In sinergia con l’esperienza editoriale di ArteiN Magazine, storica rivista culturale diretta da Marzia Spatafora e Francesco Boni, il Premio ArteiN propone ai lettori una serie di interviste dedicate ai finalisti della prima edizione.
Un dialogo approfondito che vuole raccontare, attraverso un affresco diretto e corale, le esigenze creative, i riferimenti culturali e i processi materiali che caratterizzano la ricerca artistica dei finalisti, inserendola nella complessità di una scena contemporanea in continua evoluzione.
Qual è stato il tuo primo incontro con l’arte? Quali esperienze formative hanno inciso sul tuo percorso e quali artisti hanno influenzato il tuo sguardo?
Nel 1990, con la famiglia mi trasferisco da San Donato Milanese in un piccolissimo vocabolo sperduto nella campagna tra Umbria e Toscana per quattro brutali, lunghissimi anni. Qui avviene il mio primo incontro con l’arte, durante l’ora di disegno alla Scuole Medie di Chiusi Alto. Le lezioni del Prof. Semplicini possedevano un’atmosfera di curiosità e magia, e ti invogliavano a “fare” ancor prima che finisse la spiegazione. Ho ancora il primo disegno a matite colorate realizzato con la tecnica della griglia per ingrandimenti.
La seconda lezione importante è stata quella al Kandinskij, anni dopo, sulla tecnica del pantone, della Prof Sampieri; era bellissimo vederla all’opera, usava quei pennarelli con la stessa naturalezza e grazia di chi accarezza un cucciolo di gattino. Era affascinante e contagioso. Poi le prof. Nervi e Gaccioli ci riempivano di stimoli proponendo concorsi e gare.
Gli artisti che hanno influenzato il mio sguardo sono molti, da trent’anni a oggi, cerco di andare per ordine: Klimt e Schiele (1990); Kandinskij, poi tantissimo l’orfismo dei Delaunay (2000); Cézanne, Gauguin, Modigliani e tutto Picasso. Renoir, Matisse, Turner, Toulouse Lautrec, Andy Warhol, Pollock, Paul Klee (2010); Depero e il Futurismo (2020) e moltissimi altri. Tra gli scultori Rodin, Canova, Michelangelo. Tra i grandi della fotografia Helmut Newton, Elliott Erwitt, Robert Doisneau, Man Ray e Annie Leibovitz.
Come descriveresti oggi la tua ricerca artistica? Come si è evoluta nel tempo e quali sono i temi e le urgenze personali che animano la tua riflessione teorica?
Un critico ha definito gli artisti dei “sismografi”; questi hanno la sensibilità di percepire e anticipare gli eventi, di tracciarne i cambiamenti imprimendo un ricordo indelebile su carta bianca. Nella mia ricerca gli ingredienti fondamentali sono: emozione, comunicazione, estetica, contemporaneità, razionalità. Quando mi dicono che le mie opere trasmettono emozioni è un grande obiettivo raggiunto. Tecnicamente sono costantemente alla ricerca della “sintesi”, di una poetica universale e originale e di un linguaggio che possa immortalare il mio tempo.
La serie Decompose è un percorso di evoluzione figurativa, un processo di scomposizione dell’immagine in triangoli. L’azione di scomporre e ri-plasmare l’immagine genera un’inaspettata, duplice visione in base al punto di vista da cui si osserva l’opera. Da vicino si percepisce la “nuova immagine”, sintetica e astratta. Allontanandosi si percepisce la sua matrice storica e figurativa, ed è in questo movimento temporale che si crea un gioco di inaspettate visioni. Il risultato è un’opera moderna e antica al contempo. Un linguaggio compositivo moderno che ben si fonde all’uso classico e tangibile della pittura a olio su tela.
