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Alessandro Riva

Andres Serrano lavora da sempre sul “lato oscuro” della contemporaneità. Dai primi anni Novanta, quando creò la serie della “Morgue” fotografando, con gelida perfezione estetica, i cadaveri in un obitorio di New York City, fino al suo ultimo progetto, del 2019, dedicato a Donald Trump, per il quale l’artista raccolse oltre mille oggetti dedicati al mito dell’uomo che per 4 anni ha trasformato la democrazia americana in un rutilante circo di autoritarismo, razzismo, violenza fisica e verbale, affarismo, disinformazione e alterazione sistematica della realtà, Serrano è l’artista che più di ogni altro ha saputo scavare a fondo non solo nei traumi e nei non detti della società americana contemporanea, ma, più in generale, di affondare le mani fin nelle viscere più oscure dell’Occidente, nelle sue contraddizioni e nei suoi orrori imbellettati da prodotti di consumo e da avanspettacolo post-contemporaneo.

 

Andres Serrano
Andres Serrano (courtesy Irina Movmyga).

 

Oggi, lasciato da parte il mito sinistro e a tratti grottesco di Trump e del trumpismo, Serrano torna a uno dei suoi più ricorrenti cavalli di battaglia artistici e politici: affondando le mani, ancora una volta, nell’anima più oscura e retriva dell’America, nel suo mai sopito razzismo endemico, nella sua voglia di ridicolizzare, umiliare, imbavagliare, colpire, quando non imprigionare o uccidere, il nero, il diverso, l’immigrato illegale, o, più in generale, il “paria”, l’invisibile, colui che vive ai margini della società, fatalmente privo di quei diritti di cui tutti gli altri possono godere. Serrano aveva già affrontato tematiche analoghe, come l’esistenza tragica degli homeless (“Nomads”, 1990, e “Residents of New York”, 2014), la diffusione di paccottiglia ideologica suprematista e razzista (“The Klan”, 1990), l’ossessione per le armi da fuoco (“Objects of Desire”, 1992), la pratica ancora viva della tortura (“Torture”, 2015), le mille facce e sfaccettature del sogno americano (“America”, 2001-2004). Questa volta, per documentare, con la consueta, spietata perfezione estetica, la lunga storia del substrato culturale razzista ancora profondamente radicato negli Stati Uniti, l’artista ha raccolto centinaia di oggetti dal web – dai cappucci del Ku Klux Klan a prodotti di consumo come detersivi in polvere, tabacco, burro di arachidi o giochi beffardi che raffigurano caricature di persone nere, e poi instantanee di uomini neri impiccati, antichi attestati di buona salute di schiavi bambini, e ancora bandiere naziste, bambolotti riconducibili a stereotipi razzisti, bersagli a forma di afroamericani. Ne ha fatto delle icone di un’anima dell’America che, come ci racconta in questa intervista esclusiva, dopo quattro anni di trumpismo “è fottuta”: “La Corte Suprema si è spostata a destra, le tensioni razziali sono aumentate, il diritto all’aborto è in pericolo, l’odio si diffonde per le strade e la nostra democrazia è nel caos. Il paese è a pezzi”, dice. “Come possiamo tornare alla normalità quando non sappiamo più cosa significa “normale”?”, si chiede l’artista. Mentre le sue opere, sotto il significativo titolo di “Infamous” (che significa “infame”, ma anche “famigerato”), sono in mostra nello spazio Fotografiska di New York, abbiamo intervistato Andres Serrano sull’arte, la politica, il futuro dell’America.

 

Andres Serrano, Swastika Face (S.A. Opera Box Banner 1930’s). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery, Paris/Brussels.

 

Serrano, a che punto è la notte? Voglio dire: a che punto è l’America, e a che punto siamo tutti noi, nel nostro fare i conti con il nostro “passato oscuro”?

