In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.
Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione.
Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?
Il mio primo incontro con l’arte è avvenuto nel momento esatto in cui mia madre mi ha messo per la prima volta una matita in mano. È stato un inizio istintivo e totale. Ho studiato per nove anni, ma per gran parte di questo tempo la mia formazione è stata un’immersione nel rigore accademico.
Durante i primi anni non mi interessava nemmeno guardare cosa facessero gli altri artisti: ero completamente assorbito dalla sfida di domare la forma e padroneggiare il mestiere. Solo successivamente ho iniziato a cercare me stesso attraverso la sperimentazione; ogni nuova opera si allontanava tecnicamente dalla precedente, segnando il mio distacco dal classicismo puro verso un linguaggio personale.
In quella fase di ricerca, Giorgio de Chirico e la sua Mistero e malinconia di una strada mi hanno segnato profondamente per la loro solitudine metafisica. Insieme a lui, l’espressionismo di Edvard Munch e il coraggio cromatico di Henri Matisse hanno iniziato a influenzare il mio sguardo. Credo che ogni artista sia un universo a sé, uno stimolo prezioso per trasformare la tecnica in emozione.
Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?
Oggi la mia ricerca si concentra sullo “stato del colore”. Aspiro a usare il colore non solo come uno strumento per rappresentare l’azione, ma come parte integrante dell’azione stessa. Il colore per me è emozione e vissuto allo stato puro. È fondamentale sottolineare che i temi della fragilità e dell’imprevedibilità del domani erano già presenti nel mio lavoro prima della guerra; oggi sto semplicemente portando a termine quei discorsi che non ho fatto in tempo a concludere allora.
Il mio stile attuale è figlio di una pausa di tre anni. Lavorando in Polonia, non avevo alcuna possibilità di dipingere. Lavoravo sui tetti nell’edilizia e osservavo ogni giorno albe e tramonti reali, “scrivendo” mentalmente ogni sfumatura di luce. Il mio trasferimento in Italia è stato decisivo: questo Paese mi ha ispirato, fungendo da catalizzatore per l’energia accumulata che è finalmente esplosa sulla tela. Anche la mia lieve forma di daltonismo aiuta: non potendo distinguere perfettamente certe sfumature, mi fido ciecamente dell’istinto, creando una tavolozza che trasmette il mio stato d’animo al di là delle regole convenzionali.
Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?
La tecnica è l’ossatura che sostiene l’emozione. Preparo le mie tele seguendo i metodi antichi dei maestri, perché così inizio a sentire un legame con il quadro ancora prima della sua creazione. Il mio studio è solo un angolo della mia stanza; vivo letteralmente tra le mie tele e questo spazio limitato non fa che concentrare l’energia creativa. Il mio processo è un equilibrio tra digitale e analogico: uso il tablet per gli schizzi, poiché è lo strumento più rapido per filtrare le idee e trovare la composizione ideale.
Ma quando passo alla tela, la tecnologia svanisce. Inizialmente copro il formato con l’olio in modo libero e istintivo; poi inizia la fase meditativa del puntinismo, dove stendo strati di punti in un ritmo rituale. Sono alla costante ricerca di nuovi pigmenti e media per raggiungere quella vivacità che vive nella mia immaginazione. Posso osservare il quadro per ore mentre asciuga, continuando a lavorarci mentalmente prima di ogni nuovo tocco.

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?
Il momento più significativo è stata l’autoconsapevolezza arrivata dopo la pausa in Polonia: ho capito che l’arte è il mio unico modo di esistere. Essere un artista oggi significa avere una voce. Le mie tele a volte gridano e a volte tacciono in un silenzio metafisico. La mia missione è essere testimone onesto della mia epoca, sperando che il mio riflesso aiuti qualcuno a sentirsi meno solo o lo spinga a guardare il mondo da un’angolazione diversa e totalmente inaspettata.
Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?
I social media, in particolare Instagram e TikTok, sono strumenti fondamentali: sono il modo più rapido per mostrare la propria anima al mondo. Ma la comunicazione deve essere un dialogo. Credo che l’artista debba “indicare la strada per i pensieri”, offrendo una breve chiave di lettura affinché l’idea non si perda, ma senza spiegare troppo. Lo spettatore deve vivere il proprio viaggio emotivo. Mi affascina discutere con il pubblico: spesso le persone vedono nelle mie opere sfumature che rivelano qualcosa di nuovo persino a me stesso.
Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?
Volevo capire se stessi ancora “nuotando” alla ricerca di un’identità o se il mio percorso avesse già acquisito una sua solidità. Essere tra i dieci finalisti è stata una sorpresa meravigliosa. Questa esperienza mi ha dato una fiducia colossale: sapere che il mio “grido” sulle tele inizia a essere ascoltato in Italia è la conferma che ogni sacrificio è valso. Lo considero un vero trampolino di lancio per la mia evoluzione futura.

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?
Poiché il mio Paese è in stato di guerra, questo dolore non può che risuonare profondamente in me e nelle mie opere. Non definirei i miei quadri come un semplice specchio dei fatti, quanto piuttosto come un riflesso delle anime che cercano di resistere. Non ho paura di affrontare temi sociali o politici; in questo risiede la forza di un artista: avere la libertà di parlare apertamente. La mia arte è un manifesto civile: trasformo il dolore in immagini affinché il mondo non dimentichi quanto sia fragile la pace.
Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?
Sognerei di realizzare un imponente dittico o trittico che permetta di superare i confini della percezione comune. Vorrei creare un’opera capace di scatenare uno “tsunami di emozioni”, catturando l’osservatore fino a fargli percepire ogni movimento del mio pensiero. La mia speranza più grande è riuscire a organizzare la mia prima mostra personale nei prossimi anni. L’obiettivo finale è lasciare un segno: vorrei che la mia voce, impressa nel colore, continuasse a risuonare per molte generazioni.
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Immagine di copertina: Vasyl Stasiuk © Archivio dell’artista
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