Obey, quando la propaganda si gioca tutta in uno sticker

Shepard Fairey (Obey), Carga Frágil (2021), São Paulo - Brazil, Courtesy Artist ObeyGiant.com, Ph. Jon Furlong
Facebook
LinkedIn
WhatsApp

Mettete dei fiori nei vostri cannoni” è stato lo slogan di un’intera generazione di pacifisti rappresentato in modo poetico, da uno scatto fotografico passato alla storia: “jeune fille a’ la fleur”.

Nell’immagine, il fotografo francese Marc Riboud immortala una ragazza con un fiore in mano davanti a tanti fucili.

Si trattava di Jan Rose Kasmir di diciassette anni, una giovane che aveva letto Gandhi ma il cui eroe era Martin Luther King; la foto venne scattata di fronte al Pentagono durante una manifestazione di pacifisti contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam.

L’idealismo della Beat Generation, quello di scrittori come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e William S. Burroughs tradotti in Italia da Fernanda Pivano, connota tutti i movimenti politici e culturali degli anni Sessanta ed in particolare lo spirito “rivoluzionario”, in parte non violento, del Sessantotto.

Il movimento hippy e i raduni musicali come quello di Woodstock uniscono giovani ribelli, anticonformisti concentrati in una riflessione sull’esistenzialismo e sulle dottrine orientali.

Chi scrive è sempre stato affascinato dall’energia e dalla tensione di quell’idealismo che oggi sembrano sopraffatti da una smania consumistica di un sistema viziato da sopraffazione ed edonismo.

L’opera manifesto di quei movimenti è “Sulla strada” di Jack Kerouac ed è proprio “sulla strada” che viene esposta l’arte di Obey, un’arte che esprime proprio quelle radici e quell’energia idealista.

“la strada” per Obey è il luogo più democratico e contemporaneo per trasmettere i suoi messaggi di pace, uguaglianza e rispetto per l’ambiente.

Obey – come da lui dichiarato in una recente intervista in occasione della mostra milanese inaugurata alla Fabbrica del Vapore a Milano (13 maggio – 27 ottobre 2024) – conserva lo spirito di un adolescente e come tale l’idealismo proprio di quell’età.

Il suo lavoro di artista nasce, nel 1989, quando è ancora uno studente della Rhode Island School of Design e realizza il suo primo sticker di Andrè The Giant, il famoso wrestler francese, con il quale tappezza le strade di Providence. In calce all’immagine appone l’iconica scritta bianca “Obey” su fondo rosso.

L’uso dell’adesivo, in quel momento, è un gioco con un’inconscia ambizione a diventare uno strumento di propaganda. La parola “Obey” significa in italiano “obbedire” ma l’uso che ne fa l’artista, ponendola in così chiara evidenza, è piuttosto quello di indurci a un confronto con il concetto di obbedienza. Il sistema in cui viviamo oggi è strutturato per spingerci a una sorta di obbedienza supina e diviene – quindi – importante sviluppare un senso critico e “disobbedire” alle convenzioni sociali quando necessario: insomma, “disobey” per realizzare una rivoluzione non violenta. 

L’adesivo appartiene alla società del consumo, è caratterizzato dalla serialità del logo riconoscibile ed è quindi identificabile esattamente come un prodotto commercializzato attraverso una strategia di marketing. Così come utilizzato da Obey – tuttavia – quell’adesivo è anche un atto di vandalismo, un atto di ribellione come la street art “in purezza”.

Gli sticker di Obey finiscono sui manifesti della faccia del candidato sindaco Cianci sempre nel 1989, ed anche in questo caso lo scherzo si trasforma in critica al potere.

Gradualmente il linguaggio di Obey evolve nei colori, nei materiali, mantenendo come sua sede privilegiata d’esposizione il muro, la strada, dove compare l’immagine di quel wrestler ma dove presto compaiono anche le immagini di fucili con fiori nelle loro bocche, di leader che si sono spesi per la pace come Martin Luther King, Desmond Tutu, Angela Davis musicisti pacifici come Bob Marley, John Lennon.

