A Ravenna la casa di una coppia di collezionisti scomparsi nel 1965 custodisce opere e memorie di grandi artisti con particolare attenzione ai maestri dell’Informale.
Lei, Raffaella, era una Ghigi, illustre famiglia romagnola di antica nobiltà; lui, Roberto Pagani, figlio di commercianti, era un intellettuale imprenditore del secondo dopoguerra, consapevole di vivere in un mondo che finalmente stava cambiando, con una visione su come cambiarlo. Dopo aver condiviso l’impegno antifascista negli anni della guerra, quando in coppia facevano volantinaggio clandestino contro il regime, per vent’anni condivisero un figlio, un’intensa passione per il collezionismo e una vita ricca di interessi e di frequentazioni interessanti. Poi, troppo presto, li unì anche il destino, che li ha portati via insieme. A Ravenna, la loro casa, pensata e progettata in funzione delle opere che amavano esporre, è rimasta intatta; ed è lei – un’elegante villetta degli anni Cinquanta circondata da un bel giardino nella prima periferia residenziale della città – la “guardiana della memoria” di cui vogliamo raccontare la storia.
Se, infatti, pensando a chi siano oggi i guardiani della memoria si tende a portare l’attenzione sulle persone, sappiamo bene, tuttavia, che custodire memorie significa anche dar loro un luogo; perché è negli ambienti, nella forma degli spazi, nelle tracce, nei segni e in tutte le “cose”materiali, nei pieni e nei vuoti, nelle presenze e nelle assenze, che si depositano le idee di chi li ha attraversati e li attraverserà. I luoghi in cui l’arte è stata amata sono giacimenti complessi, spazi di sospensione dove, però, il tempo continua a dipanare la sua narrazione, e lì, dove ancora le storie si raccontano allo sguardo, che è bello andare a cercarle.

La storia della Collezione Ghigi-Pagnani e dei suoi fondatori l’ascoltiamo dalla voce del nipote Roberto, che da sempre abita nella villa dei nonni, dove lui stesso dipinge, nella soffitta che un tempo fu soprattutto luogo di scrittura, muovendosi con una familiarità in cui respirano gli affetti, tra i mobili, le opere, gli oggetti, le fotografie e le carte che ha lasciato «esattamente dov’erano». Depositario non solo dell’archivio e della raccolta, ma anche della vocazione di famiglia, l’artista continua a vivere in questa confortevole casa borghese, con il cuore tra le pareti e i divani del grande salotto, perché possa rimanere un centro vitale di incontri culturali e di attenzione per le arti. Un po’ casa-museo e un po’ reliquiario, ma allo stesso tempo scenario di una vitalità nuova, questa singolare abitazione si fa veramente custode di memoria, non solo per il valore della collezione, ma proprio per la continuità di intenti tra generazioni che programmaticamente esprime.
« Mio nonno è stato un grande collezionista colto, mosso dall’amore per l’arte – racconta Roberto, che porta il nome del nonno che non ha potuto conoscere – e la sua sensibilità si formò negli anni della guerra. Antifascista “laico”, con un orientamento legato all’area tra i repubblicani e i liberali, nel 1945 divenne direttore di “Democrazia”, un importante giornale con cui collaborava, succedendo a Benigno Zaccagnini. Già durante il conflitto, ma soprattutto subito dopo, Pagani riuscì a inserire nelle pagine del giornale articoli di interesse culturale, mentre cresceva la sua passione per l’arte e per il collezionismo. Amava moltissimo gli artisti e collezionava opere del suo tempo, non come mero investimento, ma perché cercava nell’arte contemporanea valori e messaggi nuovi, che in qualche modo fossero espressione del suo impegno etico e intellettuale. La nonna era una persona silenziosa, una donna fine, riservata, nobile d’animo, ed ebbe un ruolo importante per la storia della collezione. Quando lei ricevette in eredità dei terreni lasciò la dimora di famiglia, e insieme decisero di far costruire una “casa galleria”, senza impedimenti visivi di tipo architettonico, con grandi finestre per consentire una migliore visione delle opere. Sempre in quest’ottica fu inserita tra soffitto e parete una rientranza per le catene, nello stile delle gallerie d’arte di allora, per poter cambiare spesso le opere esposte, considerando che la collezione era molto ampia. La stanza principale era il salotto, pensato per gli incontri con artisti, critici e scrittori. Quando ero bambino, con i miei genitori che continuavano a frequentare artisti e scrittori che erano stati amici dei nonni, questa stanza mi è sempre sembrata un luogo normale, solo più tardi ho capito che era qualcosa di speciale ».

