La fotografia come alibi: cromia e grafica nella neutralizzazione del visibile da CAMERA

Harry Gruyaerto, Retrospettiva, installation view, CAMERA, Torino, 2026, ph. Andrea Guermani
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Le rassegne estive 2026 di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, sotto la direzione di François Hébel, rendono visibile una condizione strutturale: la fotografia contemporanea appare consolidata in due regimi complementari di riduzione, uno percettivo e uno costruttivo, entrambi incapaci di produrre attrito con il reale.

La retrospettiva dedicata a Harry Gruyaert e il progetto su Werner Jeker costruiscono una simmetria implicita. Da un lato l’iperestesia cromatica, dall’altro la razionalizzazione tipografica dell’immagine. Due forme opposte solo in apparenza, accomunate da una medesima operazione: la neutralizzazione della fotografia come area di conflitto tra immagine e mondo.

Nella pratica di Gruyaert il colore viene progressivamente istituzionalizzato come forma autosufficiente della percezione. Il punto di svolta fu il Marocco, nel 1969: la luce nordafricana, intensa e saturante, lo spinse definitivamente verso la fotografia a colori — scelta estetica, radicale. Hébel, che con Gruyaert condivide una complicità profonda e di lunga data, parla di una “ricerca del colore” come di una sfida complicatissima: un problema che si rinnova ogni volta davanti all’obiettivo. La gradazione ricolloca i luoghi, occasionalmente li spiega. Spesso ricorre a saturazioni spinte che trasformano la materia visiva del contingente. Entrare in Magnum nel 1982 — tra i primissimi, con Alex Webb, a fotografare interamente a colori — incontrò dissensi endogeni: emblema di quanto quella preferenza fosse ancora avvertita come deviazione.

Una tensione attraversa la sua opera: in presenza di persone le immagini si aprono al narrativo, producono storie. Senza figura umana, restano composizioni pure, esercizi di impianto tonalistico. Gruyaert stesso ha sostenuto “è solo una questione di forme e illuminazione“, negando la dimensione “raccontativa” seppur con soggetti coinvolti. Tale oscillazione è leggibile anche sul piano spaziale: alcune fotografie conservano una prospettiva rigorosa, altre — come nel National Communist Congress, India 1989 — perdono la profondità, appiattendo l’inquadratura fino all’astrazione.


Werner Jeker, Foto Typo, installation view, CAMERA, Torino, 2026, ph. Andrea Guermani
Werner Jeker, Foto Typo, installation view, CAMERA, Torino, 2026, ph. Andrea Guermani

Il lavoro di Jeker opera una torsione speculare. Provenendo dalla grafica, porta nella fotografia una sensibilità che percorre l’immagine fin dall’origine. Hébel, con evidente stima, dichiara: “tutti i manifesti iniziano con la fotografia“. Nei suoi poster l’immagine entra in un sistema segnico articolato, impregnata dalla logica editoriale. L’elaborato è impeccabile: le linee reggono il campo ottico con rigore, e l’allestimento in mostra ricompensa questo pregio con precisione. Nel 1988 l’International Center of Photography di New York gli ha assegnato un premio per l’uso eccezionale della fotografia nel graphic design. Jeker legge gli spazi e li traduce in architetture semiotiche che orientano il senso.

In questa doppia traiettoria il programma di CAMERA assume un valore sintomatico. Hébel è curatore di rara lucidità: la sua capacità di costruire relazioni tra autori, di individuare affinità non ovvie, di restituire al pubblico la complessità di percorsi artistici distanti tra loro, è palese in ciascuna decisione espositiva. È proprio tale qualità a rendere le mostre uno strumento ermeneutico della fotografia odierna — e a interrogarci su cosa quella lettura riveli dello stato attuale del mezzo: la sua integrazione crescente nei dispositivi istituzionali dello sguardo, dove museo e comunicazione agiscono come apparati di regolazione del significato.

La fotografia si stabilizza. La sua funzione critica viene riassorbita in due forme sinergiche di decifrabilità totale: la superficie pigmentaria dell’esperienza e la trasparenza del segno grafico. Ciò che viene meno, in ambedue i casi, è l’opacità — la resistenza dell’immagine alla propria immediata consumabilità.


Harry Gruyaerto | Retrospettiva

Werner Jeker | Foto Typo

18 giungo 2026 – 04 ottobre 2026
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia | Via delle Rosine, 18 Torino


www.camera.to
@cameratorino


Immagine di copertina: Harry Gruyaerto, Retrospettiva, installation view, CAMERA, Torino, 2026, ph. Andrea Guermani


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