Tutti hanno un passato oscuro, ma l’America ha fatto finta di non averlo per così tanto tempo che alla fine ha finito per crederci. Il mito di questa nazione è quello di essere nata con buone intenzioni, e non con l’assassinio dei suoi abitanti, i Nativi americani, che sono stati sterminati per accaparrarsi la loro la terra. Gli esploratori e i coloni che hanno “scoperto” l’America, si sono impossessati di quei territori per i loro fini e hanno chiamato questo “Manifest Destiny” (termine ottocentesco col quale si esprime il “destino” degli Stati Uniti di espandersi e di annettere terre in nome dei propri principi, ndr). Era il loro modo di dire ‘È la volontà di Dio’. È stato questo senso di presunzione morale che ha dato all’America l’idea di poter rubare la terra ai Nativi, e di deportarvi gli schiavi africani per lavorarci sopra. L’America trova sempre capri espiatori da incolpare e vittime da sfruttare nella ricerca del Sogno Americano. Il progresso e il profitto sono a spese di coloro che sono considerati indegni di ottenere una fetta della torta.

 

Andres Serrano, Black Dolls-Chuck (Vintage Rag Doll). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery.

 

Oggi in America ha vinto di misura Biden: l’America sembra stia per voltare pagina dall’incubo del trumpismo, con i suoi ammiccamenti ai peggiori istinti dell’America profonda e retrogada, il suo razzismo mai sopito, la sua arroganza e megalomania fuori controllo, il suo disprezzo delle diversità e della complessità, la sua mitologia della violenza, delle armi da fuoco, della difesa neanche troppo celata del rinascente suprematismo bianco. Ma questo suo “passato oscuro” è davvero passato? O è ancora presente sottopelle, come una brutta malattia che torna sempre a galla?

Settantanove milioni di persone hanno votato per Biden, ma settantatrè milioni hanno votato per Trump. Faccio fatica a considerarla una vittoria dal punto di vista morale. Per di più, tre quarti delle persone che hanno votato per Trump sono convinte che abbia vinto lui. Questo significa che metà del paese è andato a farsi fottere. È quella metà del Paese che ha permesso a Donald Trump di sputare sugli alleati dell’America, di andare a letto con i suoi nemici, di distruggere l’economia, di far perdere milioni di posti di lavoro, di lasciar morire un quarto di milione di persone di Covid e di strappare decine di migliaia di bambini ispanici ai loro genitori, chiudendoli in gabbie come animali. Se qualcuno pensa che non sia completamente fottuto, vuol dire che non conosce il significato della parola “fottere”. Donald Trump non poteva fare tutto da solo. Ha avuto molti aiuti. La presidenza di Joe Biden rappresenterà un ritorno alla normalità, ma c’è molto da aspettarsi da lui, in quanto la Corte Suprema si è spostata a destra, le tensioni razziali sono aumentate, il diritto all’aborto è in pericolo, l’odio si diffonde per le strade e la nostra democrazia è nel caos. Il Paese è a pezzi. Come possiamo tornare alla normalità quando non sappiamo più cosa significa “normale”? Donald Trump ha cercato di annullare tutto ciò che Obama aveva fatto. Resta da vedere se Joe Biden farà lo stesso con Trump.

 

Andres Serrano, Klan Spirit (1920’s Ku Klux Klan Robe and Hood). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery, Paris/Brussels.

 

Razzismo, violenza, omicidi a sfondo razziale da parte di settori violenti e fuori controllo delle forze di polizia, scontri nelle piazze, odio strisciante: in questo ultimo anno, l’America sembra essere di nuovo calata nell’incubo dello scontro razziale, senza possibilità di mediazioni e con poco spazio al ragionamento. Credi ci sia una ciclicità in questo “eterno ritorno” dell’uguale (razzismo, violenza, diseguaglianze, scontri etnici etc.), o sia l’inizio di un nuovo “periodo oscuro”, fatto di nuove tensioni e di contrapposizioni profonde tra concezioni opposte della società, in futuro destinate solo a inasprirsi?

