Terzo episodio di una narrazione che affascina, sorprende e molto insegna sulla relazione tra produzione vetraria muranese e la creatività artistica, l’edizione di quest’anno di Le Stanze del Vetro dedicata alla presenza del Vetro di Murano alla Biennale di Venezia nel decennio 1948-1958 mette in mostra oggetti iconici e autori capaci di raccontare un periodo cruciale, certo tra i più problematici ma anche tra i più entusiasmanti della storia italiana in età contemporanea.
Fruibile fino al 22 novembre 2026 sull’Isola di San Giorgio Maggiore, negli spazi dedicati al vetro della Fondazione Giorgio Cini onlus, ente che promuove il progetto insieme a Pentagram Stiftung Venezia, come le due edizioni che l’hanno preceduta la mostra è curata da Marino Barovier, esperto del settore e discendente di una delle più antiche famiglie di vetrai muranesi. La continuità nell’impostazione curatoriale – alla quale Barovier garantisce coerenza filologica e altissima qualità nella selezione dei prestiti (reperiti tra musei e collezionismo privato) – si legge con chiarezza, sia nella modalità espositiva sia nelle intenzioni, tra le quali si impone il desiderio di far comprendere, anche a un pubblico non specialistico, le tante declinazioni, sfumature e nodi problematici, del rapporto di reciprocità tra libera creazione artistica e competenze manifatturiere.
Un rapporto che sarebbe certamente tempo di rivalutare e rileggere anche in tanti altri contesti, e che indubbiamente in laguna ha trovato un vertice altissimo e unico al mondo proprio in quel variegato mondo di tradizioni e segreti, di famiglie centenarie e di aperture alle avanguardie internazionali, che si muoveva intorno alla produzione d’eccellenza delle fornaci di Murano. E, di fronte ai cambiamenti commerciali in corso e alle pressioni di una globalizzazione che, persino su un’isola tanto antica e sempre un po’ in autodifesa come questa, oggi minacciano di lederne l’autenticità, ripercorrere la storia del Novecento assume il valore di un richiamo non solo alla memoria, ma anche alla coscienza.
La partenza di questo ambizioso e quanto mai opportuno progetto era stata illuminante fin dal 2024, quando il primo capitolo dell’avvincente saga della presenza del vetro muranese alla prestigiosa manifestazione veneziana aveva raccontato l’incredibile creatività delle manifatture, emersa nell’arco cronologico tra il 1912 e il 1930 (ovvero dalla X alla XVII edizione della Biennale), in risposta al richiamo lanciato alle arti applicate prima dall’Art Nouveau e poco dopo dal Deco. Nel 2025, con la seconda edizione dell’esposizione incentrata sul decennio 1932- 1942, era venuto il momento dell’attenzione alle sperimentazioni sui materiali e sulle tecnologie di produzione, una ricerca impreziosita da nuove ricercatezze formali e dalla consapevolezza della centralità del design come ricerca di un equilibrio essenziale tra forma e funzione, acquisita per risonanza della scena internazionale.
Su tutto soffiava un respiro che partiva dalla fornace e arrivava al mondo dell’arte, ma che dal mondo d’arte non mancava di tornare alla fornace, grazie a quell’apertura a un’infinita gamma di possibilità, relazioni e collaborazioni, che proprio la Biennale portava con vigore sulla scena veneziana, dove mondanità e spirito imprenditoriale, sogno e concretezza, trovavano spazio tanto negli splendidi palazzi affacciati sul Canal Grande quanto nel calore dei forni di fusione.
L’edizione di quest’anno riprende il filo del discorso, interrotto per pochi anni dalla Seconda Guerra mondiale, ma presto riallacciato, appunto nel decennio 1948 – 1958, sulla spinta di un desiderio di rinascita, rivincita e ricostruzione che presto fu entusiasmo, boom economico, energia.

