ottenere quell’iridescenza soffusa del colore che si fonde nel calore, armonie claustrofobiche ben governate tuttavia dalla pazienza della ragione, forse dalla rassegnazione anche, ma non lagnosa: assai dignitosa semmai.

Dentro le coscienze degli individui, non più massa, ma monadi confinate in uno spazio interiore che si dilata per la metratura cubica appena sufficiente a contenere un’anima segregata, ecco che la percezione dello spettatore, di chi ascolta e vede le storie di Pino Deodato, coglie lo spettacolo doloroso dei naufragi, delle insensate morti in mare, attraverso tende dipinte, drappi appesi che formano il supporto fisico e pittorico dello sguardo sull’esterno.

 

La serie di terrecotte policrome “Cura e viaggio”, 2021.

 

Si assiste a scene infernali, in bianco e nero onirico, rappresentate con l’inopinata calma di un sogno contraddittorio, dove le merci circolano liberamente ma gli esseri umani non possono: come quando si vivono nel sonno le peggiori catastrofi ma l’animo che le registra non ne è sensibilmente scosso, contempla dissoluzioni e tregende con distacco, senza cinismo tuttavia, ma con la forza e il coraggio che servono a testimoniare con esattezza l’orrore che ci tocca, affinché sia del tutto chiaro quanto e come l’intera umanità sta permettendo ciò che sta capitando proprio a sé stessa.

Di qui, dalla constatazione implacabile della verità delle cose, il percorso della mostra vira verso il cielo delle astrazioni, non certo nel senso dello stile, ma in quello della immaginazione narrativa: incontriamo una natività ambientata nell’anno 3019, quando l’umanità, ormai estinta, ha sgombrato il mondo della propria presenza e lasciato libero quello che un tempo era l’ecumene al resto del mondo animale.

Quel Natale del futuro è comunque omaggiato da un presepe dove nasce un bambino cullato tra le braccia di una madonna orso. L’opera è di grandissimo formato, tre metri per quattro, e fissa il culmine parabolico della favola umana di Pino Deodato in mostra a Lecco. Raggiunto il climax la storia intraprende il ritorno, tornando sulle stesse visioni a ritroso, ma nella chiave dell’esodo: ancora testimonianze dei pericoli dell’emigrazione ma estese alla condizione umana universale, con l’accortezza di sottolineare che siamo tutti prigionieri nella nostra terra e tutti ne vorremmo evadere.

L’ultimo quadro apre a un lieto fine agrodolce, se non proprio amaro: l’approdo fortunato, l’accoglienza riuscita, l’area della salvezza preconizzata dalla visione della natività animale, il bambino che rinasce, dopo il buio del tempo, una volta redenti gli effetti della sopraffazione operata da noi medesimi sul genere umano. Così Pino Deodato comincia e conclude la piccola Genesi moderna che si consuma nel Mediterraneo, ritornando a visitare le sue specie formali, i suoi intimi contenuti.

Una parabola dell’eterno ritorno che ripercorre a ritroso i luoghi dello spirito frequentati dall’artista negli anni: rivediamo le madri pensose e assorte su letti inviolati, ricontiamo le ore dell’attesa prima dei grandi eventi, quando a segnare il tempo non è ciò che accade, ma ciò che deve accadere. Il maestro ha ripassato pro domo nostra tutta la sintassi operativa del proprio fare artistico e lo incontriamo di nuovo nel punto in cui egli, accompagnato dalle fioche ma potenti luci dei piccoli esseri che sempre lo scortano, sempre ritrova sé stesso.

 

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