Premio ArteiN | In dialogo con Fiona Sartoretto Verna

Fiona Sartoretto Verna con l’opera “Vortice Loto Verde & pioggia” c/o Studio Sartoretto Verna di Roma, 2026 - Courtesy dell’artista, ph. Roberta Laganà
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In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.

Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione. 


Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?

Il mio primo incontro con l’arte non è stato un momento preciso, ma una presenza costante. Mia nonna era pittrice e da bambina, nella sua casa nel centro di Torino, ero affascinata dai cavalletti, dagli olii e dai suoi pastelli. La mia è una famiglia torinese di designer e architetti, profondamente legata al senso del bello. I miei genitori mi hanno immersa fin da subito nell’arte e nel design, portandomi a visitare musei, gallerie e monumenti fin da piccolissima. La nostra casa era abitata da tantissimi oggetti di design, l’ho scoperto solo tanti anni dopo quando frequentavo il corso di Industrial design a Valle Giulia, aprivo i libri e tutto mi era familiare: la TV Brionvega gialla, le poltrone Vasilij di Breuer, l’Arco e la Parentesi di Castiglioni, i Tulip di Saarinen; mio nonno lavorava per Camillo Olivetti, abbiamo ancora una casa sopra a Ivrea piena di cimeli.

Così l’arte è entrata nelle mie vene, nel modo in cui ho sempre osservato il mondo: nei dettagli, nei materiali, nelle trasformazioni della natura. La formazione in architettura ha poi strutturato questo sguardo, insegnandomi a pensare lo spazio e la relazione tra le forme. Volevo fare la pittrice ma i miei genitori mi volevano architetto così, pensai, va bene! Farò un percorso che mi permetterà di tenere la matita sempre in mano, e così è stato!

Un momento importante è stato il periodo negli Stati Uniti, in South Carolina, dove ho vissuto per tre anni e dove ho iniziato a dipingere e sperimentare. La mia insegnante, l’astrattista Aj Finley McRee, ha avuto un ruolo fondamentale: passavamo le sere a parlare di arte, colore e natura. Vivevo in una vecchia piantagione circondata da camelie e azalee; a primavera era un mare rosa, era immensa, avevo un dock e dei tramonti incredibili, mi sedevo lì ogni giorno, ascoltavo le scariche elettriche dell’aria, guardavo gli uccelli, i delfini: molto romantico. Le notti erano illuminate da cieli stellati e una luna che creava le ombre. Potevo vedere i live oak e lo spanish moss disegnare a terra le sue forme.

Tornata a Roma, all’Accademia RUFA ho incontrato Simonetta Gagliano, che mi ha trasmesso la tecnica pittorica.

Poi i viaggi, oltre 48 paesi hanno ampliato il mio linguaggio, portandomi verso una ricerca più libera e sperimentale. Mi piace viaggiare; sono avventurosa e il mio lavoro mi porta in posti talvolta remoti. Ero in Arabia, quindici anni fa, velata e con le mie Abaye, sfuggendo all’allora polizia religiosa; sono stata e sono testimone del loro grande cambiamento, come quello degli USA prima e dopo il covid, e tanto altro ancora.


Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?

Attualmente, quattro sono le collezioni che fanno parte del mio percorso artistico. In ordine di tempo: Macroeco, Fiori di Plastica, Le Soglie e i Vortici. 

La mia ricerca è oggi concentrata sulle emozioni umane e ruota attorno al concetto di vortice come forma visibile di forze invisibili. Non mi interessa rappresentare un’immagine ma tradurre un’energia: emotiva, naturale o collettiva, una sorta di “Emozionismo”. I vortici sono spazi di passaggio, luoghi di trasformazione in cui tensioni, desideri e conflitti prendono forma. Nel tempo il mio lavoro si è evoluto da una riflessione sulla natura e sui materiali verso una dimensione più interna e universale, in cui l’esperienza umana diventa centrale. 

Una delle mie passioni è la botanica. Ho realizzato tantissimi giardini in USA e parchi a Roma e nei dintorni; anche quello della sede del mio studio, con statue giganti stile Gaudì. Il mio amore per la natura mi ha fatto riflettere su quanto la stiamo inquinando. Da lì è partita tutta la mia collezione sui Fiori di Plastica; sono immagini macro di fiori –  ho sempre adorato O’Keeffe – avvolti in veli di plastica. Non c’è soffocamento ma simbiosi,  la plastica ormai avvolge tutto. È la mia denuncia contro un mondo che si sta autodistruggendo.

