È curioso come certe ricette esistano per noi prima sullo schermo che nella realtà. Per molti – me compreso – l’immaginario gastronomico giapponese è nato più dai bentō di Totoro, dai rāmen fumanti di Naruto, dai gyoza di Dorohedoro o dai banchetti misteriosi de La Città Incantata piuttosto che da una reale esperienza in Giappone. Non è un caso, del resto, se negli ultimi anni sono comparsi numerosi libri dedicati al “food animato”: da La cucina dei manga di Giuseppe Bianco a In cucina con gli anime giapponesi di Massimiliano De Giovanni, fino a ricettari internazionali come Cook Anime di Diana Ault o The Anime Chef Cookbook di Nadine Estero. È un segnale chiaro di quanto questo argomento colpisca un vasto pubblico, che vi riconosce probabilmente una sorta di memoria condivisa.
Questo legame tra ricette succulente e animazione non è affatto un fenomeno esclusivamente occidentale. Anzi, in Giappone si tratta di un genere narrativo a sé: titoli come Oishinbo, Cooking Papa o Shokugeki no Sōma hanno venduto milioni di copie e generato ricettari ufficiali, programmi TV e persino pellegrinaggi gastronomici nei luoghi reali citati. Più recente ma altrettanto rivelatore è Dungeon Food, nato come manga di Ryōko Kui e poi adattato in un anime di grande successo: un’opera che porta la cucina letteralmente al centro dell’avventura fantasy, trasformando ogni creatura del dungeon in un’occasione per esplorare sapori immaginari e tecniche culinarie descritte con una precisione quasi didattica.
Per il pubblico giapponese, infatti, i piatti degli anime non sono semplici curiosità da schermo, bensì estensioni della quotidianità: il bentō preparato al mattino, il rāmen consumato in solitudine dopo il lavoro, i dolci stagionali dei matsuri, le feste tradizionali che punteggiano l’anno con rituali, processioni e bancarelle di cibo. È forse proprio questa doppia appartenenza – nostalgia domestica in Oriente e fascinazione culturale in Occidente – a rendere il cibo un ponte così efficace tra immaginazione e realtà.
Ed è anche ciò che spiega l’impatto di Itadamikasu. Le storie nascoste nella cucina degli anime, la mostra immersiva allo Spazio Varesina 204 di Milano, che offre finalmente la possibilità di vedere, conoscere e apprezzare meglio ciò che rimaneva sospeso tra schermo e memoria emotiva.
La mostra, curata da Sam Nazionale (@pranzoakonoha) e Silvia Casini, nasce due anni fa a Genova – presso Palazzo della Meridiana – per approdare ora a Milano (fino al 26 aprile 2026) con un allestimento ampliato, più complesso, decisamente più immersivo. La firma è quella di Vertigo Syndrome, realtà che ha costruito la propria poetica su un’idea tanto semplice quanto radicale: le mostre non devono annoiare nessuno. Non a caso hanno redatto un Manifesto contro l’elitarismo dell’arte e persino una clausola “soddisfatti o rimborsati”: un modo di invitare chiunque, anche chi è stato trascinato controvoglia, a sentirsi parte della narrazione e non spettatore passivo.
L’esibizione è accompagnata da variopinti eventi collaterali; un programma che amplia lo sguardo sul tema, dai live cooking alle conferenze sulla cucina del periodo bellico, dagli incontri sull’estetica del kimono ai laboratori per bambini. Non mancano gli eventi dedicati al doppiaggio, al sake, ai delicati wagashi, alla storia dello shōjo e persino sessioni di sketching. Tutti modi per estendere l’esperienza oltre le sale, sensibilizzando maggiormente sulla cultura nipponica in modo esperienziale.
Tra le proposte, una sessione di cucina dal vivo condotta da Sam Nazionale e da Mime Kataniwa, ex concorrente di Masterchef Italia. Mime vive a Firenze da ventisette anni e porta in scena una presenza simpatica e sorridente che complementa perfettamente l’energia coinvolgente di Sam. Insieme preparano un okonomiyaki in stile Osaka, il più “mescolato” tra le varianti del celebre piatto, la cui paternità è contesa con Hiroshima. Il tutto condito con un aneddoto dietro l’altro: l’origine del dashi (un brodo di pesce, indispensabile nella cucina nipponica), la rivalità regionale tra Osaka e Hiroshima, l’evoluzione del piatto, le influenze cinesi. Sam presenta anche il suo nuovo libro: Pranzo a Konoha. L’autentica cucina giapponese, tra manga, anime e tradizione, edito da De Agostini, in cui ricette e racconti si incastrano bene come gli episodi di una serie.

