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Alessandro Riva

Dialogo con Ivan Quaroni su cultura bassa e alta, sul Pop Surrealismo e su Italian Newbrow a dieci anni dalla nascita

A.R. Ivan, quest’anno si torna a parlare, con una mostra a Pietrasanta (“Italian Newbrow”, Complesso di Sant’Agostino, a cura di Ivan Quaroni e Valerio Dehò, fino al 12 settembre), del movimento da te ideato più di dieci anni fa. Credi che siano ancora vive le ragioni di quel movimento? Che cosa è cambiato in questi dieci anni, nell’arte italiana e internazionale?

I.Q. Tutto. È cambiato tutto, nel senso che io a quell’epoca riflettevo e scrivevo molto a partire dalla teorie di Baumann sulla “società liquida”: pensavo che, in un mondo che cambia continuamente, come lo descriveva Baumann, in cui l’individuo non riesce ad adattarsi alla velocità dei cambiamenti, un’arte che si facesse intendere da tutti fosse l’unica arte possibile, e potesse risolvere il problema della conventicola esoterica in cui il mondo dell’arte è rinchiuso da tempo, perché parlando con il linguaggio della cultura di massa poteva ritrovare una sua funzione. Purtroppo oggi, in cui la società non è più neppure liquida ma forse in stato gassoso, tanto si è rarefatta e parcellizzata, temo di essermi un po’ illuso sul fatto che utilizzare un linguaggio più basso per farsi intendere fosse la soluzione giusta…

 

pop
Ivan Quaroni

 

A.R. Eppure quando tu hai varato quel movimento, nel 2004, eravamo in tanti a pensare che finalmente l’arte contemporanea potesse aprirsi alla società, uscire dal suo elitarismo.

I.Q. All’inizio sì, perché quando in America è uscita la Lowbrow art, eravamo tutti incuriositi e speranzosi, ci sembrava una vera alternativa al mainstream imperante. E così abbiamo provato a creare la “nostra” Lowbrow, che era poi una strada che prendeva dall’America l’approccio popolare, unendola però a un genius loci tutto italiano, con quell’attenzione alla pittura, alla composizione, ai generi classici della storia dell’arte tipica della nostra tradizione.

A.R. In questo senso, il nome che hai creato era perfetto, quasi un manifesto…

I.Q. Tutto era nato in maniera spontanea, c’era un gruppo di amici, avevamo fatto tante mostre insieme, con Veneziano, Cuoghi, la Fulvia Mendini e altri amici artisti che avevano delle sensibilità comuni. Volevamo trovare un nome ma all’inizio non ci veniva, ci era stato proposto “Spaghetti Pop” ma non ci convinceva, così alla fine siamo venuti fuori con questo termine perché dovevamo avere un titolo per la sezione della Biennale di Praga con Politi. Oggi il titolo mi sembra un po’ infelice, ma in fondo rendeva bene l’idea di un’arte che fosse più aperta alle influenze provenienti da “fuori” del mondo dell’arte, e non dal suo interno, dalle letture che facevamo e dalle cose che vedevamo in giro, al cinema, in tv…

A.R. Sì, questo era, se vogliamo, il nostro assunto di quegli anni: il tuo, certo, ma anche mio e di alcuni miei compagni di strada come Maurizio Sciaccaluga, cioè di una generazione immediatamente precedente alla tua: quello di rompere il concettualismo esasperato, di quell’arte iperelitaria, che si capisce solo con il libretto delle istruzioni in mano.

I.Q. Infatti io l’ho scritto anche nell’ultimo testo che sarà pubblicato nel catalogo di Pietrasanta, che tutte quelle influenze che venivano dall’estero, dal Lowbrow di stampo americano o Pop Surrealismo che dir si voglia, al Superflat di Murakami, da cui in sostanza nacque l’intuizione che stava alla base del mio Italian Newbrow, andavano a rafforzare la mia prima rivelazione che fu, lo scrissi diverse volte, vedere la mostra “Sui generis” al Pac, curata da te nel 2000… Vederla, per me come per altri artisti e critici di quella generazione, fu uno shock salutare perché ci fece aprire gli occhi sul fatto che esisteva un’altra arte rispetto a quella ultraconcettuale ed elitaria che ci propinava il sistema.