Donald Trump ha tirato fuori il peggio da noi tutti e in questo ci ha fatto un favore. È un bene sapere da che parte sta
la gente. Ci sono persone arrabbiate da entrambe le parti. La presidenza Obama è stata un “momento Camelot” (la definizione, coniata da Jackie Kennedy per la presidenza del marito, indicava una situazione magica intorno al Presidente, come quella alla corte di Re Artù, ndr). Molti pensarono di trovarsi di fronte a una favola presidenziale, come quando John F. Kennedy e Jackie O. occuparono la Casa Bianca. Ma, in realtà, a molti americani non piaceva l’idea di avere un presidente nero, e quando il tempo di Obama giunse al termine, essi colsero l’opportunità per insediare alla Casa Bianca un uomo bianco, non una donna bianca. Donald Trump era il candidato perfetto. Era la loro Grande Speranza Bianca. Ha detto loro che Obama non era un buon Presidente, e neppure un americano, ed era quello che costoro volevano sentirsi dire. Erano felici di lasciare che Donald Trump demolisse tutto, perché anche loro la pensavano allo stesso modo. Hanno lasciato che Trump trasformasse allegramente l’America in un puttanaio, mentre cantavano “Make America Great Again”. Donald Trump non ha finito con l’America. Uscendo di scena, Trump farà quello che sa fare meglio: mandare tutto in merda.

Cosa pensi dell’ondata “revisionista” di alcuni mesi fa, in cui i manifestanti del Black Lives Matter hanno cominciato a imbrattare, ad abbattere o a rimuovere dalle piazze le statue che rappresentavano il passato colonialista e razzista dell’America, seguiti da molti altri casi analoghi in molti altri paesi del mondo? Hai condiviso lo spirito di queste manifestazioni e dei loro gesti più eclatanti, come l’abbattimento delle statue?

Sono giuste entrambe le cose, la protesta e la conservazione. Non si può cambiare il passato cancellandolo. Ciò che è successo nel passato resta nel passato, se ti comporti come se non fosse mai accaduto. È meglio preservare le statue, esibirle, interrogarsi, discuterne e ragionarci su. Ci sono molte cose nel mondo, tra cui opere d’arte, romanzi, governi, religioni, culture e persone che magari non ci piacciono, ma questo non significa che possiamo liberarcene.

 

Andres Serrano, Cotton Picker Corn Whiskey (Vintage Schenley Bottle). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery.

 

In America, il razzismo ancora vivo sottopelle in molti strati della società americana e gli atti discriminatori contro i neri sono spesso paragonati, nei discorsi di alcuni media, all’opposta retorica del “politicamente corretto” che vieta ogni parola fuori posto, che rende il linguaggio anodino e privo di spessore, o addirittura alla retorica “segregazionista” al contrario, come nel caso di gallerie dedicate solo ad artisti neri e collezionisti neri. Credi che questa retorica del “politicamente corretto” abbia nuociuto alla causa di chi lotta contro le discriminazioni, o che al contrario sia un passaggio necessario per eliminare ogni traccia di razzismo dal discorso pubblico e dalla scena sociale?

Non so cosa sia “corretto”. Sono fortunato da questo punto di vista, perché questo mi libera dal doverci pensare. Quello che ho visto è che Donald Trump ha detto e fatto tutto ciò che gli pareva e non ne ha subito alcuna conseguenza, a parte un occasionale rimbrotto di Twitter alla fine del suo mandato. Il fatto che le sue parole e le sue azioni fossero accolte da una grande ostilità e da molte critiche non gli ha impedito di dire o fare quello che ha voluto. Non si è mai preoccupato di alcun tipo di “correttezza”, tantomeno “politica”, gli è stata data carta bianca. Persino quei network e quei giornali che erano inorriditi da ciò che diceva riportavano ogni sua frase: erano affamati delle sue parole, più erano assurde e meglio era. Chi pratica il “politicamente corretto” comincia a correggere prima di tutto sé stesso, poi si aspetta che gli altri dettino la linea. Dove ha inizio e dove finisce? Dobbiamo pensare tutti allo stesso modo e avere lo stesso aspetto? Dovremmo avere tutti lo stesso colore della pelle o la stessa religione? Dovremmo bruciare Mark Twain? La Bibbia è kosher? Quello che piaceva a molte persone di Donald Trump era che diceva alla gente di andare a farsi fottere. A loro piaceva il fatto che fosse uno con le palle…

Con la tua opera, metti sempre il “dito nella piaga”, per usare nuovamente un’espressione biblica. Dalla Morgue, ai “Nomads” a “The Clan”, a “Torture” fino “The Game: All Things Trump” del 2019, il tuo lavoro è sempre stato un passo avanti nel fotografare quello che la nostra coscienza era costretta ad ammettere: dalla violenza, al sesso, alle discriminazioni razziali e sociali. Non temi mai di lasciarti trasportare dall’antipatia, dalla passione, o dalla rabbia, o dal senso di ingiustizia che emanano le persone, o anche gli oggetti, che di volta in volta fotografi?