Una tra le tesi personali legate a Decompose si ispira alla famosa frase di Nietzsche: “Ciò che non mi uccide, mi rende più forte“. Se le grandi distruzioni (guerre o calamità) o quelle piccole, intime che viviamo nel nostro quotidiano, non ci annientano del tutto troviamo una nuova linfa nel ricreare dai frammenti e da ciò che ci appare distrutto “la nuova immagine” più forte, poiché possiede al suo interno non più una ma due immagini che raccontano una storia.
Decompose nasce dopo vent’anni di ricerca, di pittura figurativa ma anche astratta, popolare ma anche selettiva, anni di sperimentazioni. Una cosa che non è mai cambiata è il seguire il mio Think different, prendendo le distanze da mode e tendenze di massa, mantenendo un mia visione personale; ne è l’esempio la serie Ordinary Life (2010) in cui affronto il tema dell’arte Pop con una mia personalissima interpretazione.
Nella serie Decompose, ho scelto come primo tema i grandi maestri e le loro opere iconiche per restituire una visione attuale e inedita, e per far arrivare Decompose senza dover spiegare con le parole; il messaggio arriva subito. Chi meglio della Marylin di Warhol o dei girasoli di Van Gogh possono spiegare la serie? Qualcuno forse non sa chi siano Marylin o Vincent?
Quale importanza concedi alla dimensione tecnica e mediale nel tuo lavoro? Puoi descrivere come realizzi le tue opere?
La tecnica nasce dalla sperimentazione che, guidata dalla curiosità, genera creatività, ed è la stessa metodologia o processo che inconsapevolmente attuano i bambini durante il gioco. Credo che le dimensioni tecniche e mediali facciano parte della “catena di montaggio creativa”; personalmente tengo sempre conto di alcune regole del gioco come: essere originale, avere un linguaggio attuale e accessibile, emozionare e, perché no, provocare.
Tecnica e media non devono essere un ostacolo o un problema bensì il mezzo d’espressione, il driver che porta alla meta. Sul tema della tecnica non penso di aver inventato nulla di nuovo bensì di aver reinventato qualcosa di già esistente, adattandolo alla mia poetica. Prendi la storia dell’iPod. Prima del lancio sul mercato del famoso lettore MP3, ne esisteva già uno sotto forma di chiavetta USB, o simile, ma pochi lo considerarono finché non venne riplasmato, riconcepito e ridisegnato.
Oggi è normale ma vent’anni anni fa era folle pensare di avere intere discografie in un device tascabile, con un bel design (non esisteva nemmeno la parola device!), oggi ha conquistato il mondo! Davvero ci interessa sapere come l’hanno fatto? o se ne esisteva uno prima?

Qual è stato il momento più importante del tuo percorso artistico e cosa significa essere un artista oggi?
Sicuramente, il momento in cui ho percepito consapevolezza e visione, e l’autostima si è attivata e ha innescato una bella combustione!
Ci sono due elementi fondamentali: credere in se stessi e provare di continuo.
I premi servono tanto sia che vinci, perdi, o anche solo partecipi; ti aiutano a capire dove sei, perché magari hai una possibilità e non ci credi o non hai il coraggio di confrontarti, di accettare i feedback. A me è successo nel 2023 con un premio. Anche la paura di prendere “schiaffi”, evitando di mostrare il tuo lavoro a chi è più in alto, frena l’arte che hai in te. Ammetto di essere andato a cercarli, gli schiaffi, e li ho trovati! In qualche modo sono stati utili a motivarmi. Questa è la mia esperienza personale, non è detto che sia la strada giusta per un artista oggi.
Quanto è importante oggi la comunicazione per un artista e come ti relazioni con il pubblico?
Da buon grafico pubblicitario la comunicazione è fondamentale, è il marketing della tua azienda di quadri, deve essere attiva e costante con il proprio pubblico, informando, promuovendo su tutti i canali online e offline; è impegnativo, dispendioso ma efficace. Mi piace coinvolgere il pubblico soprattutto negli eventi dove devo raggiungere un obiettivo, mostrare l’inizio di un dipinto, un evento o una gara; creare suspense ma anche interazione; quando arrivano a tifare per te è una sensazione bellissima! Bisogna portare il giusto rispetto e stima: io gli voglio bene.