Mentre mescolano gli ingredienti e cucinano, Mime e Sam intrattengono il pubblico senza annoiarlo, parlando – per esempio – dei panini al vapore della Città Incantata, che in Giappone si chiamano nikuman e le cui radici affondano nei mántou cinesi. Secondo la tradizione, lo stratega Zhuge Liang avrebbe creato questi panini per evitare un sacrificio umano, sostituendo le teste dei soldati con impasti a forma di testa ma ripieni di carne animale. Questo gesto diede origine al nome mántóu, che significa appunto “testa di barbaro”, oggi trasformato in mántou, nome del popolare panino al vapore.
È proprio in questi incisi che la cucina giapponese mostra il suo volto più narrativo: ogni piatto richiama un racconto, una piccola metafora. Il tono ibrido dell’evento – sospeso tra cultura pop e filologia gastronomica – anticipa lo spirito della mostra, che si sviluppa in nove sale concepite come piccoli mondi indipendenti. Di fatto, il percorso espositivo attraversa ambienti raccolti e quasi domestici per poi aprirsi a scenografie più teatrali. Comunque, in ogni sala l’allestimento dialoga costantemente con l’immaginario anime: materiali plastici e colorati che evocano gli spot degli anni d’oro, poster di film iconici, elementi scenografici che amplificano la dimensione pop.
La prima sala è dedicata al Santuario di Inari. Si tratta del principale tempio giapponese dedicato appunto al kami Inari, il dio del riso e delle attività economiche, famoso per la sua lunga sequenza di torii rossi. Difatti nella sala si attraversa un torii rosso, con le volpi messaggere a far da guardia. Qui si può fare una piccola offerta al kami; un gesto semplice, che però stabilisce subito una regola sotterranea della cultura giapponese del cibo: prima si ringrazia, poi si mangia. Lo dice la parola stessa che dà il titolo alla mostra, itadakimasu significa “umilmente ricevo”, una formula di gratitudine.
Sulle pareti, pannelli brevi e chiari spiegano la differenza fra washoku (che indica la cultura dell’alimentazione, comprendendo perciò gli aspetti sociali, spirituali, l’etichetta e lo stile di vita associati al pasto) e yōshoku (riferito a una cucina giapponese ispirata al cibo occidentale, nata principalmente durante il periodo Meiji), introducendo in definitiva al tema più ampio della mostra: il cibo come tradizione, contaminazione ed evoluzione culturale.
La seconda sala, dedicata alla tradizione dell‘hanami – la contemplazione della fioritura primaverile dei ciliegi – è probabilmente la più poetica della mostra. Un prato, degli alberi in fiore, ombre proiettate, un invito a sedersi per un finto picnic sotto gli alberi, oppure – perché no – per gustare davvero qualche snack acquistato allo shop del museo.
In realtà in Giappone, l’hanami non rappresenta un momento felice in senso leggero ma un rito che ricorda la caducità della vita: il momento più bello coincide con il momento in cui tutto inizia a svanire.
Si arriva poi in una cucina giapponese dal sapore retrò. È la sala in cui il legame tra anime e vita reale è forse più esplicito: i bentō di Totoro, quelli preparati con affetto dalle mamme giapponesi, gli onigiri, le omelette ripiegate come sculture. Una parete mostra vari ingredienti regionali, da Hokkaidō a Okinawa, citando piatti nati da necessità locali, come l’hirayachi, una sorta di crêpe pensata per essere preparata in fretta durante la stagione dei tifoni. È un esempio concreto di come la cucina sia spesso la risposta più immediata a un territorio e alle sue peculiarità.
