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The House That Jack Built. Rirkrit Tiravanija attiva Pirelli HangarBicocca

Rirkrit Tiravanija, untitled 2002 (he promised), 2026, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio
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Fino al 26 luglio 2026, il Pirelli HangarBicocca si trasforma in un organismo vivente, un ecosistema di relazioni che sfida la natura statica dell’istituzione museale. Con la mostra The House That Jack Built, lo spazio delle Navate accoglie la prima grande retrospettiva dedicata specificamente alla ricerca architettonica e spaziale di Rirkrit Tiravanija.

Figura cardine del panorama internazionale e pioniere di quella che la critica ha definito “estetica relazionale”, Tiravanija non espone oggetti, ma progetta situazioni. La sua opera non è mai conclusa dall’artista, ma si compie solo attraverso l’agire del pubblico, trasformando il visitatore da osservatore passivo a co-autore dell’esperienza estetica. Il percorso espositivo si snoda attraverso un monumentale impianto labirintico che riconfigura radicalmente i volumi industriali dell’HangarBicocca. Tuttavia, a differenza del labirinto classico inteso come luogo di smarrimento, la struttura di Tiravanija opera come un catalizzatore di prossimità. Ogni svolta, ogni stanza e ogni varco sono concepiti per abbattere le barriere tra arte e vita quotidiana, portando all’interno delle Navate frammenti di realtà esterna: strutture abitative, spazi di ristoro, aree di sosta.

L’architettura, qui, non è intesa come guscio formale, ma come “spazio sociale”. Le installazioni ripercorrono decenni di ricerca in cui l’artista ha indagato il concetto di casa, di appartenenza e di accoglienza, mescolando materiali effimeri e strutture vernacolari con l’austera monumentalità del contesto milanese. All’interno di The House That Jack Built, l’opera d’arte si manifesta attraverso gesti ordinari elevati a rito collettivo.
La mostra è punteggiata da stazioni esperienziali che invitano il pubblico a una pluralità di interazioni:

La Convivialità: il cibo e la preparazione condivisa diventano strumenti di comunicazione interculturale.

Il Gioco e il Relax: aree dedicate allo svago e al riposo rivendicano il valore del tempo “non produttivo” all’interno della società contemporanea.

La Cura: spazi pensati per l’ascolto e l’attenzione reciproca, dove l’arte si fa pratica etica e politica.

In questo scenario, il titolo stesso della mostra — un richiamo alla celebre filastrocca cumulativa inglese — suggerisce un processo di costruzione continua, dove ogni elemento si aggiunge all’altro in una catena infinita di significati e presenze umane. Attraverso la riproduzione di attività primordiali e quotidiane — come l’atto di mangiare, il riposo o il gioco — l’artista opera una sistematica spoliazione del museo dalla sua aura di sacralità e idealizzazione. Lo spazio espositivo smette di essere un “tempio” della contemplazione per trasformarsi in una realtà tangibile e attrattiva, un territorio franco in cui le gerarchie consolidate e le differenze etiche e culturali vengono non solo esposte, ma attivamente problematizzate. Al cuore di questa poetica risiede l’idea dell’opera come processo aperto. Tiravanija rigetta la finitezza dell’oggetto artistico a favore di uno strumento di dialogo continuo. L’installazione diventa un dispositivo di trasformazione sociale che non si limita a rappresentare una comunità, ma la convoca e la genera nel momento stesso dell’interazione. In questo contesto, l’incontro fortuito tra sconosciuti all’interno delle Navate del Pirelli HangarBicocca non è un effetto collaterale, ma il materiale plastico dell’opera stessa. L’artista agisce come un facilitatore, colui che innesca la costruzione di una comunità temporanea, “viva” e in divenire.
La pratica di Tiravanija è intrinsecamente politica e persegue un duplice obiettivo critico:

Smantellamento dei meccanismi occidentali: l’artista analizza come le istituzioni culturali producano e legittimino la conoscenza attraverso rigide pratiche espositive che spesso escludono il vissuto o la diversità non codificata. La sua è una sfida alla narrazione egemone del museo come archivio statico del sapere.

