“Firenze lo sai non è riuscita a cambiarla” cantava Ivan Graziani e, nonostante le sue seduzioni, probabilmente la città della bellezza non riuscirà neanche questa volta a cambiare l’ispirazione di una visione creativa al femminile, che sente l’esigenza di andare oltre le convenzioni estetiche, alla ricerca di una sincerità radicale.
Time for Women! Empowering Visions in 20 Years of the Max Mara Art Prize for Women, aperta fino al 31 agosto nel cuore rinascimentale del capoluogo toscano, è un’esposizione nata per far sentire quanto sanno essere potenti le diverse voci di un coro ribelle, metaforicamente composto per l’occasione da nove artiste che, con percorsi di ricerca totalmente indipendenti, hanno sfidato canoni, dogmi e luoghi comuni.
L’occasione di questo incontro è il ventennale del Max Mara Art Prize for Women, il premio a sostegno della creatività femminile nato nel 2005 dalla collaborazione tra il noto brand di abbigliamento italiano e la britannica Whitechapel Gallery, pioniera nella valorizzazione delle artiste. Per celebrare l’evento, tenendosi lontano dalla retorica e ragionando su una proposta di sintesi, efficace ed essenziale, la Fondazione Palazzo Strozzi e la Collezione Maramotti hanno scelto di presentare, per la prima volta insieme, tutti i progetti vincitori delle nove edizioni, mettendo in scena un allestimento che consente di comprendere le intenzioni e le linee di tensione del femminile nella ricerca contemporanea. Lasciate temporaneamente le città d’elezione, dove ogni due anni si svolgono le esposizioni personali delle vincitrici – Londra, dove opera la Whitechapel Gallery; Reggio Emilia, sede permanente della Collezione Maramotti – nelle articolate sale della Strozzina di Palazzo Strozzi il Max Mara Art Prize si presenta ora al pubblico attraverso la sequenza dei temi e dei modi espressivi che sono emersi nell’arco di due decadi cruciali per la storia dell’arte al femminile. Se, infatti, dai primi anni Duemila le artiste hanno consolidato la loro presenza sulla scena internazionale, conquistando ampi spazi d’azione, fino a imporsi all’attenzione di pubblico e mercato come mai in precedenza, i giochi non sono ancora stabili, e le loro stesse opere rivelano quanto in realtà permanga una condizione di svantaggio, o di alterità, nel vissuto delle donne. Certamente c’è stato un cambiamento di modelli, di mentalità, e persino di lessico, se lo stesso Max Mara Art Prize già da qualche edizione preferisce superare la mera definizione biologica manifestando l’intenzione di “dare supporto alle artiste che si identificano nel genere femminile”; tuttavia, basterebbe guardare appena oltre il sigillato perimetro delle élites intellettuali, per comprendere quanto la differenza di genere sia ancora un tema che richiede un’alta soglia di sensibilità e attenzione.
Una necessità che è stata più volte sottolineata da Sara Piccinini, direttrice di Collezione Maramotti, da lungo tempo alla guida del dinamico staff curatoriale che si occupa di organizzare le residenze, vera essenza del premio, il cui regolamento prevede appunto che le artiste, sempre selezionate tra figure emergenti sulla scena britannica, trascorrano sei mesi in Italia per arricchire la loro esperienza attraverso incontri con docenti universitari, artisti e artigiani. Così, anche se l’Italia non è la “Cool Britannia” (così la definisce Katy Essel nel suo seminale saggio The Story of Art without men), è proprio qui che le autrici incontrano una profondità e una dimensione poetica del pensiero e del fare per loro spesso del tutto inaspettata, infine leggibile nelle opere, influenzate dall’incontro con l’arte, le tradizioni, i saperi, i paesaggi, le persone, le dinamiche culturali e sociali, radicate in una dimensione ammaliante e profondamente umana e umanistica.
Che abbiano scelto pittura, video, scultura o installazione, tutte hanno voluto declinare il tema della relazione, attraverso concetti chiave quali l’identità, la memoria, il corpo, la politica, spingendosi a rappresentare anche aspetti che appaiono ancora dei tabù, come le difficoltà psicologiche indotte dall’invecchiamento fisico, o dalla maternità. Così è per Margaret Salmon (1975, New York), che nel suo video-trittico Ninna Nanna celebra la tenacia delle madri italiane riprese mentre cantano antiche nenie nella loro routine domestica; Hannah Rickards (1979, Regno Unito) che in No, there was no red ha filmato i testimoni dell’inversione termica mentre descrivono soggettive visioni di miraggi; Andrea Büttner (1972, Germania) che in The poverty of Riches propone una pittura che guarda a Giotto per riflettere sull’intreccio tra arte e religione; Laure Prouvost (1978, Francia) che nel video Farfromwords: car mirrors eat raspberries when swimming through the sun, to swallow sweet smells, immerge la visione in una sensuale evocazione del Grand Tour; Corin Sworn (1975, Regno Unito) che per l’installazione Silent Sticks si è ispirata ai personaggi della commedia dell’arte; Emma Hart (1974, Regno Unito), che gioca con ironiche teste in ceramica faentina nell’installazione Mamma Mia!; Helen Cammock (1970, Regno Unito) con il video Che si può fare, in cui restituisce le drammatiche testimonianze di attiviste, rifugiate, migranti alternandole a sonorità pre operistiche barocche; Emma Talbot (1969, Regno Unito) in The Age/L’Età, una complessa installazione in cui una donna anziana è immaginata come un’eroina; e, infine, Dominique White (1993, Regno Unito), vincitrice dell’ultima edizione, che nella sua installazione Deadweight ha tratto ispirazione dal potere trasformativo del mare per portare l’attenzione sul concetto di “Blackness”. Impossibile riassumere progettualità complesse e tanto differenti, se non riflettendo sul fatto che tutte queste autrici, ciascuna con la propria storia dentro, si rivelano potenti narratrici di modi e mondi in cui fragilità e forza non sono condizioni in contrapposizione, ma passaggi dell’esistenza che richiedono cura, e attenzione.
Immagine di copertina: Time for Women! Empowering Visions in 20 Years of the Max Mara Art Prize for Women, Firenze, Palazzo Strozzi, Strozzina, 2025. Exhibition views. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze
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