In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.
Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione.
Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?
Il mio primo incontro con l’arte è stato precoce, quasi istintivo. A diciassette anni dipingevo già, ma più che imparare cercavo nei colori, nei materiali, nei segni, nello spazio, negli errori. Sperimentazione continua. Studiavo e toccavo le opere di mio padre con grande interesse.
Le influenze non sono mai state imitazioni, ma risonanze: Alberto Burri e l’Informale europeo, certo, ma principalmente tutto ciò che mette la materia al centro come linguaggio e ricerca, non come supporto.
Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?
La mia ricerca oggi è una pratica di sedimentazione. Non costruisco immagini, lascio che emergano. Lavoro su materia, memoria e tempo: superfici che trattengono, che si feriscono, che custodiscono.
Mi accompagnano luoghi a me cari e le stagioni della vita. Affiorano foglie autunnali, boschi ghiacciati, tarassachi al vento, impronte, figure umane e più recentemente volti femminili. La mia opera è una “quasi scultura” su tela e invita quasi inevitabilmente l’osservatore all’esperienza tattile.
Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?
La dimensione tecnica non è uno strumento a servizio dell’idea. È parte dell’idea stessa. Non separo mai gesto, materia e risultato. La tecnica è il modo in cui il lavoro prende forma, il linguaggio stesso.
Parto da una base, tela o legno, che preparo già pensando alla resistenza, al peso che dovrà sostenere. Poi inizio a costruire la superficie: calce idrata, polvere di marmo, leganti. La materia viene colata, stesa, accumulata. In particolare, il supporto in legno diventa parte dell’opera stessa, le sue fibre si fondono con la materia e la materia penetra nel legno.
Il supporto diviene scultura e superficie irregolare: questo non è un difetto ma bellezza intrinseca nell’imperfezione. A quel punto interviene il gesto. Incido, graffio, rompo, apro. Non cerco una forma precisa all’inizio: lascio che sia la materia a suggerire direzioni. Inserisco elementi organici, frammenti, tracce. Alcuni restano visibili, altri vengono inglobati.
Poi arriva il tempo. Le superfici asciugano, reagiscono, si muovono. Si creano tensioni, crepe, assestamenti. Io torno sopra: aggiungo pigmenti, lavoro con vetri rotti, acrilici, resine. La luce entra nei rilievi, si deposita nelle cavità.
Il lavoro si costruisce così, per accumulo e sottrazione. Non rifinisco nel senso tradizionale. Mi fermo quando la superficie smette di chiedere. Quando tiene. La tecnica, quindi, non è mai virtuosismo. È ascolto della materia. È lì che il lavoro accade.

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?
Non c’è stato un momento unico, ma un passaggio decisivo sì: quando ho smesso di “costruire immagini” e ho iniziato a lavorare davvero sulla materia.
Lì è cambiato tutto. La pittura ha smesso di essere superficie da organizzare ed è diventata un luogo da attraversare. Non più rappresentazione, ma processo. Non più controllo, ma ascolto di ciò che accade mentre lavoro. È in quel punto che il linguaggio ha iniziato a diventare mio.
Essere un artista oggi significa stare dentro una contraddizione. Da una parte c’è un sistema veloce, che chiede presenza continua, visibilità, produzione. Dall’altra c’è la necessità di tempo, silenzio, profondità. Per me essere artista oggi significa difendere questo spazio. Non tanto opporsi, ma non adeguarsi completamente. Continuare a lavorare su ciò che è lento, fisico, imperfetto, mentre tutto intorno tende a semplificare e accelerare.
Essere artista oggi è questo: non produrre immagini, ma lasciare tracce che resistono.
Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?
Oggi la comunicazione per un artista è inevitabile, ma non per questo deve diventare dominante. È uno strumento, non il centro del lavoro. Nel mio caso la comunicazione non è racconto, ma estensione. Il mio lavoro nasce da materia, stratificazione, tempo. Non avrebbe senso tradurlo in una presenza veloce, continua, spiegata. Per questo scelgo di non riempire, di non spiegare troppo. Preferisco lasciare emergere frammenti: dettagli, superfici, passaggi. Tracce più che discorsi.
Chi incontra il lavoro, dal vivo o online, deve poterci entrare senza essere guidato in modo rigido. Il dialogo esiste, ma non è esplicito: avviene dentro l’opera. In questo senso, la comunicazione è un varco. Non un palcoscenico. Serve ad aprire, non a spiegare. Serve a far affiorare, non a dimostrare.
Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?
Partecipo al Premio ArteiN per confronto, visibilità e nuove opportunità. Uscire dal proprio studio è sempre un atto necessario. Credo che ogni occasione di dialogo possa lasciare una traccia fertile.

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?
Viviamo in un tempo veloce, saturo, spesso superficiale, ma anche profondamente fragile. Un tempo in cui tutto scorre e si consuma rapidamente, anche le immagini.
Il mio lavoro si colloca in contrasto con questa condizione. Non rincorre il presente: lo rallenta.
Lavoro sulla materia, sulla stratificazione, sul tempo che si deposita. In un’epoca che tende a cancellare, io cerco di trattenere. Le superfici non sono lisce, non sono immediate: sono ferite, crepate, attraversate. Richiedono uno sguardo più lento, più attento. In questo senso il dialogo con il presente non è diretto o narrativo, ma fisico. Scegliere la materia oggi è un modo per rimettere al centro ciò che è concreto, ciò che resta, ciò che non si consuma subito.
Se c’è una dimensione sociale, sta nel creare uno spazio diverso: uno spazio in cui fermarsi, percepire, riconnettersi. Non offro risposte. Creo attrito.
Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?
Più che “avrei voluto realizzarla io”, penso a lavori che hanno aperto una possibilità. Opere in cui la materia smette di essere supporto e diventa presenza viva (come nei cretti di Alberto Burri). Quelle mi interessano, perché non si limitano a mostrarsi: accadono. È lì che sento una vicinanza. La sperimentazione. Non nell’immagine, ma nel processo.
Per il futuro, il percorso è già tracciato, ma non chiuso. La materia continuerà a essere centrale, ma sempre più come luogo da cui qualcosa emerge. Negli ultimi lavori stanno affiorando presenze, volti, tracce umane. Non è un ritorno alla figurazione, ma una conseguenza: come se la materia, a forza di essere scavata, iniziasse a restituire memoria.
Voglio spingere questa direzione. Portare il lavoro ancora più vicino a una dimensione sospesa, dove pittura e scultura si confondono del tutto. Superfici sempre più vive, più profonde, quasi da attraversare.
E poi lo spazio. Uscire ancora di più dalla dimensione dell’opera singola e lavorare su ambienti, installazioni, dove il pubblico non guarda soltanto, ma entra. Dove la materia non è davanti, ma intorno.
Non inseguo un’immagine futura precisa. Continuo a scavare. E vedere cosa affiora.
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Immagine di copertina: Massimo Rivalta – Courtesy l’artista
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