Riattivazione dell’oggetto: Tiravanija si impegna in una ricerca formale volta a restituire agli oggetti la loro “linfa vitale”. L’esempio più fulgido di questa inversione di tendenza è l’introduzione della dimensione comunitaria legata alla preparazione del cibo. In opere emblematiche come untitled 1990 (pad thai), l’atto di cucinare e servire il piatto nazionale thailandese in una galleria d’arte non è un gesto folcloristico, ma un atto di sovversione epistemologica.


Rirkrit Tiravanija, untitled 1995 (tent installation), 1995. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Klosterfelde Edition. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio

Citando il desiderio di “togliere la pentola dalla vetrina e cucinarci dentro”, Tiravanija compie un passaggio fondamentale: il ribaltamento del concetto di ready-made. Egli restituisce all’oggetto (la pentola, il fornello, il cibo) la sua funzione originaria proprio all’interno del display museale, sfidando le convenzioni della teca e del piedistallo. In questo modo, il cibo cessa di essere “natura morta” o rappresentazione simbolica per tornare a essere sostentamento, odore, calore e, soprattutto, motore di socialità; l’artista attinge al repertorio dei grandi maestri del Modernismo — da Sigurd Lewerentz a Le Corbusier, da Rudolf Michael Schindler a Frederick Kiesler, fino alle visioni di Jean Prouvé, Carlo Scarpa e Philip Johnson — non per celebrarne la purezza formale, ma per scardinarne il determinismo.

Tiravanija rilegge le icone del Novecento attraverso un processo di alterazione funzionale e contestuale. Se l’architettura modernista era spesso guidata da un rigore utopico che pretendeva di predeterminare l’esperienza dell’abitare secondo canoni universali, l’artista interviene inserendo queste strutture in scenari radicalmente alieni alla loro genesi. Attraverso attivazioni collettive, il “tipo” architettonico — sia esso la cellula abitativa o il padiglione — perde la sua fissità monumentale per aprirsi a nuove possibilità di uso. La mostra si apre con L’opera untitled 2026 (demo station no. 9) funge da soglia critica, una piattaforma lignea a spirale che riattiva l’eredità visionaria di Friedrich Kiesler. Ispirandosi al Raumbühne (1924), Tiravanija recupera il sogno modernista di abbattere la “quarta parete”, eliminando la segregazione gerarchica tra palco e platea, tra attore e spettatore. Qui, l’architettura smette di essere un perimetro di contenimento per farsi dispositivo di partecipazione. il visitatore viene assorbito da un monumentale labirinto progettato specificamente per le Navate. Le pareti, realizzate in un vibrante tessuto arancione, non sono solo una scelta cromatica, ma un riferimento identitario e spirituale: il colore richiama le vesti dei monaci buddisti, introducendo una dimensione di sacralità quotidiana e di distacco dalle logiche del consumo rapido.

La densità del materiale e la complessità del percorso rispondono a una precisa urgenza di Tiravanija: contrastare la dematerializzazione dell’esperienza contemporanea. In un’epoca in cui l’informazione è istantanea e mediata dallo schermo dello smartphone, l’artista impone una fisicità ineludibile. Il labirinto costringe il corpo a muoversi, a svoltare, a misurare lo spazio con il passo. L’obiettivo di Tiravanija è la creazione di un senso di coinvolgimento profondo. Richiedere al visitatore di “dedicare tempo” e di “dispiegare ciò che accade” significa trasformare la visita museale in un esercizio di attenzione consapevole. Il percorso non è una linea retta verso una meta, ma un processo di scoperta dove la durata stessa dell’attraversamento diventa parte integrante del lavoro artistico.

Il labirinto arancione funge dunque da camera di decompressione: isola il visitatore dal rumore esterno e lo immerge in una dimensione in cui lo spazio e il tempo non sono dati, ma devono essere conquistati attraverso la presenza fisica. Abitare questo spazio significa accettare la sfida dell’incontro, con l’opera, con l’altro e con la propria percezione, trasformando l’HangarBicocca in un laboratorio di resistenza alla velocità del presente.


Rirkrit Tiravanija
The House That Jack Built
a cura di Lucia Aspesi e Vicente Todolíe
26 marzo 2026 – 26 luglio 2026
Pirelli HangarBicocca, Milano

www.pirellihangarbicocca.org
@pirelli_hangarbicocca


Immagine di copertina: Rirkrit Tiravanija, untitled 2002 (he promised), 2026, Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Copia espositiva da untitled 2002 (he promised), 2002, Solomon R. Guggenheim Museum, New York. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto Agostino Osio


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