A.R. Noi forse avevamo aperto una strada che era poi la stessa aperta dagli scrittori postmoderni, che avevano sdoganato i generi della cultura bassa, come il noir, la fantascienza, il fumetto, persino il porno, per abbattere barriere e aprire l’arte ai nuovi venti che spiravano nella società. Eravamo, vorrei dire, gli epigoni di quel lungo “week end postomoderno” magistralmente raccontato da Pier Vittorio Tondelli…

I.Q. Di quell’attitudine postmoderna, Italian Newbrow è stata forse l’ultima espressione. Tant’è vero che quando Chiara Canali ha pubblicato il libro sulla nuova figurazione con Eugenio Borroni (La nuova figurazione italiana. To be continued, Silvana Editoriale, 2007), in cui riepilogava quanto avevate fatto tu e Maurizio (Sciaccaluga, ndr), citava alcuni artisti dell‘Italian Newbrow come estrema propaggine di quella situazione, che oltre a voi due vedeva ad esempio, subito prima di voi, l’esperienza del Medialismo di Gabriele Perretta, o il lavoro parallelo di Gianluca Marziani a Roma con il Nuovo Quadro Digitale Contemporaneo o di Luca Beatrice a Torino… E in effetti è così. Quello che era cambiato rispetto alla vostra generazione era di vedere che erano arrivate delle conferme dall’estero, un poter dire “noi ci stiamo provando e loro ci sono in qualche modo riusciti”: ovviamente parlo del Superflat in Giappone e del Pop Surrealism negli Stati Uniti. In realtà, col senno di poi, non credo che ci siano riusciti neppure loro. Hanno avuto un momento di hype, ne sono uscite delle superstar come Mark Ryden da una parte e Murakami dall’altra, ma poi tutto è rientrato nei ranghi. E noi abbiamo dovuto assistere di nuovo al fatto che invece quella soluzione, cioè del cercare di diventare comprensibili a tutti, corrispondeva forse a una nostra idea democratica dell’arte che però si è dimostrata tragicamente fallimentare. Il sistema ha digerito tutto, ha inglobato tutto, ma è rimasto spaventosamente elitario.

 

La copertina del libro edito da Giancarlo Politi nel 2011.

 

A.R. Insomma non è cambiato niente, l’arte è tornata e tornerà sempre ad essere la solita conventicola elitaria?

I.Q. In parte sì, hanno filtrato facendo entrare nel sistema pochissimi artisti con una vocazione “popular”, lasciando fuori la grande massa: pensiamo a Raymond Pettibon che faceva la copertina punk dei Black Flag ed è stato sdoganato, o a una Biennale iperconcettuale come quella di Bonami in cui però c’erano, unica concessione alla “cultura bassa”, degli acquarelli di Robert Williams… ne hanno sdoganati pochi per non dover sdoganare il messaggio principale che l’arte non dovesse essere elitaria ma dovesse essere, come lo era stata in passato, una sorta di linguaggio multistrato in cui potessero essere letti diversi messaggi, da quelli più semplici a quelli più articolati, come avviene negli affreschi di Giotto o nei quadri di Raffaello. Insomma hanno dato il contentino a questa massa montante proveniente dal basso, dalla figurazione più pop come dalla street art, elevandone qualcuno (più che altro all’estero) come star momentanea, ma poi hanno conservato il solito elitarismo. Non lo condivido ma lo comprendo perché quello che, secondo me, l’élite del collezionismo globale vuole preservare è questo senso di esclusività basato sulla cultura ma soprattutto sul mercato. Non è possibile far entrare troppa gente in questo circolo, pena il suo disfacimento.