La quarta sala è riservata al rāmen, ricreando un bar sorprendente per le luci basse e le postazioni individuali in legno, proprio come nei locali giapponesi dove chi mangia si ritira spesso nel proprio guscio. Anche in questo caso, l’installazione museale riproduce bene una situazione sociale. Benché il piatto sia originario della Cina, in Giappone esistono oltre 200 varianti di rāmen codificate ufficialmente. Una parte della sala proietta dunque spot storici realizzati da apprendisti dello Studio Ghibli per la marca Nissin: piccoli frammenti di animazione che sottolineano quanto anche questo cibo costituisca un tema trasversale nella cultura giapponese. Del resto, anche in Ponyo sulla scogliera è iconica la scena in cui i due giovani protagonisti mangiano il rāmen preparato dalla madre di Sōsuke.

L’allestimento successivo mette in scena il banchetto dei kami. Qui il richiamo alla Città Incantata è immediato: tavola imbandita, cibi ricreati in shokuhin sampuru (riproduzioni estremamente realistiche di piatti cucinati, esposte principalmente nelle vetrine dei ristoranti). Tutto è perfetto nella sua irrealtà. Impossibile non ricordare Kaonashi, lo spirito vagabondo che divora tutto ciò che gli capita a tiro. Ma anche lui, a modo suo, cercava solo di essere visto, riconosciuto, rammentandoci che la fame non è solo fisiologica ma anche emotiva e spirituale.
La stanza dedicata ai matsuri, i tradizionali festival estivi, rimanda agli anime ambientati in quella stagione, ad esempio Quando c’era Marnie. L’ambiente è contraddistinto da colori forti, luci, chioschi, coriandoli; un piccolo luna park gastronomico. Non mancano i takoyaki, le korokke, i kakigōri, i taiyaki, tipici street food. C’è anche la possibilità di scrivere un tanzaku – la propria preghiera o desiderio – e appenderlo.
Anche nel Maid & Butler Café, la mostra gioca apertamente con la cultura pop contemporanea, ricreando l’interno di questi peculiari bar, dove gli avventori vengono accolti con formule cerimoniose. Ci sono dolci colorati, una piccola pedana per il karaoke. È una sala volutamente kitsch e perciò molto onesta: le caffetterie tematiche in Giappone funzionano esattamente così, tra timidezza ed eccesso.
La penultima sala è consacrata al Natale. Se in Occidente la festa significa soprattutto tradizione, in Giappone è spesso appropriazione culturale e spettacolo. Negli anime lo si nota molto bene: luci intense, coppie che camminano di sera, regali improbabili. Qui si scopre perché: dagli anni Settanta il pollo fritto di KFC è diventato piatto natalizio nazionale, e la cosiddetta Christmas Cake (fragole e panna) è un simbolo di festa e prosperità, con un evidente richiamo alla neve. Una parentesi che mostra quanto rapidamente la cultura giapponese possa adattare simboli esterni trasformandoli in rituali affettivi.
La fine del percorso è dedicata all’incontro fra Giappone e Occidente, durante l’epoca Meiji. È qui che nasce appunto lo yōshoku, una cucina ibrida che oggi percepiamo come tipicamente giapponese ma che deriva da ricette importate e modificate: come il curry giapponese, importato dal Regno Unito e non dall’India, e che oggi è citato ovunque negli anime, da Detective Conan a Shokugeki no Soma.
È la conclusione ideale per una mostra che parla proprio di trasformazioni, traduzioni, contaminazioni. Itadakimasu non è un’esposizione “sugli anime” né “sul cibo”: è il punto in cui queste due dimensioni – entrambe emotive, simboliche e quotidiane – si incontrano.
Se ne esce con l’impressione che la cultura gastronomica giapponese sia molto più articolata e narrativa di quanto si poteva immaginare all’ingresso: ogni gesto, ogni ricetta, ogni pentola ha una storia che sullo schermo diventa immagine e nella vita diventa rito.
Forse il motivo per cui tutto questo funziona è semplice: il cibo negli anime non nutre solo i personaggi, ma soprattutto chi guarda. La mostra a Spazio Varesina prova a restituire questa sensazione, trasformandola in un’esperienza concreta, e ci riesce.
ITADAKIMASU. Le storie nascoste nella cucina degli anime
a cura di Silvia Casini e Samuele Nazionale
15 novembre 2025 – 6 aprile 2026
Spazio Varesina 204, Milano
www.mostraitadakimasu.it
@itadakimasu_mostra
Immagine di copertina: Itadamikasu. Le storie nascoste nella cucina degli anime, installation view, Spazio Varesina 204, Milano, 2025 © Natascia Mercurio
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