Frastuono in tonalità minori alla 61ª Biennale d’arte

Sawangwongse Yawnghwe, People’s Desire,61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia 
Facebook
LinkedIn
WhatsApp

«Detesto ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo».


Che Voltaire abbia pronunciato o meno questo aforisma, la dichiarazione illumina l’anomalia di questa 61ª Biennale d’arte: un’esposizione che si proclama luogo d’incontro universale mentre, nei fatti, viene attraversata da tentazioni di chiusura, controlli, esclusioni preventive, proteste militanti e performative (Pussy Riot).

All’ingresso dell’Arsenale, il testo di Koyo Kouoh per “In Minor Keys” invita a sintonizzarsi sui toni sommessi, sulle frequenze basse dei mormorii, su una musica che continua nonostante la tragedia. Le “tonalità minori” di cui parla la curatrice sono quelle dei rifugiati che riemergono dalle rovine, delle comunità marginalizzate che trovano voce nella poesia, degli artisti che ricuciono ferite e mondi senza alzare la voce. Eppure l’eco mediatica dell’inaugurazione è di segno opposto: ispezioni ministeriali, giurie che si dimettono, appelli al boicottaggio. Laddove Kouoh immaginava un paesaggio di sussurri, la politica ha imposto il registro dell’editto.

Il caso dei padiglioni russo e israeliano è emblematico. Il direttore Pietrangelo Buttafuoco li ha difesi in nome di una Biennale che “seleziona le opere, non i passaporti”, ricordando che chiudere una porta a qualcuno significa rendere più fragile l’apertura verso tutti gli altri. Peraltro, le opere esposte in quei padiglioni sono lontane da intenti propagandistici. In questo senso, anche se nei Paesi rappresentati la libertà personale è compromessa o governano autocrazie, la scelta espositiva voluta dai loro oppressori, in qualche modo, rivela e scopre proprio ciò che vorrebbe nascondere. Nel padiglione russo, intitolato “L’albero è radicato nel cielo”, l’albero diventa figura di ospitalità: un punto d’incontro dove persone di origini diverse possono sedersi, ascoltarsi, condividere una fragile tregua, si suona, si balla e si beve vodka. Il pubblico cerca una verità nascosta ma la vede proprio in quella “mistificazione” forzata. Nel padiglione israeliano, la memoria poetica di Paul Celan attraversa il presente con la forza di una domanda e non di una parola d’ordine. Anche qui il lirismo della poesia, ma l’oblio del genocidio sono percepibili in re ipsa. Sono proposte che occultano il conflitto scegliendo il silenziamento.

Così facendo, tuttavia, hanno acceso ancora di più il dibattito.

Ciononostante, la decisione della giuria di escludere a priori la possibilità di premiarli, seguita dalle dimissioni dopo l’invio di ispettori ministeriali, si pone su un altro livello, ovvero quello della discussione sulla libertà di un sistema istituzionale come la Biennale dotata di proprie regole.

Quanto accaduto mostra quanto sia diventato labile il confine tra giudizio critico e la censura preventiva. La risposta istituzionale obtorto collo conseguitane – il ricorso a una giuria popolare in buona parte priva degli strumenti necessari – appare come un compromesso al ribasso: un modo per spostare la responsabilità senza affrontare il nodo politico, cioè la libertà dell’istituzione culturale rispetto al potere esecutivo e alle campagne di pressione. In questo cortocircuito, tanto le intromissioni del ministero quanto le proteste militanti e spettacolarizzanti (Pussy Riot e non solo) finiscono per sovrapporsi, con il frastuono delle rispettive ragioni, proprio a quelle “minor keys” che la curatrice rivendicava.

Colpisce che la stessa inflessibilità e polemica non si sia estesa, ad esempio, al padiglione USA, nonostante il ruolo centrale degli Stati Uniti negli attuali scenari bellici e geopolitici o ad altri Paesi responsabili di analoghe violenze. È una doppia morale che tradisce la pretesa universalistica dell’arte conferma quanto l’indignazione sia selettiva e la censura non appartenga al principio della libertà di espressione artistica.


Maria Magdalena Campos-Pons, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh, 2026. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia
Maria Magdalena Campos-Pons, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh, 2026. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia

Un’opera manifesto ai giardini

A prescindere dalle polemiche, dentro questo scenario, molte opere restano fedeli al programma poetico di Kouoh.