Lo considero come avere il dito sul grilletto. Mi concentro sulle cose che mi interessano. Quando vuoi fare una cosa, devi farlo e basta. Gli artisti sono determinati nella loro ricerca, tutto il resto è una perdita di tempo ed energia. Non spreco parole quando si tratta del mio lavoro. È il motivo per cui sono molto chiaro nei titoli, che dicono tutto ciò che bisogna sapere. Tutto il resto è una questione d’interpretazione, la tua ipotesi è valida quanto la mia. Mi piace quando i critici scrivono del mio lavoro, perché questo mi evita di doverlo fare io stesso. Sarò anche il direttore del circo, ma preferisco quando lo show parte senza di me. Preferisco essere il “motore invisibile”.

 

Andres Serrano, Black Face (Ku Klux Klan Hood and Mask,1940’s). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery, Paris/Brussels.

 

Con il tuo ciclo precedente, “The Game”, avevi raccolto su internet circa 1000 oggetti che rappresentavano Trump e il suo mito. Oggi, con “Infamous”, hai continuato il lavoro di scavo nel passato “oscuro” dell’America raccogliendo “reliquie razziali”. Quando hai cominciato a collezionarli, e quanti oggetti hai raccolto in tutto?

Ho passato un anno a raccogliere gli oggetti in “The Game: All Things Trump”. Mi ci sono voluti diversi mesi per raccogliere gli oggetti in “Infamous”. Attualmente le fotografie esposte nella mostra “Infamous” al Fotografiska di New York City sono trenta, ma la serie è composta da più di sessanta immagini. Un giorno vorrei fare un’installazione con gli stessi oggetti. È ciò che avevo in mente all’inizio, quando ho cominciato a lavorare a “Infamous”, fare un’installazione di oggetti come avevo fatto con “The Game”, ma la mia gallerista, Nathalie Obadia, ha voluto delle fotografie. Io dico sempre che sono un artista, non un fotografo. Sto pensando di smettere di fotografare, così la gente smetterà di chiamarmi fotografo, solo che sono così bravo a farlo.

Alcuni oggetti sembrano “innocui” o addirittura ironici, con l’icona del nero sorridente e allegro sulla scatola di un gioco da tavolo o di una marca di whisky… altri, sono freddamente burocratici, come il biglietto che certifica lo stato di buona salute di uno schiavo di 12 anni nel Mississippi del 1822. Eppure, hanno tutti un denominatore comune, quello dello stereotipo razziale. Come hai scelto gli oggetti? Hai provato ad approfondire il tema con i venditori? Qualcuno cercava di giustificarsi, o c’era qualcuno di loro apertamente razzista, o cos’altro?

Non credo ci sia alcun oggetto innocuo in “Infamous”. Ci sono una serie di giochi da tavolo e di carnevale che possono essere colorati, ma sono pieni di odio: l’odio che i bianchi hanno nutrito per i neri. Quest’odio ha fatto sì che i bianchi trasformassero gli afroamericani in buffoni e in macchiette, in modo che potessero demonizzarli e sentirsi superiori a loro. Questa era un’estensione delle “leggi Jim Crow”, che dicevano che i neri americani erano “uguali” ma che dovevano essere tenuti “separati” (le leggi Jim Crow erano leggi statali e locali che imponevano la segregazione razziale in tutte le strutture pubbliche negli ex Stati Confederati d’America e di altri Stati, tra il 1876 e il 1965, ndr). La “ricevuta dello schiavo del Mississippi del 1822” è più di un semplice biglietto, è una ricevuta per un ragazzo di 12 anni di nome Joshua. Ho anche la fotografia di una cartolina del 1907 che raffigura un uomo nero appeso a un albero. Quella, e altre cinque immagini, sono state tolte dalla mostra al Fotografiska all’ultimo momento. Non ho avuto alcuna conversazione con i venditori, sul modo in cui si erano procurati questi oggetti, o sul perché li vendessero, come non ho chiesto ai venditori di Trump quale fosse la loro fede politica. I venditori non mi interessavano.

