Léa Dumayet in dialogo con Eleonora Savorelli in occasione della mostra personale Cilia
La mostra personale Cilia, visibile fino al 21 ottobre 2026 nella Galleria dei Gondolieri a Venezia, è curata da Anna Shpilko ed Elisabeth de Brabant in collaborazione con Women Without Borders, organizzazione no-profit internazionale di base a Vienna. La mostra è presentata nel contesto della 61. Biennale d’Arte di Venezia. In parallelo, EdB Contemporary organizza un programma di esposizioni all’interno della Galleria dei Gondolieri, situata in un palazzo sulle Zattere, a Dorsoduro.
Quali sono i temi principali della mostra? In che modo le curatrici hanno dato una forma alle tematiche per te urgenti presentate in Cilia?
Con la mostra Cilia cerco di rivelare i ruoli invisibili e fondamentali delle ciglia nel corpo umano. Le ciglia si trovano in diverse parti del corpo e svolgono funzioni differenti in ciascuna di esse. Quelle che mi interessano sono quelle legate all’olfatto, che partecipano alla percezione degli odori, quelle dei bronchi, che proteggono l’organismo filtrando ed eliminando i microbi, e in particolare quelle delle tube di Falloppio, che accompagnano il movimento tra l’ovaio e l’utero. Tutte queste ciglia, presenti all’interno del nostro corpo, sono invisibili. La maggior parte di noi non ne è nemmeno consapevole. Sono proprio queste nozioni di invisibilità e di ignoto che mi stimolano e mi spingono a creare. Sebbene queste ciglia siano indispensabili per il corretto funzionamento del corpo, rimangono inosservate, quasi segrete. Si potrebbe stabilire un parallelo con le radici degli alberi: anch’esse nascoste, eppure fondamentali. Se le ciglia vengono alterate o non funzionano correttamente, l’equilibrio dell’organo è compromesso. Lo stesso avviene nell’ambiente. Più in generale, il mio lavoro vuole indagare la fragilità e l’importanza di questi elementi quasi impercettibili. La parola “urgenza” mi sembra particolarmente appropriata: è urgente prestare attenzione a queste realtà discrete, in contrasto con la superficialità che sempre più domina il nostro sguardo oggi. Le curatrici Anna Shpilko ed Elisabeth de Brabant mi hanno ascoltata e sostenuta in questa ricerca. I nostri scambi mi hanno aiutata a mettere in parole ciò che ancora mi sfuggiva. Grazie a loro, ho potuto creare concretamente ciò che desideravo esprimere.
Come è iniziato il tuo dialogo con EdB Contemporary? Si prevedono altre situazioni – mostre o eventi –in cui sarai presente?
Innanzitutto, ho incontrato la curatrice Anna Shpilko, che è venuta durante la mia mostra di restituzione della residenza agli atelier di Jakmousse – un luogo straordinario vicino a Parigi. Successivamente mi ha presentata a Elisabeth de Brabant. Insieme, mi hanno invitata a esporre in questo spazio sorprendente a Venezia: un corridoio lungo, ampio e alto, risalente al XVII secolo, che Elisabeth ha fatto restaurare e nel quale organizzano mostre e residenze da qualche anno. Invitano artisti provenienti da tutti i continenti, che praticano pittura, video o performance. La loro apertura verso il mondo mi ha subito affascinata. Abbiamo il progetto di continuare a collaborare in futuro. Vorremmo in particolare che la mostra Cilia potesse viaggiare – forse a Milano, a Parigi o a Montréal, dove vive Elisabeth, o anche altrove!
L’attenzione ai materiali – che siano naturali o artificiali – è un elemento importante del tuo fare arte. Il contesto di questa mostra ti ha fatta avvicinare al vetro per la prima volta, hai anche avuto la fortuna di lavorare con eccellenti vetrai, in particolare: Nicola Moretti, Michael Penna (Fornace 4Glass) e Luna Darin (Vitrum Alchimium). Come è fluita la tua poetica in questo materiale? Lavorare il vetro ti ha sorpresa?