Il vero manifesto delle “tonalità minori” è l’opera di Maria Magdalena Campos-Pons, con il monumento floreale dedicato a Koyo Kouoh e a Toni Morrison Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison, fa della Biennale un giardino di memoria nera: otto grandi pannelli ritraggono la curatrice prematuramente morta prima dell’inaugurazione e la prima scrittrice nera premio Nobel come radici di un albero genealogico che intreccia letteratura, diaspora, solidarietà femminile. Il linguaggio dei fiori (che troviamo anche come scultura in ceramica davanti al dipinto) – amplificato in numerosi lavori in mostra – si fa lessico politico della cura, in controcanto al linguaggio aggressivo del dibattito pubblico.

Genocidi, migrazioni, periferie del mondo

Molti padiglioni lavorano sulle ferite della storia con un rigore che risuona nello spirito delle “tonalità minori”. Sawangwongse Yawnghwe, all’Arsenale, propone in “People’s Desire” una lunga installazione di figure d’argilla che camminano o galleggiano su barche: un esodo di massa congelato nel momento del passaggio. L’artista mette in relazione i massacri dei Rohingya con altre minoranze oppresse, disegnando la cartografia di un’economia del genocidio che attraversa il Novecento e il presente.

Eustáquio Neves, con le sue serie sull’afro-diaspora brasiliana, ricostruisce archivi di comunità nere cancellate dalla storia ufficiale, stratificando fotografie, tombe, volti anonimizzati fino a trasformare l’immagine in documento etico. Edward Duval-Carrié intreccia le migrazioni haitiane al retaggio della tratta atlantica, popolando la mostra di divinità-bras à la frontière tra storia e mito, mentre Manuel Mathieu riflette sul genocidio e sulla fragilità delle strutture sociali attraverso dipinti che sembrano cicatrici di luce e materia.

La categoria delle periferie del mondo si estende alla cultura nera caraibica e statunitense di Alvaro Barrington: il camion dipinto Labor Day Parade ’91, parcheggiato nei Giardini oltre il ponte, cita la West Indian Day Parade di Brooklyn e la tradizione delle sfilate caraibiche. Qui le immagini dei “peccatori” – corpi eccessivi, erotici, festosi – vengono sovvertite in agenti di liberazione, trasformando un veicolo industriale in altare mobile della cultura diasporica.

Catarsi, speranza, sospensione nel tempo della tecnologia

Accanto a questa costellazione di traumi, la Biennale offre anche opere che lavorano in chiave catartica, aprendo varchi di speranza. In quest’ottica si colloca il padiglione Romania con l’installazione Liquid Tongues ove i performer udenti e sordi interpretano i codici di comunicazione sia in inglese che nella lingua dei segni, esplorando così il tema del recupero delle lingue marginalizzate e delle forme di vita “più che umane”.

Al padiglione Polonia, un inno alla vita della natura con la presenza di uccelli che covano le loro uova.

Sempre nel segno del dialogo uomo-natura, anche il padiglione Italia di Chiara Camoni, costellato di figure-totem vegetali e ceramiche, mette in scena una comunità ibrida tra umano e non umano, dove la convivenza si apprende per lenta vicinanza e simbiosi osmotica.

Nick Cave, noto per i Soundsuits, alla Biennale presenta sculture in bronzo coperte di vassoi vintage in metallo, fiori dipinti, ricami. In Amalgam (Origin), affacciata sul bacino dell’Arsenale, rami, fiori e uccelli emergono da una struttura totemica che è insieme monumento al lutto e invito alla sospensione: un tempo dilatato in cui il dolore non viene spettacolarizzato ma accolto, riconosciuto, elaborato.

In questa regione della mostra vanno collocati anche i lavori di Endre Koronczi, che con il “pneuma cosmic” restituisce al respiro umano e all’aria una dimensione spirituale condivisa: un dialogo tra natura e trascendenza.

In altri lavori l’attenzione è rivolta al presente tecnologico. Kader Attia, partendo dalle parole di uno sciamano vietnamita che descrive i virus informatici come “entità spirituali”, propone un’“antropologia metafisica” della tecnica: siamo davvero noi a governare l’intelligenza artificiale, o sono altri poteri – economici, politici, algoritmici – ad agire attraverso di essa? L’installazione invita a pensare l’IA come un moderno “daemon” greco, non necessariamente maligno ma comunque dotato di un’autonomia inquietante.