Sull’importanza della promozione, un amico mi ha raccontato la differenza tra Lucio Fontana e Agenore Fabbri, entrambi grandi artisti, partiti insieme da pari livello: il primo diventa un artista di fama mondiale, soprattutto per il suo lavoro ma anche grazie alla promozione fatta dopo la sua morte. Diversamente, l’eredità di Fabbri credo sia stata gestita in modo meno strutturato e meno aggressivo, forse “dimenticando” in qualche caveau le opere e il suo ricordo.
Chiaramente non mi permetto di paragonare i due artisti sul piano creativo, ma solo per sottolineare l’importanza della comunicazione prima, durante e dopo, a prescindere dal periodo storico in cui viviamo.
Cosa ti ha spinto a partecipare al Premio ArteiN e in che modo pensi questa esperienza possa incidere sul tuo percorso artistico?
È una domanda un poco compromettente, soprattutto dalla posizione di finalista in cui mi trovo oggi. Non vorrei essere frainteso e rischiare di cadere nel patetico o in risposte ruffiane. Mi limito a dire che un premio è indiscutibile, è uno dei traguardi più alti, fondamentale per raccontare il proprio percorso artistico. I premi in palio sono uno più importante dell’altro, credo possano incidere fortemente sul mio percorso artistico. Per il momento continuo a tenere le dita incrociate.

Viviamo in un’epoca terribile e bellissima: in che modo il tuo lavoro dialoga con il presente? La tua arte svolge una funzione politica o sociale?
In parte ho già risposto. Aggiungo che da artista credo di sentire a un volume più alto alcuni suoni, rumori o musiche; il mio animo ne decifra il codice e ne rimane colpito, da lì decide se valutare un intervento personale. Ho lavorato ad alcuni temi politici, sociali e religiosi, vincendo anche un premio, ma non metto al primo posto politica e sociale, ne intendo sfruttare temi di tendenza per attirare l’attenzione. A me piace stare da un’altra parte rispetto alla massa. Sul tema della guerra e della sofferenza ho elaborato una mia nuova teoria.
In un concorso del 2024 ho seguito un consiglio importante, dato da una persona importante, che semplicemente mi invitava a fare quello che reputo fondamentale e togliere tutto il resto. Per me, al primo posto c’è Dio, e con la rivisitazione di Raffaello volevo lanciare un messaggio di pace, nessuna propaganda o schieramento. Il periodo storico in cui ho realizzato il dipinto Lc 1,37 (2023-24) è stato uno dei più instabili degli ultimi decenni, con diverse guerre e tensioni geopolitiche. Io sono un artista e non un politico, non intendo usare la mia arte per fare propaganda o schierarmi su nessuna fazione, sento l’urgenza di raccontare il mio tempo, la mia esistenza nel mondo, il dramma e la gioia della vita. Faccio mie le parole di William Ernest Henley: “Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima”.
Un’opera che avresti voluto realizzare tu e quali progetti hai per il futuro?
Credo di non essermi mai aperto tanto come in questa intervista. Adesso che vi ho svelato tutti i miei segreti volete sapere anche quali opere realizzerò? Vi anticipo che dopo il tema dei grandi maestri, che non considero esaurito, proseguirò su due strade intraprese nei miei lontani Works of innocent, per me è come tornare nei luoghi dell’infanzia! Per trovare nuove idee ed espressioni, non di certo per riciclare il vecchio!
Sui progetti futuri, sono già al lavoro. Mi piacerebbe avere più tempo da dedicare all’arte senza abbandonare del tutto il mio lavoro di grafico pubblicitario, mia seconda anima che alimenta quella artistica.
www.instagram.com/alberto_peppoloni_paintings
Immagine di copertina: Alberto Peppoloni – Courtesy l’artista
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