Sì, sono sempre stata molto attenta alle caratteristiche dei materiali e degli elementi naturali che mi attraggono. Prima di “usare” questi materiali nel mio lavoro, ho bisogno di comprenderli, di conoscerli davvero, solo familiarizzando con loro riesco poi a trovare il modo più giusto di presentarli, valorizzarli e rivelarne le qualità. Ho utilizzato il vetro durante una residenza allo spazio Verão, in Portogallo: questa esperienza ha segnato una svolta nella mia pratica e mi ha spinta ad approfondire la conoscenza di questo materiale. Il lavoro presentato nella mostra Cilia esplora le dualità intrinseche del vetro – la sua fragilità e la sua resilienza, la sua trasparenza e la sua capacità di riflettere. La luce lo attraversa, generando al contempo riflessi che esistono su piani sia materiali che emotivi. Queste qualità diventano un linguaggio attraverso il quale indago nozioni di invisibilità percettibile e la coesistenza degli opposti come un tutto unitario. Senza una narrazione esplicita, queste opere si confrontano con una storia personale radicata nel corpo, tracciando esperienze di trauma e processi di riparazione. Il tema che ho scelto di affrontare è al tempo stesso intimo e trasformativo; attraverso il fare, l’opera stessa diventa uno spazio attivo di guarigione. Inizialmente, con l’artigiana di perle Luna Darin, abbiamo sviluppato una quarantina di pezzi che intitolo ho intitolato Les Cils: queste evocano al tempo stesso la sottigliezza slanciata di una ciglia, ma anche, attraverso la loro deformazione, l’alterazione e l’imprevisto. Poi sono andata a Murano, dove ho incontrato Michael Penna, dell’atelier 4Glass, che ha soffiato dei tubi più o meno torti, talvolta alterati – uno di essi è addirittura sezionato. Li avevo disegnati: rappresentano, per me, le tube di Falloppio. Infine, con il soffiatore Nicola Moretti, sempre a Murano, ho voluto creare delle sfere che fungono da peso, che ancorano l’insieme della scultura in un equilibrio tra aria e terra.

In generale, nella tua pratica ti muovi con molta agilità e scioltezza tra elementi naturali (penso in particolare all’installazione Agili, presentata nell’ultima edizione della fiera milanese MIA Photo Fair) e artificiali (ricordo l’opera Raie+-, presentata a Montreuil nel 2024), che fluiscono naturalmente nelle tue opere. Mi racconteresti di come si è sviluppata questa attenzione nei confronti dei materiali?
Combinare elementi naturali e artificiali è per me un mezzo per creare un equilibrio tra queste due realtà, che mi attraggono entrambe in egual misura, senza privilegiare l’una o l’altra, li faccio collaborare e interagire insieme. Si oppongono e allo stesso tempo si completano. A volte, nelle mie opere, diventa persino impossibile distinguerli. Questa attenzione verso di loro si è sviluppata in modo particolare durante il mio scambio presso la Scuola d’Arte Visiva di Rio de Janeiro, nel 2013. Lì, circondata da una natura rigogliosa, ho progressivamente abbandonato le linee troppo rette delle mie sculture geometriche. Ho capito che potevano piegarsi, come fili d’erba mossi dal vento, liberamente. È in quel momento che ho imparato a “ascoltare” le materie.
Cilia è arricchita da un’esperienza olfattiva che va ad accentuare ulteriormente il senso di unità che le opere suggeriscono. Questo profumo è stato creato in collaborazione con la fragrance designer francese Daphné Perryman-Holt. È la prima volta che ti confronti con questo genere di esperienza? Come pensi che questo elemento verrà percepito dal pubblico?
