La mitologia della “Fenice” proviene da una leggenda egizia, il magico uccello è capace di risorgere a nuova vita dalle proprie ceneri e per questo è divenuto simbolo del ciclo della vita, della morte e della resurrezione, della capacità di rialzarsi e di cambiare dopo un’esperienza negativa.
Il fulcro di questa rinascita, per gli egizi, era riconducibile alla spiritualità che spiegava ogni fenomeno naturale.
La mitologia dell’araba fenice evoca anche l’aforisma attribuito al filosofo Ippocrate, considerato il padre della medicina: “vita brevis, ars longa”, “la vita è breve, l’arte è lunga”.
Il concetto della “lunghezza/eternità” dell’arte, infatti, è sicuramente connesso al lavoro/prodotto dell’artista che, nella sua oggettualità, sopravvive alla sua vita terrena, ma è anche altrettanto connesso alla menzionata mitologia dell’Araba Fenice: il lavoro degli artisti talvolta muore perché viene distrutto dagli stessi artefici, ma è altrettanto magicamente capace di risorgere dalle proprie ceneri, determinando così un ciclo inesauribile della “vita dell’arte” e, cioè, proprio quell’“arte lunga” di cui parlava Ippocrate.
In questi giorni a Venezia sono allestite, in importanti spazi espositivi, alcune mostre che esprimono in modo “concettualmente evidente” questo mito dell’Araba fenice nell’arte.
Alla fondazione Querini Stampalia sono esposte le fotografie di John Baldessari della mostra “No stone unturned. Conceptual photography”.
L’artista è una delle figure più influenti dell’arte concettuale e ha trascorso più di settant’anni a ridefinire l’idea di ciò che l’arte può essere.
Egli ha esplorato una varietà di linguaggi e di tecniche.
La mostra raccoglie vari cicli di fotografie degli anni Settanta, tra i quali quello del Cremation Project (1970). L’artista, che doveva cambiare casa, ma che intendeva anche percorrere una nuova strada per il suo linguaggio artistico [non sapremo mai la vera ragione della performance!], diede cerimonialmente alle fiamme oltre 100 tele da lui realizzate sino a quel momento (1953-1966), creando una sorta di funerale artistico.
Dopo aver preso a calci e pugni, e a colpi d’ascia le tele, Baldessari le inserisce in due forni crematori che producono chili di cenere. Con questa cenere, raccolta in 9 scatole più una, l’artista procede a una successiva cottura e realizza dei croccanti biscotti dal sinistro colore scuro. I biscotti sono collocati dentro a un’urna, all’esterno della quale è stata posta un’etichetta con i dati di nascita e di morte delle opere.
Quei biscotti sono la rinascita dell’Araba Fenice, sono le tele che tornano nel ciclo della vita.
Anche Anselm Kiefer ha bruciato alcune sue tele (o forse è solo una leggenda) in epoca più recente, proprio a voler significare l’inizio di un nuovo ciclo creativo e, quindi, di una nuova vita.
La “traumatica” riflessione sulle fasi creative del percorso ideativo di un’artista si spinge, talvolta, sino all’estremizzazione di immaginare la conclusione del proprio ciclo di vita e a progettare opere che ne sono testimonianza ma che sopravvivono all’evento luttuoso.
Sempre in questi giorni, nello spazio di Punta della Dogana della Fondazione Pinault, troviamo le opere di Thomas Schutte, uno degli scultori più significativi dell’arte contemporanea che rifugge una rappresentazione semplicistica della figurazione umana, riuscendo a esprimere, nella sua materia, uno sguardo critico sul mondo e proprio sull’essenza della natura umana.
In mostra troviamo Memorial For Unknown Artist (2011), una profetica figura di vegliardo dai capelli lunghi e barba folta con le braccia imploranti elevate al cielo.
È un’opera funeraria “diversa” che dialoga con Mein Grab (La Mia Tomba) scultura realizzata dall’artista che ha immaginato la sua sepoltura inserendo anche una data di morte presunta, il 25 marzo 1996.
Schutte riflette sulla contingenza della vita, ma anche sull’opera che gli sopravvive.
Anche Gino di Dominicis, con il suo Manifesto Mortuario, esposto alla Galleria L’Attico a Roma nel 1969, gioca, secondo la sua tipica cifra stilistica, con una sorta di macabra testimonianza di un lutto che oggi, tuttavia, è ancora oggetto di scambio nel mercato dell’arte ove capeggia in caratteri cubitali proprio il nome (e la memoria) “Gino De Dominicis”.
Il concetto della morte è profondamente legato a quello del tempo e, per quanto attiene a questa dimensione, anche gli artisti ne hanno un concetto assai dilatato.
Sempre alla Fondazione Pinault, nella sede di Palazzo Grassi, Tatiana Trouvé ci racconta “la strana vita delle cose”. L’artista sfida l’idea che il tempo trascorra in modo lineare e che lo spazio sia unitario. Le sue sculture e le sue opere su carta, diversamente, si muovono su spazi mentali diversi, viaggiano avanti e all’indietro in un passato pre-umano, un presente instabile e un futuro ipotetico, una fisarmonica di universi spaziali mentali e temporali.
In particolare, questo concetto del tempo infinito lo ritroviamo sin dalle prime sale della mostra nelle “notes on Sculpture”, una serie di “lavori in corso” che combinano oggetti diversi provenienti dallo studio dell’artista. Ogni opera della serie prende il nome da un momento specifico e da una persona che era nei pensieri di Trouvé durante la realizzazione della scultura.
Nello studio dell’artista il tempo è dilatato, come l’arte che vi è prodotta.
Anche nelle foto di Baldassari alla Querini troviamo l’immagine dell’interno dello studio e dall’esterno, Photos That Belong Togther (Inside and Outside of Studio, 1976), il mondo dentro e fuori.
Lo studio dell’artista è, quindi, una specie di “macchina del tempo” come quella della pellicola Ritorno al Futuro, un mezzo virtuale per oltrepassare il confine della realtà con una direzione spirituale/ultraterrena precisa, quella di cui all’aforisma di Ippocrate “la vita è breve, l’arte è lunga”.
Immagine di copertina: Tatiana Trouvé, Notes on Sculpture, March 22nd, Water City, 2025, Collection of the artist, courtesy Gagosian © Tatiana Trouvé, by SIAE 2025. Installation view, “Tatiana Trouvé. The strange Life of Things”, 2025, Palazzo Grassi, Venezia. Ph. Marco Cappelletti and Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio © Palazzo Grassi, Pinault Collection
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