Poi sono venute le Soglie, ero ancora nella pittura tradizionale, qui mi è venuta l’idea di creare un ponte dimensionale! La collezione Le Soglie nasce dal desiderio di attraversare i confini del visibile. Ogni quadro a olio su tela è un varco: un portale che non chiede solo di essere osservato, ma superato. Sono opere che si aprono come finestre su mondi interiori, luoghi abitati da immagini, memorie e intuizioni che emergono solo quando scelgo di ascoltare ciò che si muove dentro di me. Queste opere non sono nature morte. Sono nature vive, pulsanti, cariche di trasformazione. La loro vitalità è racchiusa in un simbolo costante: il vaso. Il vaso è l’elemento chiave dell’intera serie, presente sia come dettaglio intimo sia come forma intera e dominante. Opere in cui il vaso diventa addirittura custodia e prigione di una storia d’amore finita male, un contenitore che invece di proteggere trattiene, sigilla, soffoca ciò che non riesce più a evolvere. Il vaso è contenitore, guardiano, corpo simbolico. Soprattutto è la chiave della soglia: l’oggetto che permette l’accesso a un altrove, il punto esatto in cui il mondo reale si incrina e rivela dimensioni nuove. 

Poi sono arrivati i Vortici, che sono nati dentro di me molto prima che sulla tela o sullo schermo. Sono movimenti invisibili, correnti interne, onde improvvise che salgono dal profondo quando l’emozione mi supera. Sono quei turbamenti che si addensano nello stomaco e risalgono fino al petto, quella miscela di amore, desiderio, inquietudine, attesa, paura e stupore che solo i sentimenti più autentici sanno generare. Quando li creo, non sto rappresentando un gesto astratto, sto traducendo un’energia. Ogni vortice è il tentativo di dare forma a ciò che, normalmente, resta sospeso tra il corpo e l’anima. È un moto circolare, quasi primordiale, che si accende soprattutto negli stati d’amore, quelli veri, quelli che smuovono, che aprono e scompongono, che mettono in crisi per ricostruire.

Nella mostra personale a Via Margutta – Oltre Me in Me –  li ho messi in ordine come i capitoli di una storia d’amore: l’innamoramento e la passione dai toni sgargianti, sognanti; l’oblìo poi la rottura con i suoi silenzi, i deserti; il dolore e poi i ricordi che imprigionano la coppia che è stata per sempre. Ogni vortice è un capitolo emotivo. Una storia che si muove, che non sta mai ferma.Un turbine che scuote, che chiede ascolto e che, in fondo, mi ricorda chi sono quando amo.

Creare questi vortici è diventato il mio modo per attraversare ciò che vivo, senza paura. Per trasformare il caos in linguaggio. Per riconoscere che anche nei momenti più difficili c’è un movimento, e in quel movimento una possibilità.

In questi vortici c’è tutto il mio sentire: irruento, fragile, luminoso, contraddittorio, vivo. Sono la mappa emotiva con cui ho scelto di raccontarmi. E sono l’inizio di un viaggio che ognuno può riconoscere dentro di sé.


Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?

La tecnica è per me uno strumento, non un fine. Sono partita dalla pittura tradizionale, dal collage, dallo studio dei pigmenti, dall’olio e dall’acrilico, ma a un certo punto ho sentito la necessità di andare oltre, di trasformare e rendere dinamico il mio lavoro, non mi bastava più, volevo di piu’, volevo trasmettere di più.

Il mio percorso da architetto mi ha portata a utilizzare strumenti digitali e intelligenze artificiali. Li considero un’estensione del gesto: uso l’AI come un pennello – lo so, dicendo così tantissimi mi punteranno il dito contro e non saranno d’accordo – con la stessa intensità e coinvolgimento. Il segno resta mio, nasce da un’intuizione personale che poi trasformo e modifico. Utilizzo la scienza. So che questo tema è ancora controverso, ma credo che l’arte non possa restare statica. Il mondo sta cambiando velocemente e per me è naturale esplorare nuovi linguaggi. Lavoro attraverso una contaminazione di pittura, immagine digitale e dimensione immersiva. Le opere si espandono attraverso il video e il QR code, trasformandosi in esperienze. Mi interessa che il lavoro non venga solo osservato, ma attraversato.


Vortice dolce , 2026 - Courtesy dell'artista
Vortice dolce , 2026 – Courtesy dell’artista

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?

Un passaggio fondamentale è stato comprendere che potevo far entrare lo spettatore dentro le mie emozioni. Non voglio creare solo per me stessa, ma condividere un’esperienza. Sono empatica e ascolto molto gli altri.

Individuare il vortice come linguaggio è stato un punto di svolta: da lì il lavoro ha iniziato a diventare coerente. Essere artista oggi, per me, significa proprio questo: una pratica continua di ascolto e trasformazione; ma significa anche assumersi la responsabilità di sentire e trasformare ciò che accade intorno a noi.