 

Andres Serrano, Racist America III (Vintage Products). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery, Paris/Brussels.

 

Una delle foto di maggiore impatto, “Flag Face”, è quella di un volto coperto da un cappuccio formato da una bandiera americana di fine Ottocento. Una raffigurazione scioccante, che fa pensare ai cappucci delle torture dei prigionieri a Guantanamo come ai cappucci del KKK. Ci racconti com’è nata quell’immagine?

La tua descrizione è perfetta, è proprio per questo motivo che ho realizzato quest’immagine. Volevo usare una bandiera americana come cappuccio del Klan. L’elezione di Donald Trump nel 2016 ha chiarito chi era al comando e in che direzione stava andando l’America. Forse eravamo già arrivati a quel punto, ma non lo sapevamo ancora.

Con “America” (2001) e con “The Game: All Things Trump” (2019) avevi in qualche modo tracciato una fotografia di ciò che ancora oggi viene percepito, seppure in maniera molto controversa e a tratti schizofrenica, come “il sogno americano”. Credi che questo sogno abbia ancora un senso oggi, che sia possibile rappresentarlo o che abbia in qualche modo una sua base di realtà, o tutto è andato perduto in quel senso di frustrazione, paura, rabbia, delegittimazione e odio che gli scontri tra filo-trumpiani e anti-trumpiani sembra rappresentare in modo altamente simbolico?

Il dato più interessante di Donald Trump non è il fatto che sia spietato, ma che non nasconda chi è. È raro trovarsi ad
essere un angelo del caos su così vasta scala e riuscire a farla franca. Trump non ha i bisogni delle altre persone, i suoi sono sempre più grandi. Nel mondo di Donald Trump non se ne ha mai abbastanza di niente e lui ha diritto a tutto. Ogni uomo, donna e bambino deve cavarsela da sé. Lui ti butta sotto un autobus e poi ti calpesta (l’espressione “throw someone under the bus”, è un modo di dire per esprimere un senso di tradimento da parte di una persona nel tentativo di salvare sé stessa o per tornaconto personale. L’espressione è diventata popolare negli Stati Uniti durante la campagna presidenziale del 2008 ed è ricorrente nelle notizie dalla Casa Bianca perché adatta a descrivere il modus operandi di Donald Trump, ndr). È il motivo per cui non mollerà facilmente la presa. Se non può avere lui qualcosa, non vuole che ce l’abbia neanche tu. È buffa questa cosa.

 

Old Glory II, 2020 (1920’s American 48 Stars Flag). Courtesy Andres Serrano and Nathalie Obadia Gallery.

 

Ti senti stretto, a volte, nell’immagine che danno i media di te, di artista “controverso”, “politico”, che cerca lo scandalo a tutti i costi?

So che alcune persone si aspettano che io sia un Bad Boy, un cattivo ragazzo, e quando non sono così, rimangono delusi. Ma non mi interessa cosa pensa la gente. Non posso avere il controllo su ciò che pensano di me, posso solo essere me stesso. Sono cresciuto con Bob Dylan, ascoltavo la sua musica e amavo tutto ciò che faceva, ma c’era una frase della sua canzone che si intitola “It’s Alright Ma, I’m Only Bleeding” che non riuscivo a capire. Il verso diceva: “E se i miei sogni pensanti potessero essere visti, probabilmente mi metterebbero la testa in una ghigliottina…”. Non capivo come qualcosa nella tua testa potesse essere considerato pericoloso. La cosa migliore che tu possa dire di me è che sono sopra le righe.

So che l’icona dell’artista “politico” ti è sempre sembrata fuorviante e sbagliata, ma credi che arte e politica abbiano tutt’ora una stretta relazione, e che l’arte possa avere un potere di risveglio delle coscienze?

L’arte ha il potere di fare molte cose. Può illuminarti, confortarti, abbracciarti, renderti intelligente o stupido. Non sono presente sui social, ma ho sentito dire che i gattini sono molto popolari su Instagram.

 

 

 

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