Bernd & Hilla Becher. Storia di un metodo; nel titolare questo testo traducendo semplicemente il “nome” della mostra, chi scrive ha voluto, in qualche modo, mantenere il medesimo rigore concettuale della fotografia dei Becher.
L’esposizione — dal 23.04.2026 al 27.09.2026, promossa dalla Fondazione MAST in collaborazione con Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia e il Bernd & Hilla Becher Studio di Düsseldorf, a cura di Gabriele Conrath-School, Max Becher — rappresenta la prima occasione europea per misurare la ricchezza metodologica e tematica di un’opera che ha riscritto la storia della fotografia.
Bernd (1931–2007) e Hilla (1934–2015) Becher hanno costruito il loro mondo/metodo viaggiando per decenni a bordo di un furgone Volkswagen — come nomadi dell’industria morente — attraverso Germania, Benelux, Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada, fermandosi davanti ad altiforni, torri di estrazione, gasometri, silos, torri idriche. C’è qualcosa di profondamente beckettiano in questo vagabondaggio ostinato: due esseri che avanzano, attendono la luce giusta, scattano, ripartono. Come Vladimiro ed Estragone, ma con una macchina fotografica e una missione. Il loro sodalizio ricorda quello di Marina Abramović e Ulay, che attraversarono i continenti trasformando il viaggio in opera d’arte e il corpo in strumento. Per i Becher, il corpo è lo sguardo: freddo, frontale, assoluto.
Le celebri tipologie — griglie di nove, dodici, ventiquattro fotografie dello stesso tipo di struttura accostate in sequenze comparative — non sono semplice documentazione. Sono partiture. Come Mondrian distillò il paesaggio olandese in rette e colori primari cercando un ordine universale, i Becher distillano la forma industriale in variazioni su tema. Come Rothko costruiva campiture cromatiche per evocare il sublime attraverso la ripetizione, loro edificano serie in bianco e nero che producono una tensione meditativa simile. Ma è con Kandinsky che la differenza si fa più marcata e rivelatrice: là dove il pittore russo liberò la forma dal referente per abbracciare la pura astrazione emotiva, i Becher restano ancorati al reale con rigore quasi scientifico. Eppure — ed è qui il paradosso — proprio da questo rigore nasce un’astrazione involontaria. La torre di raffreddamento smette di essere torre e diventa archetipo. La forma si fa musica.
Hilla, formatasi come fotografa a Potsdam e poi all’Accademia di Düsseldorf dove incontrerà Bernd, portò nella collaborazione una sensibilità quasi botanica: le sue macrofotografie di piante e conchiglie degli anni Sessanta — strutture tipologiche della natura — anticipano il metodo che avrebbero applicato all’archeologia industriale. Perché di archeologia si tratta, nel senso più profondo che Walter Benjamin avrebbe riconosciuto: il recupero del rimosso, della bellezza anonima di ciò che la modernità cancella senza lutto. Gli ingegneri, gli artigiani, gli operai che costruirono quelle strutture restano sconosciuti — da qui il titolo del loro libro fondativo: Sculture anonime. L’aggettivo è un atto politico e poetico insieme.
Oltre 350 fotografie originali nelle Galleries 1 e 0 del MAST, insieme a disegni, libri, poster e inviti, testimoniano anche il lavoro seminale svolto alla Scuola di Düsseldorf, dove Bernd insegnò dal 1976 al 1996 formando Andreas Gursky, Thomas Struth, Thomas Ruff e Tata Ronkholz — voci presenti in mostra come eredità viva di un metodo che trasformò per sempre il modo di guardare il mondo industriale.
Metodologia e amore, rigore e tenerezza: i Becher ci insegnano che documentare è già interpretare, e che la bellezza non chiede permesso nemmeno tra le macerie di un’epoca.
Bernd e Hilla Becher
History of a Method
23 aprile 2026 – 27 settembre 2026
Fondazione MAST, Via Speranza 42 Bologna
Immagine di copertina: Bernd e Hilla Becher. History of a Method, Installation Views, Fondazione MAST, Bologna, 2026 © Fondazione MAST
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