Pavilion of ROMANIA. Black Seas – Scores for the Sonic Eye, Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia
Pavilion of ROMANIA. Black Seas – Scores for the Sonic Eye, Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia

Denuncia, temi sociali, corpi, spettacolo, religioni civili

Sung Tieu, nel padiglione tedesco, riflette sui legami familiari e mette a nudo l’ipocrisia dei sistemi burocratici statali di filtro nell’accoglienza: barre d’alluminio modellate sulle misure del corpo della madre raccontano di quell’intensità affettiva intima, mentre la violenza amministrativa che colpisce i migranti è rappresentata da sculture sgabello presenti nel padiglione come negli uffici che li ospitano per interminabili speranzose attese. Ei Arakawa-Nash, nel padiglione Giappone, lega ciascuna delle sue 57 bambole, esposte e che si possono prendere in braccio, a delle date storiche, molte delle quali legate alla violenza giapponese nella Seconda guerra mondiale o alle lotte per i diritti riproduttivi: la storia entra in Biennale attraverso oggetti vulnerabili, affidati alle mani dei visitatori che si trasformano in genitori “responsabili”.

Sicuramente di grande impatto scenico il lavoro di Florentina Holzinger con il progetto “Seaworld Venice” nel padiglione Austria. All’esterno dello stesso padiglione, una donna-performer appesa a testa in giù all’interno di una campana si muove come un batacchio (immagine presente anche in antichi dipinti di Hiero Nymus Bosch). Altre figure nude si trovano all’interno dell’edificio ed interagiscono con l’acqua, è una riflessione sulla fragilità ecologica e la tensione climatica. La dimensione del corpo come campo di battaglia identitario e politico e la trasformazione dello spazio in un teatro di gesti estremi, suoni, posture che interrogano la vulnerabilità e l’esistenza dell’individuo nelle democrazie contemporanee. L’opera è stata percepita e riportata su stampa e social come la più spettacolare, ma forse proprio questa sua dichiarata teatralità comunicativa è il suo limite maggiore.

Il padiglione dell’Arabia Saudita convoca la sua narrativa di modernizzazione e apertura, ricomponendo tradizione e ambizione high-tech in un racconto che è al tempo stesso autocelebrativo e rivelatore delle tensioni interne al Regno: un esempio di come la Biennale diventi palcoscenico di nuove religioni civili, dove la nazione si mette in scena davanti al mondo.

Tutti alla Biennale

La Biennale d’arte rappresenta probabilmente l’evento espositivo d’arte contemporanea più importante al mondo e tutti gli operatori (oltre ad un ampio pubblico popolare) vogliono visitarla e poter testimoniare la loro presenza alla mostra.
Si tratta, quindi, anche di un evento mondano ove curatori e critici, giornalisti, galleristi, collezionisti e comunque anche figure ibride vogliono entrare e riconoscersi nei 3 giorni di pre-apertura. È importante esserci come in molte inaugurazioni di eventi dell’arte contemporanea.

Si assiste, quindi, ad una sorta di sfilata di persone che osservano distrattamente senza nemmeno soffermarsi a leggere quanto lo staff curatoriale ha scritto per ciascuna delle opere esposte a fianco delle stesse. Mi ha sorpreso, quindi, vedere un Massimiliano Giorni (critico e direttore del New Museum di New York) che prendeva diligentemente appunti.

Ho letto, quindi, molti articoli che non entrano neppure nel merito del significato delle opere esposte, ma si soffermano solo sul “sapore” della Biennale, magari descritta come spazio che ospita manufatti dallo spirito esotico o botanico. Che si tratti di giornalisti o curatori così detti “fighetti” o di giornalisti/curatori che si considerano alla stregua di un “grillo parlante” o “fuori dal coro”, credo che chiunque scriva alla Biennale debba perlomeno aver speso ben più di una giornata soffermandosi prima di tutto a leggere…

Libertà dell’arte e “minor keys” nel linguaggio dell’empatia e del dialogo

Sul fondo, resta la contraddizione di una Biennale che invita a respirare “in tonalità minori” e viene costantemente riportata, dall’esterno, alle “tonalità maggiori” delle contrapposizioni/guerre culturali. Da un lato, padiglioni che affrontano genocidio, migrazioni, periferie e vulnerabilità con complessità; dall’altro, artisti che offrono spazi catartici e prospettive di speranza, dal giardino florale di Campos-Pons al camion-festa di Barrington, fino alle sculture meditanti di Cave. La celebrazione della natura e l’attenzione alle periferie del mondo ci riportano ad una sorta do continuità con la 60° Biennale, quella dello “stranieri ovunque” ove si esplorano temi dalla decolonizzazione delle minoranze, dell’esilio e dell’identità.