Viviamo in un tempo veloce, saturo di immagini e distrazioni, l’artista ha il compito di fermarsi, ascoltare e dare forma a ciò che spesso resta invisibile: le emozioni, le tensioni, i cambiamenti. È mettersi in discussione, sperimentare, attraversare linguaggi diversi senza perdere autenticità. Significa accettare il rischio: di non essere compresi subito, di uscire dalla comfort zone, di esplorare territori nuovi, come oggi accade con il digitale e l’intelligenza artificiale. Essere artista oggi significa soprattutto creare connessioni. Non produrre immagini, ma generare esperienze che possano toccare, anche solo per un attimo, qualcosa di profondo in chi guarda.


Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?

È fondamentale, ma deve restare autentica. La comunicazione permette all’opera di esistere anche fuori dallo spazio fisico, ma il rischio è che diventi solo superficie. Io cerco di usarla come estensione del lavoro.

Il rapporto con il pubblico è centrale: non cerco una risposta immediata, ma una connessione. Le mie opere sono inviti a entrare. Attraverso il QR code e il video chiedo allo spettatore di prendersi tempo, di immergersi, condividere con me quei pochi secondi, voglio che capisca cosa ho provato.

Durante una mostra a Via Margutta, una donna si è commossa davanti a un lavoro: aveva perso il marito e ha riconosciuto in quell’immagine il suo dolore. Per me è questo il senso dell’arte: toccare qualcosa di profondo.


Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?

Cercavo un confronto. Il Premio rappresenta un’occasione per mettere il mio lavoro in relazione con altri linguaggi e con uno sguardo curatoriale esterno. È un momento di verifica ma anche di apertura e di dialogo con altri artisti e visioni, che inevitabilmente lascia tracce e genera nuove direzioni. Indipendentemente dall’esito, è un passaggio importante nel mio percorso. E poi sono un’agonista, mi piace la competizione, gioco ancora a pallavolo, mi piace mettermi in gioco e sfidarmi.


Vortice Inferno senza Fine, 2026 - Courtesy dell'artista
Vortice Inferno senza Fine, 2026 – Courtesy dell’artista

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?

Sì, mai come oggi viviamo in un tempo attraversato da tensioni fortissime, spesso invisibili ma profondamente percepibili. Il mio lavoro non racconta direttamente questi eventi, ma ne traduce l’energia. I vortici nascono proprio da questa necessità: dare forma a ciò che si muove sotto la superficie. In questo senso il mio lavoro ha anche una dimensione politica, non esplicita, ma legata alla consapevolezza.

Non riesco a fare finta di niente. A volte questa tensione prende anche una forma ironica. Nel Vortice dolce, a un’immagine apparentemente leggera, fatta di caramelle colorate, si contrappone la presenza di piccoli soldatini verdi che emergono e avanzano verso lo spettatore. È un contrasto volutamente ambiguo: qualcosa di seducente e infantile che nasconde una tensione più dura.

Durante una mostra a Terni, una persona mi ha detto che non se lo aspettava, che quell’opera era insieme ironica e disturbante. Questo effetto sorpresa mi interessa molto. Mi affascina proprio questo equilibrio: quel “dolce amaro” che appartiene alla vita e che cerco di tradurre nel mio lavoro.


Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?

È una domanda difficilissima. Avrei voluto “inventare” il blu Klein. Nella mia ultima opera, Vortice inferno senza fine, lo utilizzo proprio perché rappresenta il vuoto, l’astrazione, una dimensione sensoriale che va oltre la materia e la fisicità. Evoca il cielo e il mare, ma allo stesso tempo, accostato al rosso, diventa teatrale, quasi tombale.

Più recentemente sono rimasta profondamente colpita da un’opera vista alla GNAM, una tavola astronomica di Maria Clara Eimmart. Un lavoro minimale e potentissimo, realizzato da una donna in un’epoca in cui il loro sapere era spesso invisibile. Sto leggendo a questo proposito Le disobbedienti, un libro che racconta sei artiste che hanno risposto alla vita con coraggio, fragilità e forza. In qualche modo mi riconosco in questo percorso: mi sento fragile, ma allo stesso tempo trovo sempre la forza di attraversare le difficoltà. È qualcosa che cerco di trasmettere anche alle mie figlie, Liv e Lea: essere forti, indipendenti, capaci di amare, ma anche di cadere e rialzarsi. Perché alla fine siamo anche le nostre cicatrici.

Sono profondamente attratta da opere che creano esperienze immersive, in cui lo spettatore perde il confine tra sé e l’opera. È la direzione verso cui sto andando: portare i vortici sempre più nello spazio, nella materia — anche attraverso resine — e nella realtà aumentata, fino a installazioni immersive dove l’opera non si guarda, ma si attraversa. E poi c’è un progetto ancora in fase embrionale, che sto sviluppando con un altro architetto: un’idea che forse potrebbe cambiare il modo di intendere l’opera d’arte, o forse sarà semplicemente un altro vortice.



Immagine di copertina: Fiona Sartoretto Verna con l’opera “Vortice Loto Verde & pioggia” c/o Studio Sartoretto Verna di Roma, 2026 – Courtesy dell’artista, ph. Roberta Laganà


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