Premio ArteiN | In dialogo con Johna Gussoni

Johna Gussoni, ritratto, fotografia di Elia Bombana
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In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.

Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione. 


Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?

Il mio primo ricordo legato all’arte risale alla scuola elementare, durante una visita al Museo di Santa Giulia, dove visitai una mostra dedicata ai grandi maestri dell’Impressionismo.

Il mio percorso formativo ha poi avuto un ruolo determinante. Dalle scuole superiori a indirizzo grafico fino agli studi universitari in design al Politecnico di Milano, ho potuto sviluppare la mia componente creativa, approfondendo il linguaggio delle arti visive e allenando uno sguardo capace di osservare da prospettive diverse.

Fondamentale è stato l’incontro alle superiori con il Prof. Antonio Rapaggi, che mi ha trasmesso la passione per la storia dell’arte e l’importanza del suo ruolo nella società e nella cultura. Da lì è nato un interesse sempre più forte, che mi ha portato a frequentare mostre ed esposizioni in modo costante.

Successivamente, in università, il corso di studi del Prof. Alberto Cavalli ha contribuito a sviluppare in me una maggiore capacità critica, approfondendo il concetto stesso di bellezza e del suo valore.

Infine, la mia attività professionale come designer continua a influenzare profondamente il mio approccio: è un esercizio quotidiano di progettazione che unisce dimensione estetica, funzionale e concettuale, e che si riflette direttamente anche nella mia pratica artistica.


Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?

Oggi descriverei la mia ricerca artistica come il punto di incontro tra diverse componenti della mia identità. La creatività e la formazione da designer, che mi portano a dare forma concreta alle idee; la passione per l’arte; una forte sensibilità ambientale e un’attitudine costante verso l’innovazione. Il mio lavoro nasce dall’unione di questi elementi.

Nel tempo, più che subire trasformazioni radicali, la mia ricerca si è consolidata e affinata. Il mio progetto artistico è nato da un’idea molto chiara e ben precisa. Il percorso è stato una sperimentazione continua per comprendere a fondo le potenzialità e i limiti di un materiale complesso e inesplorato come gli stick di tabacco.

La mia ricerca estetica è un’esplorazione delle infinite possibilità offerte dalla composizione geometrica. Ogni opera diventa un campo di ispirazione in cui nuove combinazioni e soluzioni emergono di continuo. È una pratica che si autoalimenta: più lavoro, più si aprono nuove direzioni.

Al centro della mia riflessione rimane il tema della sostenibilità ambientale. Mi interessa interrogare il rapporto tra consumo e rifiuto, e trasformare questo tema in un linguaggio visivo capace di generare consapevolezza e attenzione.


Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?

La dimensione tecnica e mediale è centrale nel mio lavoro, perché il materiale stesso (stick di tabacco) non è solo un mezzo, ma il vero protagonista dell’opera.

Il processo inizia da una fase progettuale digitale, in cui definisco il layout e l’immagine finale. Questo mi consente di pianificare con precisione anche l’aspetto tecnico: quantificare il materiale necessario e stabilire la distribuzione cromatica degli stick.

Segue una fase fondamentale di raccolta e recupero del materiale, che principalmente avviene grazie al contributo diretto delle persone. Questo aspetto partecipativo aggiunge un ulteriore livello di significato al lavoro. Una volta raccolti, gli stick vengono sottoposti a un processo di igienizzazione per eliminare batteri e odori, con tempi precisi di trattamento e asciugatura.

Successivamente si passa alla fase di verniciatura degli stick e alla preparazione del supporto su cui verrà costruita l’opera.

La fase di composizione è la più lunga: ogni singolo stick viene applicato manualmente. Considerando che un’opera può richiedere anche 5.000 o più stick, si tratta di un processo lento e immersivo, quasi meditativo. Una volta completata la composizione, intervengo con una fase di ritocco per correggere e definire i dettagli. Infine, l’opera viene sigillata con una finitura in resina che ne garantisce resistenza, durabilità e conservazione nel tempo, oltre a neutralizzare eventuali odori residui.

È un processo lungo e rigoroso, in cui ogni fase è necessaria per trasformare un materiale di scarto in un’opera compiuta.


Johna Gussoni, CHIDRA – Courtesy l’artista

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?

Il momento più importante del mio percorso deve ancora arrivare, e sarà la mia prima mostra personale in galleria, prevista per giugno. Rappresenterà la sintesi e la restituzione concreta di 15 mesi di lavoro intenso: un passaggio fondamentale, perché per la prima volta il progetto verrà presentato in modo organico e strutturato.

Essere artista oggi ti dà la possibilità di esprimerti liberamente, di offrire la tua visione e, in qualche modo, di lasciare un segno, un messaggio che può attraversare il tempo. In un mondo saturo di immagini, oggetti e stimoli, le persone hanno ancora bisogno di sognare: ed è proprio qui che entra in gioco il ruolo dell’artista, nel rispondere a questa esigenza attraverso le proprie opere.