A tenere insieme oggi questi percorsi è lo sguardo nelle “tonalità minori”, insieme realistico e spirituale, della curatrice: un’attenzione alla materialità/realità dei corpi e dei territori che non rinuncia alla dimensione onirica, talvolta junghiana, del simbolo. Non a caso Yto Barrada, nel padiglione francese, evoca Saturno come figura del tempo lento, della malinconia creativa, del lavoro sotterraneo che scava nelle trame della storia. Diventare “come Saturno” significa accettare la complessità, rifiutare la fretta del giudizio, abitare l’ambivalenza. Un approccio pacifico/pacificato e aperto alla diversità.

Come osservatore attivo e partecipe, mi riconosco in questa lezione saturnina. La Biennale non è un tribunale né un social network, ma un fragile dispositivo di ascolto. Se cominciasse a selezionare passaporti invece di opere, visioni ideologiche invece di nazionalità, perderebbe la sua ragion d’essere proprio quando il mondo – lacerato da guerre, migrazioni, catastrofi climatiche – avrebbe più bisogno di incontrarsi. Difendere la libertà dell’arte oggi significa difendere il diritto all’ambiguità, al dissenso, alla parola scomoda. Anche – e soprattutto – quando quella parola ci mette alla prova.

La Biennale non può, quindi, che rimanere quel necessario luogo fragile e contraddittorio ove il mondo lacerato trova ancora il coraggio di riconoscersi nelle proprie “tonalità minori” (previa lettura e approfondimento, che si distinguono dalla passeggiata).


Pavilion of AUSTRIA.Seaworld Venice, Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia
Pavilion of AUSTRIA.Seaworld Venice, Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Andrea Avezzù, courtesy La Biennale di Venezia


OLTRE LA BIENNALE (Gli eventi collaterali scelti da Michele Ciolino)


Jenny Saville: Pittura del corpo

Titolo mostra: Jenny Saville a Ca’ Pesaro
Luogo: Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Venezia
Periodo: 28 marzo 2026 – 22 novembre 2026

Questa prima, ampia esposizione veneziana riunisce circa trenta dipinti e disegni dagli anni Novanta a oggi, mettendo al centro il corpo come campo di tensione tra vulnerabilità, potenza e storia della pittura. La materia pittorica densa e carnale di Saville dialoga con la tradizione veneziana di Tiziano e Tintoretto.


Joseph Kosuth: La lingua del concetto

Titolo mostra: Joseph Kosuth. The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero
Luogo: Casa dei Tre Oci (Berggruen Institute Europe), Venezia; in dialogo con Palazzo Diedo – Berggruen Arts & Culture
Periodo: 23 marzo 2026 – 22 novembre 2026 (Tre Oci)

La mostra rende omaggio a uno dei padri dell’arte concettuale, ripercorrendo dagli anni Sessanta a oggi la sua indagine sul linguaggio come materiale artistico primario. Attraverso opere storiche – neon testuali, installazioni e i celebri Art as Idea as Idea – Kosuth mette in scena la perdita di valore di scambio delle parole in un contesto mediatico saturo, ribadendo che il significato è un evento situato nello spazio e nel tempo dell’esposizione.


Arthur Jafa e Richard Prince: L’America urticante

Titolo mostra: Helter Skelter. Arthur Jafa & Richard Prince (Ca’ Corner della Regina)
Luogo: Ca’ Corner della Regina, Venezia (sede della Fondazione Prada)
Periodo: primavera–autunno 2026 (date indicate nei materiali di sala; contestualizzate con la Biennale)

La doppia personale Helter Skelter, curata da Nancy Spector, mette in relazione oltre cinquanta opere di Arthur Jafa e Richard Prince – fotografie, video, installazioni, sculture e nuovi lavori – costruendo una topografia caustica degli Stati Uniti contemporanei. Entrambi gli artisti lavorano per appropriazione e montaggio di immagini tratte da cinema, pulp fiction, fumetti, copertine di dischi, media e social network, trasformando la cultura popolare in un dispositivo di denuncia delle violenze sistemiche e delle fantasie tossiche dell’immaginario americano.


Erwin Wurm: Dreamers

Titolo mostra: Erwin Wurm. Dreamers
Luogo: Museo di Palazzo Fortuny, Venezia
Periodo: 6 maggio 2026 – 22 novembre 2026

La monografica veneziana introduce per la prima volta in Italia un’ampia selezione delle sculture e installazioni di Wurm, dalle One Minute Sculptures alle nuove commissioni, ridefinendo il confine fra oggetto quotidiano, corpo e performance. Attraverso l’ironia e il paradosso, l’artista trasforma l’ordinario in un laboratorio dell’assurdo, dove il visitatore è invitato a partecipare fisicamente.