L’edificio (divenuto poi modello per le ville dell’allora nascente località di villeggiatura di Marina Romea) è stato progettato nel 1955 dall’architetto (Arturo) Luciano Galassi, e conserva una spiccata identità per i tetti spioventi e per il carattere tipico dell’architettura moderna, affiancato a dettagli come gli embrici (tegole di origine romana), che rendono omaggio alla storia antica di Ravenna. Ma è l’interno, con il serrato dispiegarsi di dipinti, fotografie, mobili antichi e moderni, accanto a vetrine di oggetti curiosi o etnici, a parlare la lingua viva della passione. Una passione prioritaria per la pittura informale, subito dichiarata, per non dire “urlata”, dalle opere di alle pareti, firmate da Mattia Moreni e da George Mathieu, tra i più cari amici della coppia, testimoni di un’attenzione a tutto campo, che univa uno sguardo attento al territorio a una visione aperta alla scena internazionale. A casa di romagnoli colti e ospitali come Raffaella e Roberto le relazioni si intrecciavano in un clima amicale e, in quel cenacolo si incontravano, soggiornavano e si confrontavano anche milanesi come Alberto Dova, scrittori come Elisabeth Mann Borgese e il poeta Raffaele Carrieri, storici dell’arte di spicco come Giulio Carlo Argan e Francesco Arcangeli. C’era, tra questi anche il trentenne Alberto Martini, brillante ideatore della collana “ I Maestri del Colore”, che viaggiava insieme alla coppia di amici collezionisti quando, in una notte del 1965, di ritorno da una cena, tutti e tre morirono sul colpo in un brutto incidente d’auto. L’incidente è stato una cesura nella storia della collezione, e avrebbe potuto determinarne la dispersione. «Mio nonno era alla guida, e mio padre Giorgio, ventenne, si trovò ad affrontare non solo la difficoltà di essere rimasto senza genitori, ma anche l’impegno di risarcire la famiglia di Martini. Purtroppo fu inevitabile la vendita di alcune opere importanti, delle quali ancora posso ricostruire la collocazione attuale; tuttavia, anche grazie all’appoggio di mia madre, che ne ha subito compreso il valore, la mia famiglia ha fatto il possibile per mantenere la gran parte della collezione unita, preservando nell’allestimento originale un patrimonio di oltre 200 opere degli anni Cinquanta – Sessanta. E poi c’è l’archivio, non meno importante: quando nel 1985, a quindici anni, casualmente ho trovato in un mobile del salotto i documenti, le foto, le lettere che mi hanno fatto scoprire e capire la storia di questo luogo, ho scoperto un mondo di pensieri che hanno fatto esplodere in me il desiderio di entrare nella storia e nell’intimità più profonda di questa casa». Così ora, oltre ai già citati Moreni (quasi incredibile guardare un suo quadro commissionato come copertura del passavivande nella zona pranzo), il viscerale Mathieu (con opere dipinte proprio in quella stessa stanza in cui sono esposte) e Dova (del quale spicca una Sagra della Primavera voluta in prestito da Michelangelo Antonioni per un film), le pareti della casa museo oggi invitano ancora a riconoscere opere astratte di Marc Tobey, Gorky, Daniel Pommereulle, Emilio Vedova, Sergio Vacchi, Phillip Martin, Bernard Quentin, Imai Toshimitsu del Gruppo Gutai, ma anche qualche esempio dell’Esistenzialismo Lombardo di Cazzaniga e Vaglieri, o un piccolo Ivo Pannaggi futurista del 1922, appeso poco lontano da un dipinto antico, eredità di famiglia della nonna. E davvero non va dimenticato l’archivio, miniera di piccole sorprese, tra lettere intense, cartoline di saluto, riflessioni sull’arte e la società, articoli. Qui sono custodite le belle fotografie in bianco e nero, scattate da in gran parte da Roberto, che catturano volti, incontri e situazioni da rivivere come in un film che, forse, qualcuno prima o poi potrebbe anche scrivere.
Mattia Moreni nel suo studio al Moulin Rouge, Parigi, fotografia di Roberto Pagnani, anni Sessanta, Archivio Collezione Ghigi-Pagnani
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