A.R. Tu dici che “siamo rientrati nei ranghi”. Paradossalmente io credo che in realtà tutto questo non sia stato un rientrare nei ranghi vero e proprio ma in realtà, come accade sempre nell’arte, abbia l’andamento di un fiume carsico e le intuizioni forti tornino fuori dopo anni, sotto altra forma. Oggi, ad esempio, questo stesso discorso credo che torni fuori con gli NFT. È ben vero che il sistema dell’arte ha fatto quadrato, dalla street art in avanti ha cercato di neutralizzare il vento di novità facendo emergere pochissimi artisti e lasciando gli altri a fare i manovali del decoro urbano, rimanendo cioè granitico nel suo elitarismo, eppure il sistema allargato, quello vero, della cultura dell’immagine, in realtà ha lavorato ai fianchi, e ora questa nuova sensibilità, con internet, con le immagini digitali sparse ovunque, con una coscienza culturale diffusa diversa, ha sfondato nell’immaginario collettivo. Quindi anche grazie al nostro lavoro di ieri è cambiata una sensibilità, abbiamo aperto la strada a una concezione diversa dell’arte che oggi di fatto sta trionfando.

I.Q. Tutto vero credo, ma va detto che, se gli artisti NFT sono in qualche modo nostri figli, sono certamente dei figli illegittimi, dei figli alieni, non riconosciuti e che sostanzialmente non ci riconosceranno. Voglio dire che, se è vero che noi in qualche modo abbiamo anticipato delle cose, non penso che ci sarà in ogni caso dato di goderne i frutti. Probabilmente i frutti li godranno quegli artisti di NFT che sono arrivati alla fine di un processo che altrimenti non ci sarebbe potuto essere, cioè l’utilizzare la cultura popolare che noi tutti abbiamo indagato e portato, assieme a tanti altri nostri compagni di strada, nel grande circo dell’arte. Se tu apri una piattaforma NFT oggi è solo cyber punk, vaporwave… Tutto un immaginario di subculture della rete che vengono dal mondo della pop culture. Persone che per lo più i nostri ragionamenti e il nostro lavoro passato per sdoganare queste sensibilità nell’arte non solo non lo conoscono affatto, ma probabilmente non lo capiscono e non lo riconoscono e non lo riconosceranno mai.

A.R. Eppure quel lavoro di apertura che c’è stato in questi anni è stato fondamentale: senza i tanti artisti che, per primi, hanno capito che l’arte non doveva essere solo lambiccamento sul linguaggio ma apertura ai tanti linguaggi e temi presenti nella società, forse gli stessi artisti di oggi non potrebbero fare il lavoro che stanno facendo ora…

I.Q. Sì, quel grosso lavoro, che è stato il nostro e quello di altri critici e artisti che sono stati nostri compagni di strada, non dubito sia rimasto. Il problema è la modalità con cui è rimasto, che è sotterranea. Loro, quelli che oggi stanno facendo un lavoro basato sulla cultura pop, lo ereditano da noi solo in maniera inconscia. Parlo del nostro lavoro, ma anche di quello di molti altri: chi si ricorda ad esempio del concettuale ironico, o del medialismo? Eppure hanno avuto un peso, sono stati momenti di passaggio fondamentali per arrivare a quello che c’è ora. Il problema è che gli NFT non portano un sistema valoriale e culturale adeguato a fronteggiare il vecchio sistema: se tu vai a vedere, sulle piattaforme di NFT, trovi tantissime cose che non sono degne di uno sguardo, fatte da gente che non ha cultura. E se tu chiedi a un’artista di NFT quale sia il suo artista preferito, per la maggior parte ti risponderanno Van Gogh o Caravaggio. Tu sai benissimo che se chiedi a un’artista contemporaneo di parlare di arte o chi sia il suo artista preferito, col cavolo che ti dice van Gogh o Caravaggio…

A.R. Mancano nuovi critici o nuove metodologie critiche per interpretare il nuovo che avanza?

I.Q. Senz’altro ci dovrà essere, e speriamo che ci sia, una nuova generazione di critici attenti a quello che accade oggi ma che ristudi anche con spirito critico ciò che è successo negli anni passati, per capire come si è arrivati fin qua e come si può andare avanti. In questo senso non ho megalomanie, non mi interessa che venga storicizzato Italian Newbrow come movimento in sé: l’idea stessa di “movimento” è in fondo superata, fa parte ancora della nostra attitudine novecentesca. Mi interessa semmai che venga studiato quello che noi come critici abbiamo fatto in questi anni, il lavorare sulle situazioni in grande cambiamento, che tutto questo rimanga come situazione fluida e aperta e foriera di novità, come sensibilità diffusa di un momento storico in cui tutto stava cambiando.

 

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