Sì, è una prima volta per me! Fin dall’infanzia percepisco gli odori in modo molto intenso, e ho persino pensato di diventare un “Naso” un giorno. Tuttavia, questo richiede studi di chimica, che a quel tempo non erano davvero il mio percorso. Questa collaborazione con Daphné rappresenta quindi un modo ideale per entrare finalmente nel mondo professionale degli odori. Per questa installazione, abbiamo scelto quattro fragranze che rappresentano, per noi, i quattro elementi coinvolti nella creazione del vetro: aria, acqua, terra e fuoco. Mettendo insieme le sculture e gli odori, la percezione della mostra si trasforma e coinvolge lo spettatore in un’esperienza sensoriale viva. Un odore deriva dalla presenza di molecole organiche volatili che interagiscono nello spazio. Esse si diffondono, evaporano ed evolvono nel tempo. La loro percezione dipende da diversi parametri: la vicinanza dello spettatore, la temperatura, l’umidità, la circolazione dell’aria. Respirando, lo spettatore coglie l’odore e lo interpreta in base alla propria esperienza personale. Una fragranza familiare evocherà un ricordo; un odore nuovo si legherà duramente alla scoperta dell’opera. Ogni risposta olfattiva è unica, plasmata dalla memoria, dalle emozioni e dalla sensibilità individuale. Al di là del semplice piacere o rifiuto, l’odore crea un legame diretto tra corpo, spazio e tempo, invitando a un’esperienza artistica immersiva e polisensoriale.
Lo spazio nel quale ti sei trovata a immaginare e allestire questa mostra non è il classico white cube, ma una struttura dominata dal legno in un edificio del XVII secolo. Come ti sei confrontata con questo spazio?
È vero, è uno spazio molto particolare! Appena si apre la porta, ci si trova in cima a una scala e lo sguardo viene immediatamente condotto verso il basso, fino al fondo del lungo corridoio. Quest’ultimo è scandito in tre parti, ciascuna delimitata da grandi archi. Il legno ha un colore marrone-arancione, quasi rosso. Arrivando per la prima volta, ho avuto l’impressione di essere immersa in un grande tubo organico, in movimento. Potrei quasi dire che l’“anima” di questa architettura mi ha ispirata. L’altezza del soffitto è impressionante, e ho subito pensato che volevo sospendere le mie opere per rendere conto e rispondere a questa particolarità del luogo. Le mie installazioni sono spesso aeree, e mi sento completamente a mio agio nel creare in uno spazio che offre questa libertà. Le sculture in vetro risaltano bene davanti a queste pareti scure. Insieme alle curatrici Anna Shpilko e Elisabeth de Barbant abbiamo giocato inoltre con la luce per creare ombre e riflessi che proseguono l’opera anche sulle pareti.
L’aspetto che più mi affascina della tua pratica è questo fragilissimo senso di equilibrio che pervade ogni tua opera: ogni elemento sfida il suo punto di rottura per creare un ensemble ben orchestrato dalle tue mani, dove nozioni contraddittorie (fragilità e forza, leggerezza e pesantezza, equilibrio e vertigine) si incontrano armoniosamente. Cosa questa ricerca di equilibrio dice di te e come la ritroviamo in Cillia?
Mi fa pensare a l’artista Eva Hesse, che diceva: “Amo le tensioni – perché è lì, tra i contrari, che qualcosa comincia a vibrare”. Mi riconosco pienamente in queste parole. La tensione non è un ostacolo, ma un motore della mia creatività, e credo che siano le opposizioni a dare vita e profondità alle mie opere. In Cilia, questo equilibrio fragile e al contempo forte si manifesta nella sospensione di tutte le mie opere in vetro, appese a sottili fili metallici. Questo equilibrio lo ritroviamo anche – senza saperlo, perché legato alla tecnica di lavorazione – nella mia serie di sculture murali Souffle, che evoca le onde. Nel mio laboratorio, inizio soffiando sulla cera calda e liquida mentre si raffredda e si irrigidisce. Questo momento di mezzo (di equilibrio) richiede un soffio preciso: né troppo forte, né troppo debole, alla giusta distanza. La materia, densa, si modella senza che le mie mani la tocchino, rendendo visibile ciò che è invisibile: la forza dell’aria.
Léa Dumayet
CILIA
27 aprile 2026 – 21 ottobre 2026
a cura di Anna Shpilko ed Elisabeth de Brabant
Galleria dei Gondolieri, Venezia
www.edbcontemporary.com
@leadumayet
Immagine di copertina: Preparazione dell’opera Tuba, nella Fornace 4galss, Murano. Courtesy Léa Dumayet
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