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Che musica ascoltano gli Street artist?

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Il connubio tra arte e musica è vicenda fondamentale per comprendere le più intime pulsioni della creazione pura; note, melodie, ritmiche e sonorità spingono l’animo umano ad addentrarsi all’interno di una sfera trascendentale che imprime energia e simultaneità alla sperimentazione artistica.

Ma ci siamo mai chiesti cosa ascoltano gli artisti? Quali sono le loro preferenze e affinità per sviluppare un dialogo interdisciplinare tra le arti? Una sinergia ampiamente analizzata nella mostra Libertà non autorizzata: la storia della Street art dagli anni ’60 ad oggi, ospitata presso il Museo Le Carceri di Asiago (Vi) fino al 23 febbraio 2025.

Quella raccontata in mostra è la vicenda che indaga il fenomeno generazionale di quella che oggi viene comunemente definita “Street Art”, partendo dalla nascita del graffitismo nella New York di fine anni Sessanta con artisti di prima e seconda generazione, per arrivare fino ai nuovi protagonisti contemporanei. Vengono posti al visitatore una serie di interrogativi che parlano di una sottocultura indomabile, affascinante, misteriosa, sexy e per molti versi ancora avvolta nel mistero che, all’improvviso, emerse dall’underground per riversarsi nei canali mainstream grazie ad alcuni dei suoi protagonisti: Keith Haring, Banksy e Obey in primis.

Questi artisti rappresentano solamente la punta di un iceberg ben più profondo: un mondo fatto di attitudine, regole non scritte, codici interni svolti in non luoghi come le metropolitane, i sottopassi o i muri del mondo per un’arte senza confini che si estende in ogni angolo del pianeta e che raccoglie le voci di un’umanità in continua urgenza espressiva.

Questa urgenza viene rivelata nella nascita della cultura hip-hop, nelle sonorità underground riversate su tela con gestualità espressiva che inneggia a una libertà svincolata da ogni accademismo e regola di mercato: il tratto grafico, infatti, rappresenta l’espressione più tangibile della cultura hip-hop attirando l’attenzione in modo trasversale, rendendosi impossibile da ignorare. Eric B & Rakim, Grandmaster Flash and The Furious Five, KRS One e ancora Public Enemy, Beasty Boys, Sugarhill Gang, Afrika Bambaata, N.W.A. e molti altri ancora muovono il loro sound immersi nei fumi distorti di vernici acriliche nel caos esplosivo di bunker sotterranei e sottopassi metropolitani.

Sono entrambi stili di vita che portano i protagonisti a trovare una propria identità alternativa, a sentirsi parte di una crew, di una famiglia, che percorreva i suoi passi suonando, ballando, taggando in un bombing incessante di controcultura inarrestabile. Il sound si arricchisce di nuove sonorità con il passare del tempo trovando nel caldo sole della California una nuova ondata di energia alternativa di matrice punk-hardcore con band come Green Day, Offspring, Bad Religion, senza mai dimenticare Nine Inch Nails e i britannici Blur, Massive Attack e Gorillaz che portarono anche il mondo dei Graffiti, oltre a quello dei concerti, in non luoghi quali skateparks e nuovi, ed alternativi, Festival di musica indipendente.

La mostra al Museo Le Carceri di Asiago (Vi) racconta tutto questo attraverso un’alternanza visivo-sonora che immerge il visitatore nelle strette sinergie di una danza per immagini. 


Immagine di copertina – Slog 175, Spray su tela – Courtesy MVArte


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