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Il “Labirinto” di Pomodoro vive nei sotterranei di Fendi

Labirinto, Arnaldo Pomodoro. Ph. Andrès Juan Suarez - Courtesy of Fondazione Arnaldo Pomodoro
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@fondazione_arnaldo_pomodoro

Ai lettori di questa rubrica ho il piacere di comunicare che nel 2025 è stato riaperto il “Labirinto” di Arnaldo Pomodoro, rimasto inaccessibile per qualche tempo per restauri e che si può ora visitare nei sotterranei della Maison Fendi, in via Solari 35 a Milano.

Come si sa, si tratta di una delle opere a cui lo scultore teneva di più, una sorta di sintesi della propria ricerca artistica. Ora, che cos’è un labirinto? Un posto dove ci si perde facilmente e si fa fatica a ritrovare la via d’uscita; un posto dove, nel frattempo, si percorrono strade, sentieri, viali, dove si incontrano impedimenti, ostacoli, vicoli ciechi che ci costringono a rifare il percorso da capo; dove si sperimentano la frustrazione e la speranza, la delusione e la gioia finale. In una parola, è un posto dove si fa un’esperienza di vita.

Non è un caso che l’immagine del labirinto – presente nella nostra letteratura fin dagli albori – abbia suscitato l’interesse in tanti ambiti di studio, dalla mistica, all’alchimia fino alla psicoanalisi, tanto più che nel corpo umano esistono due organi la cui struttura assomiglia a quella del labirinto: il cervello e l’intestino.

Il cervello, ovviamente, rimanda alla ragione, al calcolo, alla freddezza del ragionamento; l’intestino – come ben rappresentato dall’immagine di Acéphale realizzata da André Masson per la rivista omonima – rimanda invece a una conoscenza istintiva, passionale, calda, non mediata, pura esperienza diretta.

Dentro di noi abitano, quindi, due tipi di labirinto, che esprimono due diverse modalità di approccio alla realtà. Ciò significa che il vero labirinto, quello in cui dobbiamo imparare a destreggiarci è dentro di noi: è dentro di noi che dal momento della nascita (e magari anche prima) si combatte la vera lotta, quella della ricerca di un equilibrio fra il dominio di sé e il dominio del mondo.

Nel caso di Arnaldo Pomodoro, siamo di fronte a un’esperienza artistica davvero peculiare, che sembra fare tesoro di tutte queste premesse.

Cerco di spiegarmi in modo semplice: avete presente le sculture di Arnaldo Pomodoro, vero? Immaginatevi adesso, come per magia, di farvi piccoli piccoli e di poter entrare nel meccanismo di una sua sfera, ad esempio, e di poterla visitare all’interno come una novella Alice.

Ecco, l’esperienza che si prova visitando il “Labirinto” di Pomodoro è un po’ di questo tipo. Si incontrano elementi di diverse fogge e dimensioni, portali che si aprono su ampi corridoi le cui pareti portano i segni della sua “scrittura”: in particolare le scansioni ritmiche degli ossi di seppia, e i tipici segni cuneiformi ispirati alle antiche culture mesopotamiche.

Sempre dalla Mesopotamia deriva anche l’epopea di Gilgamesh, il primo esempio di poema epico della storia, scritto a partire da circa 4000 anni, a cui lo stesso autore dichiara di essersi ispirato. Come noto, in questo poema si raccontano le gesta di un eroe che, tra le altre avventure, intraprende un viaggio alla ricerca dell’immortalità.

Ecco allora che da viaggio nella mitologia, la visita a questo singolare monumento, situato in un sotterraneo milanese, si trasforma in una discesa nei meandri del nostro io interiore, popolato da tante ombre e da tanti segni i quali, più che da interpretare, sono da assorbire nell’ambito della propria vicenda terrena.


Immagine di copertina: Labirinto, Arnaldo Pomodoro. Ph. Andrès Juan Suarez – Courtesy of Fondazione Arnaldo Pomodoro


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