Obey, attraverso la sua arte, si impegna concretamente per il perseguimento di quegli ideali in cui crede: si batte a favore di Obama per sostenerne la candidatura a presidente, si impegna per il cessate il fuoco a Gaza in sostegno del popolo palestinese, combatte contro gli OGM e in particolare contro la Monsanto (principale produttore), si impegna per i diritti umani, contro il razzismo e per la riforma del diritto carcerario, sostiene associazioni impegnate nella lotta per i diritti civili e politici come Occupy Wall Street, Black Lives Matter, Women’s March, American Civil Liberties Union, Natural Resources Defense Council.

Shepard Fairey, Courtesy Artist ObeyGiant.com _ Photographer Jon Furlong
Shepard Fairey, Courtesy Artist ObeyGiant.com _ Photographer Jon Furlong

L’impegno è leggibile anche nel suo lavoro e proprio perché quel lavoro affonda le sue radici in una convinta prospettiva democratica, Obey propone anche un’arte popolare cercando l’accessibilità a un pubblico ampio. Per questa ragione è nato anche il suo marchio di abbigliamento, un modo per portare l’arte fuori dai contesti ufficiali (musei e gallerie) con prodotti venduti a prezzi popolari.

Obey vuole connettersi con quei giovani, quelli della generazione di cui lui ha fatto parte calcando le strade, da ragazzino irrequieto con il suo skateboard ascoltando musica punk, rock, reggae e hip-hop (oggi presente anche nelle sue opere).

I grandi temi su cui si sviluppa il suo lavoro (anche nella mostra milanese) sono pace e giustizia, ambiente e musica.

E, a questo proposito, l’artista dichiara “la mia filosofia è sempre stata che la violenza è la prima risorsa per gli ingenui. Vorrei che le persone usassero la diplomazia e la creatività per trovare soluzioni reciprocamente vantaggiose ai problemi, invece di usare la violenza come prima reazione ai conflitti”.

Per questa ragione la mostra alla Fabbrica del Vapore ha un significato particolare perché questo spazio, oggi dedicato alla cultura, in passato era una fabbrica di materiale per ferrovie e tramvie che durante le due guerre mondiali ha contrastato la violenza rifiutando di convertire la propria attività in produzione bellica.

Obey ha realizzato in questi giorni anche un grande murales nel quartiere gallaratese di Milano ove è possibile ammirare “Tear flame peace”, opera di 34 x 12 mq.: un occhio profondo e penetrante di una donna con l’hijab (il velo islamico) che piange un enorme lacrima che contiene fiamme e una colomba bianca.

I colori sono quelli della bandiera russa e di quella ucraina e si mescolano a un pattern che richiama il mondo arabo.

I lavori del ciclo legato alla tutela dell’ambiente raccontano di surreali, spettrali possibili luoghi come spiagge e mari (e i loro abitanti) “contaminati” da emissioni che provengono da altissime ciminiere o sversamenti di barattoli d’olio di combustibile fossile.

L’idealismo del giovane non violento Obey – quindi – trasuda da tutto il suo “lavoro socialmente impegnato” e riesce a infondere la stessa fiducia nella possibilità di cambiare il mondo che in fondo c’era anche nei giovani del Sessantotto.

Oggi come allora, l’invito è quello di mettere dei fiori dentro i cannoni dei violenti.

Ah, dimenticavo, nel lontano 2015 anche chi scrive, nel proporsi nell’agone elettorale ispirandosi al popolare Hope di Obama propagandava la propria campagna con un manifesto alla “alla Obey”.


@obeygiant

Immagine di copertina: Shepard Fairey (Obey), Carga Frágil (2021), São Paulo – Brazil, Courtesy Artist ObeyGiant.com, Ph. Jon Furlong


Scopri qui i contenuti esclusivi di ArteiN!

Articoli correlati
Scopri i nostri autori

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.

Esplora la di articoli firmati da questo autore, lasciati affascinare dalle sue avvincenti storie e dalla sua unica prospettiva sull’arte.