Allo stesso tempo, è un ruolo complesso. Viviamo in un contesto saturo, in cui i social hanno ampliato enormemente il numero di voci e di proposte, creando una sorta di rumore di fondo da cui non è semplice emergere. A questo si aggiunge il fatto che molto è già stato fatto, nella storia e nel presente, e spesso si assiste a dinamiche di ripetizione e imitazione. La vera sfida, quindi, è trovare una propria dimensione autentica e riuscire a introdurre uno sguardo nuovo, qualcosa di distintivo.


Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?

Oggi la comunicazione è fondamentale, per un artista come in qualsiasi altro ambito. Nel mio caso è stata decisiva: in meno di un anno mi ha permesso di ottenere visibilità e occasioni espositive che altrimenti sarebbero state difficili da raggiungere.

Curo i miei contenuti in modo molto rigoroso: preferisco pubblicare meno, ma solo ciò che rappresenta davvero la qualità e l’identità del mio lavoro. Il mio obiettivo nella comunicazione è che sia l’opera a parlare, insieme al messaggio che porta con sé, legato alla sostenibilità e alla possibilità di ripensare il concetto di rifiuto.

Il rapporto con il pubblico, invece, è molto diretto e personale. Rispondo sempre con attenzione a chi mi contatta, che si tratti di una richiesta, di una curiosità o di un semplice apprezzamento mantenendo un dialogo autentico, uno scambio diretto tra committente e artista, che per me resta la dimensione più significativa.


Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?

Sono all’inizio del mio percorso artistico e vedo la partecipazione a questo Premio come un passaggio importante per consolidare la mia presenza nel panorama artistico italiano. Occasioni come questa permettono non solo di ottenere visibilità, ma soprattutto di confrontarsi con altri artisti e con professionisti che operano nel settore da anni, offrendo uno sguardo critico e qualificato sul proprio lavoro.

Credo che ArteiN sia una realtà seria e con una struttura consolidata nel mercato dell’arte, capace di offrire un grande potenziale in termini di crescita e opportunità. Anche la qualità e l’esperienza dei giurati ha rappresentato per me un valore aggiunto.

Quest’esperienza potrà essere molto significativa per il mio percorso, ampliando la mia visibilità e permettendomi di entrare in contatto con un pubblico più mirato e con gli attori del sistema dell’arte. Non solo una vetrina, quindi, ma un’occasione concreta di crescita e di posizionamento.


Johna Gussoni, MIA – Courtesy l’artista

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?

Il mio lavoro nasce da un dialogo diretto con il presente: non si limita a raccontarlo, ma lo incarna. Affronto il tema urgente della sostenibilità e il rapporto tra uomo e ambiente, interrogando abitudini quotidiane e modelli di consumo. Il medium che utilizzo (stick di tabacco) è profondamente contemporaneo: un oggetto recente, diffusissimo, entrato da pochi anni nella vita di milioni di persone. Lavorare con questo materiale significa confrontarsi con un simbolo del nostro tempo.

In questo senso, la mia pratica ha una chiara dimensione sociale. Mi interessa stimolare uno sguardo diverso sul concetto di rifiuto e sull’educazione ambientale, invitando a riconoscere il valore e la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti del pianeta. Nulla scompare definitivamente e ogni gesto ha un impatto. Recuperare un materiale di scarto e trasformarlo in qualcosa di nuovo, fino a farlo diventare opera d’arte, è un modo per rendere visibile questa consapevolezza.


Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?

Quando un’opera riesce a emozionarmi, più che desiderare di averla realizzata io, mi interessa comprenderne il processo, immaginare il contesto culturale in cui è nata ed entrare nella visione dell’artista. Provo una forma di stima profonda quando qualcosa è in grado di colpirmi al punto da desiderare, semmai, un dialogo diretto con l’autore.

L’idea di “voler fare” un’opera altrui non mi appartiene: la percepisco più come una forma di appropriazione o di invidia, mentre il mio percorso è orientato alla ricerca di un linguaggio personale. In questo senso, sono orgoglioso di aver introdotto un approccio inedito, utilizzando gli stick di tabacco come materiale artistico, e sento che c’è ancora molto da esplorare.

Uno dei prossimi progetti è la realizzazione di un’opera pubblica per la mia città, Brescia, che possa diventare un simbolo concreto di arte sostenibile, costruita a partire dal recupero di mozziconi. Un altro degli obiettivi è aprire un mio atelier, uno spazio dedicato in cui poter sviluppare in modo completo tutte le fasi del processo creativo dando ulteriore struttura alla mia pratica artistica.



Immagine di copertina: Johna Gussoni, fotografia di Elia Bombana


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