Prometeo (in greco antico Prometeus ossia “colui che riflette prima”) era un titano, un gigante, un’antica divinità che controllava l’universo ancora prima dell’Olimpo governato da Zeus. Prometeo, cugino di Zeus, nel conflitto che contrappose le cinque coppie dei suoi fratelli gemelli (i titani) a Zeus, si schierò con quest’ultimo. Proprio grazie all’alleanza con Zeus, il gigante divenne amico degli altri Dei dell’Olimpo e quindi imparò tutte quelle scienze che poi trasmise agli esseri umani. Per questo egli è noto come un titano amico dell’umanità, una sorta di “gigante buono”.
Palazzo Roverella a Rovigo è proprio come Prometeo, è un “gigante buono” che ha ormai da anni portato in una piccola città di provincia, mostre da “titani” con un elevatissimo livello qualitativo. È grazie anche a questa capacità di Palazzo Roverella (in veste di “titano Prometeo”) di portare ai rodigini tutta l’“importante conoscenza” delle sue significative esposizioni che, nel tempo, – comunque – è accresciuta la sensibilità culturale di una città che, ha saputo trovare nuovi spazi anche non convenzionali e modalità per testimoniare una voglia di esporre e raccontare arte.
Nell’autunno 2025, ha inaugurato a Palazzo Roverella, la quinta esposizione di un grande fotografo moderno: RODNEY SMITH. Fotografia tra reale e surreale, a cura di Anne Morin.
Rodney, come Prometeo, era sicuramente innamorato dell’umanità: “mi avventuro nel mondo per respirare la sua dubbia reputazione ed il suo umorismo, per vedere più chiaramente, per cercare finalità e conoscenza, per aprirmi, per cogliere in modo esuberante e inesorabile la luce”.
La mostra è intitolata “fotografia tra reale e surreale”. Lo stesso titolo è la migliore chiave interpretativa dell’intera esposizione perché davvero nei cento scatti esposti, nelle immagini create con il solo ausilio di pellicole e luce naturale, l’interrogativo, il dubbio di colui che guarda è proprio racchiuso in quella che più di un’affermazione risulta essere una domanda: reale o surreale? Ma quella domanda è anche la risposta: reale e surreale (al tempo stesso)! In ogni fotografia di Smith, il rigore compositivo e l’humour sono reali e surreali, ed evocano mondi sospesi tra realtà e sogni come la pittura di Magritte e il cinema di Wes Anderson. Non solo. La fotografia di Rodney Smith appare quasi antesignana di linguaggi tipici della contemporaneità e talune costruzioni possono ricordare le immagini dei colleghi Jeff Wall o Andreas Gursky.
Sono “racconti costruiti”, racconti di storie sospese che si distinguono, tuttavia, rispetto a quelle dei due più contemporanei per una raffinata eleganza antica, sottile e poetica. E ancora. Alcuni scatti sono quasi “racconti performativi” come quelli delle figure che attraversano porte e soglie di case che non esistono o meglio che sono in fondo varchi verso l’universo mondo (Donna attraversa una porta, 1998 e Caroline attraversa una porta di corsa, 1999). La mostra è suddivisa in sei sezioni e in ciascuna di queste è riconoscibile l’evocazione dell’arte del Novecento, della pittura, della letteratura, della filosofia e della poesia.
In “divina proporzione” volumi e posture dei soggetti sono collocati nello spazio come i profili degli edifici delle piazze d’Italia di De Chirico (così nelle immagini di Smith ritroviamo la proporzione di una schiena di donna affacciata su uno spazio vuoto e una piscina, delle esili ed eleganti figure maschili che si guardano mentre una delle due è seduta su un albero secolare, una donna ieratica in piedi su una sottile imbarcazione circondata da alberi sottili, ed una gonna che ruota sotto un arco vuoto). Edythe seated on Rooftop, 2008, rappresenta, invece, una “donna metafisica” che guarda, seduta sopra una struttura collocata alla fine di una “serie” di fabbricati costruiti da strutture triangolari. In “gravità” i corpi diventano molli, fluttuanti, si modellano avvicinandosi agli oggetti in modo ironico, onirico, irreale. Iconica è la foto Leaning House del 2004 ove un elegante e sottile figura d’uomo diventa una sorta di “vibrazione” della struttura a cui si avvicina. È un incantesimo.
Un incanto sono pure gli “spazi eterei” di Smith, dove il riflesso trasmette il duplicato immaginario del mondo, un sogno. In Women with Hat between Hedges, 2004, le frappe di quel cappello e le siepi che le circondano costituiscono un unicum dove non distinguiamo più la natura dall’artificio scenico. Don Jumping over Hay Roll n. 1, 1999, nella sezione “attraverso lo specchio” ci mostra un salto poetico verso una sfera celeste, quella a cui si giunge attraverso lo specchio di Alice di Lewis Carroll. Nelle foto di Smith non ci sono indizi per individuare tracce dello scorrere del tempo, delle stagioni, degli anni.
La luce crea un senso di permanenza e di eternità come in Caroline at the Top of Circular Staircase, 2000, dove Caroline misteriosamente scende questo scalone ellissoidale per raggiungere un luogo e un tempo infiniti e indefiniti. Nella sezione dei “passaggi” troviamo la parte più contemporanea e performativa del lavoro di Smith. Queste figure, sempre ieratiche e piene di luce, oltrepassano soglie e confini dirette verso un “altrove”.
In realtà, tuttavia, quelle porte non sembrano dividere gli spazi ma semmai aprirli. In fondo come diceva lo stesso Rodney Smith “[…]guarda attentamente le mie foto, sono molto di più di quanto possano sembrare, sono oscure e piene di metafore”.Certamente, vivendo in tempi difficili, riconoscere in quelle porte aperte verso l’altrove la metafora di un messaggio poetico, lirico e lontano dall’idea di separazione, significa poter trasformare con gli “occhi della mente” ciò che appare talvolta surreale – come la pace – in reale.
Immagine di copertina: Skyline, Hudson River, New York, 1995 © Rodney Smith
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