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Alessandro Riva

Jeff Koons – Radiografia di un successo planetario. Tra citazione e mito contemporaneo.

È il gennaio del 1974 quando, un ragazzo di 19 anni, originario della Pennsylvania, telefona all’hotel St. Regis di New-York e chiede di parlare con un ospite sbarcato da poco in città. La centralinista gli passa la linea, i due parlano rapidamente al telefono, poi l’ospite invita quel ragazzo ad andare a visitare con lui la mostra che ha appena allestito in una storica galleria newyorkese, la Knoedler Gallery (che oltre quarant’anni dopo sarà costretta a chiudere i battenti in seguito a una brutta storia di quadri falsi dei maggiori autori del Novecento, portati in giro nel bagagliaio di una macchina come in un b-movie hollywoodiano), all’epoca situata in un elegante palazzo tra Madison Avenue e la Quinta Strada.

“Probabilmente”, racconterà anni dopo quel ragazzo, nel frattempo cresciuto e diventato famoso, “era stato solo educato. Ma ricordo che al momento avevo pensato: Wow! Allora posso far parte anch’io dell’avanguardia artistica! Posso fare anch’io dell’arte uno stile di vita!”.

Quel ragazzo, biondo, alto, belloccio, con l’aria felice, soddisfatta e ottimista come poteva esserlo solo un giovane americano medio, della classe media della media provincia americana, si chiamava Jeffrey Lyn Koons, e nel giro di una ventina d’anni sarebbe diventato una delle maggiori star del mercato e del sistema artistico mondiale. L’ospite dell’hotel, invece, era invece nientemeno che Salvador Dalí, il “genio” (così autodefinitosi nel suo celebre diario), uno dei massimi interpreti del Surrealismo.

Opera di Jeff Koons a forma di cuore in acciaio inossidabile
Jeff Koons, Sacred Heart (Magenta/Gold), 1994-2007, acciaio inossidabile lucidato a specchio con verniciatura trasparente; cm 365,9×218,4×121. Jareann and Holland Chaney. © Jeff Koons.

Jeff Koons era, a quel tempo, un giovane pieno di entusiasmo, di amore per la pittura e per l’arte (in particolare per il Surrealismo e il Dadaismo, a cui si ispirava per i suoi primi quadri) e di fiducia nel suo avvenire di futuro artista – e, col senno di poi, potremmo dire che ci aveva visto giusto. Cresciuto in una grande villa georgiana nei sobborghi benestanti di York, in Pennsylvania, coi genitori e una sorella, viene trattato, come dirà lui stesso, “come un principino”: la madre, casalinga e sarta per hobby, lo incoraggia nelle arti e nel disegno.

Il padre diviene una figura centrale nella formazione del ragazzo: non solo perché, col suo negozio di “Interior design” (una sorta di piccola Ikea di provincia, dove le ambientazioni perfettamente ricostruite di sale da pranzo, cucine, camere da letto si alternavano di settimana in settimana), forniva al ragazzo la sensazione di muoversi in una stanza delle meraviglie, sempre cangiante e sempre perfettamente sfavillante (“Entrando in quello spazio”, racconterà in seguito l’artista, “provavo emozioni sempre diverse.

Venivo manipolato, e mi piaceva”), dandogli la sensazione di trovarsi nel cuore stesso del “sogno americano”, fatto di famiglie eternamente felici, spensierate, benestanti e socialmente appagate; ma anche perché è lo stesso padre a vendere i primi, acerbi lavori del ragazzo: “Se un cliente avesse voluto una particolare opera d’arte, io la sarei copiata con grande cura e lo firmavo “Jeffrey Koons”.

È dunque lì, nel cuore profondo della profondissima, eppure così ferocemente ipocrita e superficiale, benché apparentemente felice, provincia americana (quella dove, per converso, siamo abituati a veder nascere i più spaventosi delitti e le più aspre infelicità domestiche), che si consuma il rito di crescita del ragazzo Koons e la sua trasformazione in futura star dell’Art System internazionale. Una foto ce lo rappresenta, ancora bambino, felice e sorridente come nell’immagine di una pubblicità di cerali, con le sue brave matite colorate da mostrare all’obiettivo.

Sembra un momento fissato per l’eternità, al punto che l’artista, oggi strapagato e strafamoso, descriverà la sua acerbissima creatività infantile come la “scena primaria” di tutta la sua carriera. “Il momento più appagante nella vita di un artista”, dichiarerà, “è l’istante in cui hai un’idea e ti senti eccitato.

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