Poco più di cento anni fa apparve sulla rivista “Annalen der Naturphilosophie” la prima edizione della Logisch-Philosophische Abhandlung, poi nota con il titolo latino dell’edizione del 1922 (bilingue tedesco-inglese): Tractatus logico-philosophicus.
Si trattava di una versione imperfetta, che giungeva tuttavia dopo i ripetuti e falliti tentativi di Ludwig Josef Johann Wittgenstein (1889-1951) di trovare un editore per la sua prima opera, che, a parte due saggi filosofici minori e un dizionario per le scuole elementari, resta l’unica pubblicata durante la sua vita. Il Tractatus, il libro per eccellenza che, nella modernità, tende a tracciare dei limiti.
Sì, ho pensato a Wittgenstein la prima volta che ho visto un’opera di Stefano Mosto. Sarà perché io e Stefano abbiamo studiato filosofia con lo stesso insegnante? Comunque, guardando i lavori in cemento e carta che avevo davanti a me, ho sentito risuonare nella testa le parole di Wittgenstein, che il professor Di Gifico mi faceva leggere ad alta voce: “La mia opera si compone di due parti, quella presentata qui, più tutto quello che non ho scritto. Ed è proprio questa seconda parte quella importante”.
Davanti alle opere d’arte ci si trova sempre in un dilemma: osservarle dal di fuori, in modo distaccato e tentare di giudicarle oggettivamente in base a un metodo; oppure sostituirsi all’autore (sforzarsi, illudersi di sostituirsi a lui) cercando di ripeterne il processo creativo? O magari, secondo me in fondo forse meglio, lasciarsi portare dai pensieri più immediati, dalle sensazioni prime, quali che siano. I miei pensieri sono andati a ricordi giovanili di lezioni di filosofia: per tracciare un limite al pensiero, dovremmo poter pensare entrambi i lati di questo limite (dovremmo cioè poter pensare ciò che non si lascia pensare).
Io nei lavori di Mosto vedo quel limite. È il limite che lui sa creare nello spazio, fra il peso del cemento e la leggerezza della carta. È anche il limite fra l’ampiezza delle architetture e le minuscole presenze (sono uomini? Siamo noi o i nostri antenati?). Ed è pure il limite fra ciò che inizia e quel che termina. Migrazioni, Stefano intitola così molti suoi lavori. E io, guardandoli, percorro limiti fra spazio e tempo, tra ricordi ancestrali e obblighi quotidiani. Mi ritrovo a pensare a bisogni assoluti, ad ambiguità quasi mistiche, all’attesa di qualcosa al di là delle nostre forze individuali.
Stefano è un artista che mi fa pensare ad alcuni altri che ho conosciuto e conosco – non farò qui alcun nome per non distrarmi dai pensieri che fluiscono liberi, mentre scrivo di getto – capaci di sposare la pratica nobile dell’artigiano, gli attrezzi di lavoro, i materiali poveri, all’estro creativo e all’inventiva. Artisti in grado di rivisitare mestieri per trasmettere energia tramite il lavoro e creare una simbiosi tra forme strutturali e afflato poetico. Artisti cioè, a cui interessa riempire i vuoti e farlo con umori poetici, con avventure esistenziali, condivisibili.Ho constatato poi che i lavori di Stefano Mosto suggeriscono a molti considerazioni simili alle mie. Osservatori casuali e distratti, oppure attenti e appassionati cultori ed esperti d’arte si trovano attratti e affascinati da opere minute e al tempo stesso enormi, leggere e pesantissime. Evocative, questo è certo. E lascio a ciascuno la libertà e il piacere di trovare nei propri pensieri il limite suggerito dalle opere di Stefano Mosto. Io so che, quando vedrò la sua prossima realizzazione, sentirò la voce di Wittgenstein (o forse quella del prof di filosofia, o addirittura la mia) che dichiara: il senso stesso del mondo deve trovarsi al di fuori di esso; ciò che può essere mostrato non può essere detto.
Immagine di copertina: Stefano Mosto – Courtesy e © l’artista
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