E davvero quest’ultima mostra parte subito con un’energia contagiosa, trasmessa dalle immagini e dai video di repertorio che, come di consueto in questo format curatoriale, evocano il contesto in cui va immaginato il percorso espositivo, snocciolando immagini e volti noti, testimoni di attitudini e di nuove eleganze portate a noi dalle riviste patinate dell’epoca; l’epoca in cui l’Italia credeva nei miracoli, e un po’ li produceva anche. Lo attestano, nella sequenza di vetrine ben illuminate che scandiscono le sale tematiche o monografiche, oltre 160 lavori storici delle più importanti vetrerie, ambienti di lavoro duro che, però, appena superato il trauma della guerra ritrovavano un nuovo slancio creativo, grazie a personalità d’eccezione, spinte dal desiderio di rilancio imprenditoriale e, almeno per alcuni designer, da quell’aspirazione a un più ampio riconoscimento intellettuale che lo spazio progressivamente loro assegnato in Biennale, a partire dal 1948 rendeva possibile.
Così, nel Padiglione Venezia, e non solo, trovarono spazio fornaci “storiche” e autori visionari, come la Venini, con opere di Fulvio Bianconi e Paolo Venini; la Barovier & Toso, con vetri di Ercole Barovier; la Seguso Vetri d’arte, con Flavio Poli; l’Aureliano Toso con Dino Martens; la Fratelli Toso con Ermanno Toso o l’AVEM con le ricerche di Giulio Radi, Giorgio Ferro e Anzolo Fuga; e la ditta di incisioni S.A.L.I.R.. Ma, segno di un tempo in cui si aprivano nuove possibilità per tutti, accanto ai più storicizzati nel Padiglione Venezia esposero anche vetrerie di recente costituzione come la Gino Cenedese e quelle fondate da maestri vetrai oggi leggendari, come Alfredo Barbini e Archimede Seguso.
Intanto anche gli artisti “puri, come Ezio Rizzetto, Anzolo Fuga e lo spazialista Vinicio Vianello, sceglievano proprio la materia vitrea come mezzo espressivo, dimostrando, nella bellezza inedita degli esiti raggiunti, tutta la versatilità di un materiale che, se sapientemente governato, poteva essere forzato senza confini in sintonia con sperimentazioni d’avanguardia anche estrema. E non è dunque un caso se, proprio nel bel mezzo a questo arco temporale, si verificò l’episodio particolarmente importante del 1952, anno in cui la grande mostra del Vetro Muranese riconobbe alla manifattura uno status di ritrovata centralità e modernità.
Murrine, lattimi, filigrane, canne, cromie pittoriche dai bagliori lucenti, forme plastiche tagliate, scolpite o modellate, superfici sensibili incise o molate, soffiate o stampate, sfumature in dissolvenza e trasparenze perfette, grafismi e raffinatezze, ironia e anomalia: tante le prove alle quali il vetro ha saputo offrire la sua meravigliosa fragilità, resistente quanto la bellezza delle forme che sopravvivono alle mode e sanno ancora rapire lo sguardo, oltre ogni tempo.
Per capirne l’effetto, bisogna fare l’esperienza diretta della visita alla mostra, dove è quasi un tormento guardare senza toccare, ma si beneficia dell’accesso gratuito, in puro stile divulgativo anglosassone. Utile come approccio documentario è invece il corposo catalogo, che, insieme ai due volumi delle edizioni precedenti, contribuisce a una storicizzazione che resterà nel futuro, compito che l’ente porta avanti anche attraverso l’imponente progetto dell’Archivio del vetro veneziano, sostenuto dal Centro Studi del Vetro, sempre sull’Isola di San Giorgio.
1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia
A cura di Marino Barovier
19 Aprile 2026 – 22 novembre 2026
Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio Maggiore, Venezia
www.lestanzedelvetro.org
@lestanzedelvetro
Immagine di copertina: 1948-1958 Il vetro di Murano e la Biennale di Venezia, installation view, Venezia, 2026, ph. Enrico Fiorese
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