Marina Abramović all’Accademia: Performance in energia

Titolo mostra: Marina Abramović. Transforming Energy
Luogo: Gallerie dell’Accademia, Venezia
Periodo: 6 maggio 2026 – 18 ottobre 2026

Prima artista donna vivente a essere celebrata con una grande mostra alle Gallerie dell’Accademia, Abramović intreccia qui decenni di performance storiche con i capolavori rinascimentali veneziani, in particolare la Pietà di Tiziano. Il nucleo della mostra è costituito dai Transitory Objects, letti e strutture in pietra con cristalli che invitano il pubblico a sperimentare fisicamente la “trasmissione di energia”, spostando il baricentro dell’opera dal gesto dell’artista al corpo del visitatore.


Alghiero Boetti e Lee Ufan alla SMAC: Linguaggi

Titolo mostra: Lee Ufan / Alighiero Boetti (SMAC Venice, progetto doppio)
Luogo: SMAC Venice – Procuratie di Piazza San Marco, Venezia; in parallelo, Dia Beacon (per il capitolo dedicato a Lee Ufan)
Periodo: 2026, in concomitanza con la Biennale e con la mostra newyorkese per il novantesimo compleanno dell’artista

L’esposizione dedicata a Lee Ufan, sviluppata in stretta collaborazione con l’artista, attraversa sette decenni di produzione, dai dipinti monocromi alle installazioni site-specific, insistendo sul rapporto fra gesto, spazio architettonico e percezione del tempo. In dialogo con questo percorso, la mostra su Alighiero Boetti costruisce una “costellazione” di opere – dagli Autoritratti alle Mappe, dai Ricami ai Calendari – che riflette su dualità, sistemi e processi condivisi, spostando deliberatamente l’autorialità su reti di collaborazione artigianale.


Ceal Floyer e Strange Rules a Palazzo Diedo: L’avanguardia di un’intelligenza altra

  1. Unfinished – Ceal Floyer: L’avanguardia di un’intelligenza altra (I)

Titolo mostra: Ceal Floyer. Unfinished
Luogo: Palazzo Diedo – Berggruen Arts & Culture, Venezia
Periodo: 4 maggio 2026 – 22 novembre 2026

Omaggio postumo a una delle artiste concettuali e più raffinate della sua generazione, Unfinished riunisce video, fotografie, installazioni sonore, ready-made e sculture che esemplificano l’umorismo sottile e la precisione formale di Floyer. Il percorso ruota attorno all’opera eponima Unfinished (1995), un video in loop in cui qualcuno “si gira i pollici”, e a lavori iconici come Til I Get It Right, Bucket, Again and Again, nei quali micro-scarti di linguaggio o di percezione trasformano il quotidiano in un paradosso logico.

  • Strange Rules (II)

Titolo mostra: Strange Rules
Luogo: Palazzo Diedo – Berggruen Arts & Culture, Venezia
Periodo: 4 maggio 2026 – 22 novembre 2026

Strange Rules, curato da Mat Dryhurst, Holly Herndon e Hans Ulrich Obrist con Adriana Rispoli, inaugura Palazzo Diedo come primo spazio italiano dedicato alla Protocol Art, ovvero a pratiche artistiche che lavorano sui protocolli e sulle infrastrutture tecnologiche che regolano produzione e circolazione delle immagini nell’era digitale. Le opere – installazioni, video, piattaforme, ambienti sonori – non si limitano a utilizzare algoritmi, modelli di intelligenza artificiale o sistemi informatici, ma li rendono visibili come materia estetica, spostando l’attenzione dall’oggetto finale al processo e all’architettura invisibile che lo sostiene.


La Biennale di Venezia – 61. Esposizione Internazionale d’Arte
In Minor Keys di Koyo Kouoh
9 maggio 2026 – 22 novembre 2026
Venezia (Giardini e Arsenale)

www.labiennale.org
@labiennale


Immagine di copertina: Sawangwongse Yawnghwe, People’s Desire,61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, In Minor Keys. Photo by Marco Zorzanello, courtesy La Biennale di Venezia 


Continua a scoprire qui i contenuti di ArteiN!

Articoli correlati
Scopri i nostri autori

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.