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Luca Tommasi

“Mark Rothko, un pioniere della pittura espressionista astratta, considerato uno dei più grandi artisti della sua generazione, è stato trovato morto ieri, con i polsi tagliati, nel suo studio al 157 East 69th Street. Aveva 66 anni. L’ufficio del capo medico legale ha classificato la morte come suicidio”.

Così sulle colonne del New York Times del 26 febbraio 1970 veniva data al mondo la notizia della scomparsa di Mark Rothko. Anche nel suo primo necrologio, redatto dal prestigioso quotidiano, ritornava quell’affiliazione all’espressionismo astratto al quale Rothko, in vita, rifiutò sempre di essere associato, perché giudicava questa categorizzazione troppo alienante, dissociandosi da Jackson Pollock perché contrario alla pratica dell’Action Painting.

Mark Rothko
Vue d’installation de l’exposition Mark Rothko © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko – Adagp, Paris, 2023

I motivi del suo gesto furono a lungo indagati. Fantasiose ricostruzioni immaginarono anche un’esecuzione mafiosa. In verità l’artista era indebolito da un aneurisma aortico, era incline all’alcolismo e all’ abuso di sigarette; era depresso, temeva per il futuro della sua arte, che vedeva insidiata dai gusti effimeri di una nuova generazione di artisti più giovani.

E sì che furono proprio gli ultimi anni della sua vita quelli in cui raggiunse una fama e un successo commerciale senza precedenti, ma paradossalmente fu anche la popolarità commerciale dei suoi dipinti, trasformati in “commodities” dai suoi abili galleristi, ad acuire quel sentimento di incomprensione per la propria arte da parte di un uomo che viveva la pittura con un afflato spirituale.

D’altronde i traumi lo accompagnarono per tutta la sua vita. Markus Yakovlevich Rothkovich, nasce il 25 settembre 1903 nella Russia zarista a Dvinsk, oggi Daugavpils in Lettonia, da una famiglia ebrea borghese dove riceve un’educazione religiosa frequentando la scuola talmudica.

Sono gli anni dei Pogrom, le violente azioni persecutorie contro gli ebrei che avvenivano con il consenso delle autorità, che spingono la famiglia, spogliata di ogni bene, a trasferirsi negli Stati Uniti per raggiungere il padre che era già fuggito anni prima. Rimasto orfano di padre pochi mesi dopo il suo arrivo in America, mantiene la famiglia lavorando come venditore di giornali, cameriere, fattorino e anche insegnante di disegno in una scuola ebraica.

Mark Rothko
Vue d’installation de l’exposition Mark Rothko © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko – Adagp, Paris, 2023

Frequenta per un solo anno l’università di Yale perché non gli viene rinnovata la borsa di studio. I suoi primi approcci pittorici risentono di quella vita così difficile. Negli anni Trenta, si dà a una pittura figurativa, ben rappresentata nella mostra alla Fondation Louis Vuitton, fatta di paesaggi urbani, come quelli della metropolitana di New York, dalle tonalità cupe, e da figure dal sapore esistenziale, come l’autoritratto del 1936 che accoglie i visitatori in mostra.

Nel 1938 diventa cittadino americano e modifica il suo nome in Mark Rothko. Agli inizi degli anni Quaranta attraversa una fase surrealista attraverso la quale esprime la dimensione tragica della condizione umana durante la guerra, dipingendo con figure biomorfe che occhieggiano alle esperienze di Joan Mirò e Arshile Gorky.

Mark Rothko
Vue d’installation de l’exposition Mark Rothko © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko – Adagp, Paris, 2023

A partire dal 1946 Rothko compie una decisa svolta verso l’astrazione, la cui prima fase è quella dei “Multiformi”, ispirati dalla visione al MoMA del celebre dipinto di Henry Matisse “Atelier Rouge” del 1911, dove masse cromatiche sospese tendono a equilibrarsi tra loro.

Con il tempo il loro numero diminuisce e l’organizzazione spaziale della sua pittura evolve rapidamente verso le opere conosciutissime degli anni Cinquanta dove sulla tela dipinge grandi forme rettangolari dai contorni sfumati, sublimate da giochi di luci e ombre.

Clement Greenberg definirà questo modo di dipingere “Colorfield Painting”, letteralmente “pittura in campi di colore”. Le tele si ammantano di tonalità gialle e rosse, ocra e arancio, ma anche blu e bianco. I dipinti non hanno più un titolo perché, secondo l’artista, non devono più essere interpretati ma la fruizione dello spettatore deve semplicemente trasformarsi in una contemplazione che porti a un’esperienza spirituale.

 

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